a cura di Stefano Andreoli
Una sorta di "bestiario" del cinema italiano, per indagare i modi in cui la disabilità entra a far parte di un film, pur non essendone il filo conduttore. A inaugurare la rubrica un insolito Dracula "disabile"
Prende il via, da questo numero del giornale e in contemporanea con la rinnovata veste grafica di esso, una sorta di "bestiario" sul cinema italiano. Seguendo infatti un ordine del tutto antialfabetico e senza pretese enciclopediche, ogni uscita di DM costituirà l'occasione per presentare uno o più personaggi - protagonisti, caratteristi o comprimari - "diversamente" rappresentativi della disabilità/diversabilità.
L'intento è quello di continuare ad indagare, in parallelo a quanto già fatto sul cinema d'animazione, non tanto e non solo le storie di handicap, ma soprattutto i modi in cui la disabilità entra a far parte di un film senza necessariamente esserne il filo conduttore o il tema portante. Il cinema nostrano, da questo punto di vista, contiene una mole notevole di spunti, spesso poco conosciuti al grande pubblico, ma non per questo meno interessanti, come l'insolito Dracula che inaugura questo bestiario e che visto il titolo della rivista che lo ospita, non poteva non cominciare dalla lettera "D".
Una cosa è certa: per uno come Dracula "diversi" non si può morire, semplicemente perché, in modo speculare al suo diretto "concorrente" Frankenstein, che è un non-nato, il principe (o conte?) Vlad III di Valacchia, reso famoso dalla penna di Bram Stoker, è un non-morto. Resuscita durante la notte per procacciarsi sangue di donna, unico alimento che gli consenta di prolungare la sua non-esistenza. Mostro per eccellenza, dunque diverso, e diverso in quanto non-morto.
Fin qui il "mito", entro il quale si sono mossi quasi tutti i registi cimentatisi con questo personaggio. Decisamente controcorrente invece l'operazione compiuta da Paul Morrissey, autore assieme ad Antonio Margheriti di Dracula cerca sangue di vergine e morì di sete (1974), in cui andando oltre la semplice parodia e nel contempo rovesciandone il mito, immagina un Dracula non più giovane e prestante (ricordate Cristopher Lee?).
Nella sequenza di apertura lo vediamo davanti allo specchio, intento a truccarsi e a tingersi i capelli per celare i segni dell'età e l'aspetto ormai emaciato. Già nelle immagini iniziali emerge il ritratto del vampiro per eccellenza (interpretato da Udo Kier) che da tempo ha abdicato alla carica di re, inacidito come una vecchia diva che non vuole rassegnarsi ad imboccare il "viale del tramonto", costretto a spostarsi in carrozzina per la mancanza di forze. Insomma, l'unico Dracula disabile che la storia del cinema ci abbia fatto conoscere, umbratile e malinconico come ben sottolineano le musiche di Claudio Gizzi e la fotografia di Luigi Kuveiller. E soprattutto allergico al sangue che non sia di vergine, ormai introvabile nella sua terra di origine. E' questo il motivo che intorno al 1930 spinge Dracula, su consiglio del fedele servitore Anton (Arno Juerging) - che lo cura in modo quasi materno - ad emigrare in Italia, presso i Di Fiore, squattrinata famiglia nobile con quattro figlie femmine ancora nubili.
L'idea del conte è che la millenaria tradizione cattolica della penisola sia severa in fatto di rapporti prematrimoniali e dunque, se tanto mi dà tanto, in cambio di una promessa di matrimonio (e di patrimonio!), la sopravvivenza è assicurata.
La previsione si rivela però errata: due delle quattro figlie che Dracula "testa" (Rubinia, interpretata da Stefania Casini e Perla, da Silvia Dionisio) si riveleranno tutt'altro che vergini, trastullandosi a turno con il giardiniere di casa (Mario, interpretato da Joe Dalessandro) un giovane macho che mentre se le porta a letto inneggia alla lotta di classe, mentre le due figlie realmente vergini vengono scartate per opposti motivi d'età: la primogenita Esmeralda - l'ottima Milena Vukotic - segretamente innamorata del conte, viene ritenuta un po' troppo attempata, Saphiria - Dominique Darel - è ancora adolescente.
E così, ormai esangue dopo i due tentativi che gli hanno provocato solo violenti conati di vomito, Dracula medita di mettere le mani (anzi i canini) sulla giovane Saphiria. A quel punto, l'unico che riesca a capire le reali intenzioni del conte-vampiro, venuto non per sposare una delle figlie ma per succhiare sangue, è il giardiniere comunista. Nel finale, infatti, prima deflora l'ultimogenita a scopo "preventivo", poi insegue armato di accetta Dracula, riducendolo ad un tronco ancora vivo (pardon, non-morto). Il colpo definitivo che libererà dal maleficio le donne vampirizzate sarà la classica trafittura del cuore e di fronte a tale scena, Esmeralda si autotraffigerà con lui in un ultimo e disperato gesto con cui gli rivelerà tutto l'amore che non aveva saputo confessargli.
Un finale splatter-melodrammatico, dunque, che suggella un film in cui elementi comici, grotteschi e horror vengono brillantemente tenuti assieme da un tono malinconico, in cui Dracula viene rivisitato in chiave di metafora sulla caducità e sul limite umani.
Nonostante il pessimo titolo imposto dai distributori italiani, Dracula cerca sangue di vergine è tutt'altro che un prodotto dozzinale. E' una pellicola di buona fattura, grazie agli effetti speciali di Carlo Rambaldi (il futuro padre di ET), al contributo di Margheriti - in arte Anthony M. Dawson, umile artigiano del cinema recentemente scomparso, un solido mestiere e una grande perizia tecnica messi a disposizione dei generi più svariati, senza mai prendersi troppo sul serio - e di bravi attori che recitano volutamente sopra le righe.
Tra questi non si può non ricordare, a trent'anni esatti dalla sua morte, l'ultima apparizione cinematografica di Vittorio De Sica - piena di ironia e autoironia - nella parte del marchese Di Fiore, che a causa della passione per il gioco, dilapida l'intero patrimonio familiare.