DM 151 Aprile 2004 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

Una "benedetta" voglia di amare

di Francesca Arcadu

Una voce autorevole si è levata, di recente, sul tema dell'affettività/sessualità nelle persone disabili, dando vita ad un acceso dibattito. E' stato il Pontefice, in occasione del simposio internazionale Dignità e diritti della persona con handicap mentale, svoltosi agli inizi di gennaio ad opera della Congregazione per la Dottrina della Fede, a pronunciarsi in merito. Lo ha fatto al temine dell'Anno Europeo delle Persone con Disabilità, affermando come "la persona disabile, più delle altre, ha bisogno di amare ed essere amata, di tenerezza, di vicinanza e di intimità". Il Santo Padre ha raccomandato "particolare attenzione" per "la cura delle dimensioni affettive e sessuali della persona handicappata". Ha aggiunto, poi, che "una società che desse spazio solo ai sani, ai perfettamente autonomi e funzionali, non sarebbe una società degna dell'uomo".

Bastano questi pochi accenni al discorso papale per comprendere quale sia stato l'effetto sul mondo mediatico e non parlo solo di quello degli "addetti ai lavori". Nelle settimane successive al messaggio si sono susseguiti articoli sulla stampa, trasmissioni televisive delle diverse fasce orarie e discussioni che hanno interessato personaggi più o meno noti, ascoltando spesso - quel che più conta - anche la voce dei diretti interessati.

Senza dubbio non ci si aspettava una tale apertura da parte del Vaticano su un tema che, da sempre, ha rappresentato un tabù per quanti si sono rapportati al mondo della disabilità. I termini utilizzati da Giovanni Paolo II nel suo discorso, per di più pronunciato davanti a una platea che rappresenta forse "un'isola nell'isola", quella del disagio mentale, lasciano però comprendere come la Chiesa stia recependo il profondo cambiamento in atto nella società civile.

Da anni associazioni di volontariato e singoli cittadini cercano di proporre un'immagine "normale" delle persone disabili, che non vivono solo di cure mediche, assistenza e disagio, ma desiderano costruirsi una propria vita fatta di affetti, legami e sessualità vissuta "nonostante" l'handicap. Queste quotidiane battaglie si sono troppo spesso scontrate con l'etica cattolica che ha sempre negato la dimensione più squisitamente corporea dei bisogni della persona handicappata, non riconoscendole il soddisfacimento di una sfera emotiva da "sublimare", dimenticare in virtù della menomazione.

Non si può dunque non condividere l'affermazione di Wojtyla che ora sostiene invece: "la dimensione sessuale è una delle dimensioni costitutive della persona" che, qualora disabile, ha "un bisogno di affetto per lo meno pari a quello di chiunque altro".

Se da un lato viene spontaneo esclamare "beh, era ora!", non si possono non fare alcune considerazioni in merito agli effetti di tale pronunciamento.

Al di là della condivisione o meno della fede religiosa, di una morale cattolica, va tenuta presente la profonda influenza della stessa sui principi etici che regolano il nostro Stato laico. Se il Vaticano "sdogana" un tema come questo, se ne avvantaggia tutta la società, l'opera quotidiana dei movimenti di affermazione dei diritti dei disabili, le associazioni, le famiglie e i disabili in prima persona. Se finalmente cambiasse la prospettiva che per decenni ha inquadrato come "poverini" o come "angeli" i portatori di handicap, per passare ad una dimensione a tutto tondo delle singole persone, certamente ne guadagnerebbero tutti i disabili, cattolici e non.

Da ricordare, è ovvio, come la prospettiva del Vaticano leghi inscindibilmente l'aspetto affettivo/sessuale a quello del matrimonio, della procreazione, della contrarietà ai metodi contraccettivi e di controllo delle nascite, dunque sempre all'interno di un percorso fortemente caratterizzato dal rispetto delle regole cattoliche. Ma il vero rischio è un altro. Il gran parlare nei mesi scorsi su tale tema ha fatto emergere le tesi di chi ha visto nella sessualità delle persone disabili un vero e proprio "diritto", una panacea contro tutti i mali che può colmare distanze sociali, un ambito nel quale uomini di chiesa ma anche psicologi e sessuologi si sono affannati a tracciare i contenuti dell'"educazione affettivo/sessuale" dei disabili.

Il timore è che, celato dietro un indubbio progresso (già il fatto che se ne parli è comunque un bene), si possa nascondere l'atteggiamento - diffuso trasversalmente anche al di fuori dell'ambito cattolico - di chi decide per conto di uomini e donne che l'handicap lo vivono in prima persona. Se per anni c'è stato chi ha stabilito cosa fosse meglio o "meno peggio" per i disabili, quale tipo di vita, ospedalizzata o meno, il tipo di assistenza, di integrazione scolastico-lavorativa, almeno questo campo così intimo, in cui poter esprimere veramente se stessi senza interposizioni, dovrebbe rimanere tale. Ogni affermazione e riconoscimento della dignità della persona, che passi attraverso la sfera affettiva, sessuale ed emotiva, dovrebbe tendere prima di tutto a lasciar libero l'individuo nello sviluppare le sue potenzialità, fisiche ma anche emotive. Tutto questo senza falsi ideologismi, perché i problemi ci sono e lo dimostrano le cifre che parlano dell'85,2% di disabili maschi celibi tra i 15 e i 44 anni, mentre le donne nubili sono il 75,5%. Dietro a questi numeri c'è il bisogno di affermare la capacità di amare ed essere amati, di poter vivere una relazione e desiderare una famiglia. Un percorso complesso che dimostra l'importanza del cambio di prospettive verso la disabilità.

Anche laddove l'handicap mentale renda difficile la percezione di sé, si deve avere rispetto delle inclinazioni di ciascuno, sostenendo con attenzione, ma senza troppe interferenze, il percorso verso un bisogno affettivo/sessuale che fa parte della natura umana.

Insomma, ben venga l'apertura vaticana in materia, senza dimenticare però che al centro di tutto rimane la persona, il suo desiderio di mettersi in discussione, di imparare sbagliando e di crescere all'interno di un mondo, come quello dell'affettività, che tende per natura ad escludere ogni cosa al di fuori della persona amata/desiderata.

 

Articolo tratto da DM 151 - aprile 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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