DM 153 - FEBBRAIO 2005 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Temi sociali e saggi disabili

a cura di Barbara Pianca

 

Anche quest'anno DM è stato puntuale alla Mostra del Cinema di Venezia, per cercare di analizzarne sia i contenuti che il contenitore. Molte critiche per l'organizzazione, ma nel complesso una maratona entusiasmante

 

Un'isola, quella del Lido di Venezia, che dieci giorni l'anno diventa "magica". Amanti del cinema, cercatori di vip, registi e vip, gente di passaggio, uomini in abito da sera accanto ad altri in tenuta da spiaggia: un vero fiume, con correnti e controcorrenti, che ha straripato anche quest'anno, in settembre, attorno agli edifici della Mostra del Cinema.

Qua e là, rare carrozzine. Negli anni scorsi DM aveva già tenuto d'occhio il progressivo abbattersi di alcune barriere: ingresso gratuito e non nominale per accompagnatori, biglietteria accessibile (ma non il bancone accrediti), installazione di alcune pedane. Questa volta, in agosto, dopo un sopralluogo di Elisabetta Gasparini e di chi scrive, abbiamo inviato una lettera al direttore del Settore Cinema della Biennale Luigi Cuciniello, con alcune richieste di accessibilità relative all'informazione (cartelli e programmi con indicazioni specifiche) e soprattutto agli spazi nelle sale per le carrozzine, sempre isolate ai lati, con logiche difficoltà di visione laterale legate alla scarsa mobilità. E ancora: aumento dei bagni accessibili, di parcheggi dedicati, di piccole rampe.

Grazie all'interessamento in particolare di Gianni Gianolla della società Tese, è stato disposto un servizio igienico in più e cartelli con il simbolo della carrozzina indicavano i percorsi accessibili. Purtroppo, però, nulla si è fatto per ovviare ad uno dei disagi più gravi: infatti, anche quest'anno, nelle sale, le carrozzine erano emarginate lateralmente.

Una mostra generosa

Peccato, perché la mostra del neodirettore Marco Müller (la 61a), criticata per i molti disguidi organizzativi - per niente legati alle barriere - è stata generosa, con una scaletta di film spesso impegnati in tematiche sociali.

Il Leone d'Oro è andato a Vera Drake, storia di una mammana (Imelda Staunton, meritata Coppa Volpi per l'interpretazione femminile) che aiutava le donne ad abortire, quando in Inghilterra era illegale. Un'opera inglese dell'impeccabile Mike Leigh che, rispettando l'intelligenza dello spettatore, non giudica i personaggi e li restituisce con rigore e denso realismo.

Ma a conferma di quanto detto, basta scorrere alcuni temi trattati: pedofilia, tratta delle donne per la prostituzione, elaborazione di lutti, AIDS. E anche disabilità - sia fisica che psichica - perché almeno tre film, di cui due italiani, hanno affrontato questo tema.

Le chiavi di casa

Innanzitutto Le chiavi di casa di Gianni Amelio - scelto anche per rappresentare il nostro Paese agli Oscar - ispirato a Nati due volte, romanzo di Giuseppe Pontiggia.

Gianni (il sensibile ma monocorde Kim Rossi Stuart) non ha mai voluto incontrare il figlio Andrea la cui nascita, per complicazioni nel parto, ha provocato la morte della madre e la disabilità fisica e psichica del bimbo. Quindici anni dopo, l'uomo accetta di accompagnare Andrea a Berlino. La storia, dunque, è quella dell'incontro con la disabilità. Un incontro commovente, fatto di battute deliziose recitate da Andrea Rossi, diretto con maestria nel ruolo di protagonista. Ma è un po' tutto qui, un film "di attori" girato in 16 mm "addosso ai corpi", senza il supporto nemmeno di un cavalletto. Una scelta dubbia, perché tutto sommato un po' facile e che rischia la cosiddetta sindrome di Lavazza, per la quale «il tentativo sociale di superare l'emarginazione delle persone disabili si traduce spesso in una loro mitizzazione, che tende ad attribuir loro maggiori qualità intellettive, morali, caratteriali a fronte della percezione del danno nella dimensione fisica». Ma lasciamo la parola ai protagonisti.

A colloquio con Amelio

«Andrea - racconta Gianni Amelio - è stato linfa vitale per la troupe; di fronte a lui i nostri capricci e tensioni risultavano "cretini". Mi sgridava davanti a tutti: "Hai da parla' a voce alta. Dici che io non ho fatto bene, che Kim non ha fatto bene, ma se non ti fai senti', come faccio a fa' bene?". A Charlotte Rampling ha ribattuto: "Mi stai a cogliona'? Dici che sei nata in Inghilterra, vivi in Francia, e perché mi parli in italiano?"».

Ma com'è nato il film? «Mi è stato chiesto di trarlo dal libro di Pontiggia, ma, ho detto, questo non può essere tratto che "dalla mia pancia". Chi sono io per entrare nella vita personale di Pontiggia come un intruso? Posso solo crearmelo io questo figlio handicappato. Ed è stato un parto facile: ho incontrato Andrea in piscina mentre gareggiava con ragazzi "abili", sfidandoli a nuotare come lui. Ho girato in rapporto diretto con lui e infatti Kim si chiama Gianni, come me, perché Andrea, recitando, si rivolgeva a me».

Non le sembra - abbiamo chiesto ad Amelio - che spesso si rappresenti la disabilità in termini pietistici? «Nel mio lavoro - ha ribattuto - non c'è compiacimento né pietismo. Credo ci siano disabilità che ci mettono d'accordo nella definizione ed altre, meno visibili, su cui fatichiamo a convergere. Dovremmo capire che l'unico terreno di uguaglianza è il riconoscimento della nostra e dell'altrui diversità. Facciamo figli per egoismo, li vogliamo "vendicatori" di quello che siamo, se siamo bassi li vogliamo alti. E, di fronte alla delusione, ci piangiamo addosso. Il messaggio del film è proprio questo: non piangiamoci addosso!».

Andrea, il motore emotivo

Alto, esile, riservato, un non-cinefilo che ama pescare: è Kim Rossi Stuart, che di Andrea dice: «E' proprio lui il motore emotivo di questo film, una forza della natura, ironico e saggio, svincolato dai ruoli che imprigionano tutti. Ora chiacchieriamo di calcio per telefono. Non rinvanghiamo il passato perché non gli interessa, il che denota la sua capacità di presenza». Ma perché, gli abbiamo chiesto, molte storie sulla disabilità finiscono per avere un approccio edificante? «Suonerà scontato e retorico - ci ha risposto - ma per chi entra in questa dimensione per la prima volta è una sorpresa. Le persone cosiddette disabili hanno una vicinanza speciale con il divino».

E la psicologia di un padre che, con inspiegata apertura, affronta il figlio mai incontrato per quindici anni? «Non c'è stato un lavoro a tavolino sul mio personaggio. Con un punto fermo sulla sua fragilità e impreparazione, è nato dall'emotività del momento. Amelio vuole l'attore impreparato, anche se con me non c'è riuscito del tutto. Ricevevo le tracce dei dialoghi poco prima di andare in scena. In questo film, la componente razionale è stata utilizzata per capire come gestire e aggiustare le scene in base al girato del giorno prima».

Amenàbar sa dove colpire

Un altro film sulla disabilità (Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria) è stato Mare dentro dello spagnolo Alejandro Amenàbar, con Javier Bardem (Coppa Volpi come miglior attore protagonista), nel ruolo di un tetraplegico che vuole suicidarsi. Una regia notevole e complessa che, a differenza del film di Amelio, si regge proprio sul montaggio fluido dei numerosi movimenti di macchina. Un film coinvolgente e soprattutto "furbo", che vuole piacere e straziare e sa dove colpire. E anche qui, con il disabile più saggio degli altri.

Su Mare dentro riflette Elisabetta Gasparini: «Non è un film che apre un dibattito sulla scelta di togliersi la vita, che è già stata fatta dal protagonista con glaciale e inamovibile autodeterminazione. Se una persona senza disabilità decide di suicidarsi ha mille modi per farlo. Qui il problema è chi e in che modo deve aiutare a farlo e il fatto che siano perseguibili giuridicamente».

La serietà di Rulli

Infine Stefano Rulli ha presentato, nella sezione digitale, un documentario sul figlio Matteo, disabile psichico. Un silenzio particolare racconta le difficoltà relazionali del ragazzo in modo serio e complesso, senza risposte né retorica. Un matrimonio, un lutto, una nascita, il rapporto con la madre, la vita indipendente in un appartamento insieme a un obiettore: videocamera digitale a mano, tremante, nessuna impostazione fotografica, inquadrature improvvisate, scentrate, montaggio che alterna le reazioni e le interazioni di Matteo con dialoghi tra Stefano Rulli e altri disabili psichici ospiti della "Città del Sole", la casa vacanza voluta nel 1998 da Clara Sereni, mamma di Matteo e presente nel documentario.

Tarantino, re della Mostra

Un'ultima battuta per Quentin Tarantino, vero "re" della Mostra. Ospite d'onore della retrospettiva Italian Kings of the B's, ha trascorso tutte le notti in Sala Perla, tra il pubblico, a divorare le opere dimenticate di registi come Umberto Lenzi, Enzo G. Castellari e Ruggero Deodato, presenti alle proiezioni. Un omone solare e debordante, dalla risata grassa, che arriva in ritardo perché intrigato da un karaoke fuori sala, che si dice onorato di incontrare Barbara Bouchet e che rinuncia a presenziare al gala di premiazione, preferendo l'ultima proiezione notturna, Cannibal Holocaust. Un film, questo, precursore di Blair Witch Project, provocante, difficile da sostenere e indimenticabile, dopo il quale Tarantino ha inondato il regista Deodato di domande curiose ed emozionate.

Con lui, per tutto il tempo, un altro ospite d'eccezione, più timido e aggraziato, altrettanto disponibile a mescolarsi alla folla, di giorno e di notte: Joe Dante, regista tra l'altro del cult di genere Gremlins.