di Riccardo Rutigliano
Le volontarie sequestrate in Iraq: atti tragici che portano in sé qualcosa di profondamente sbagliato e che sono forse il segno di un definitivo deterioramento di valori
Avevamo scritto questa nota quando la vicenda che coinvolse le due giovani connazionali sequestrate in Iraq non si era ancora felicemente conclusa. Speravamo, quindi, di poterla archiviare, dal momento che la notizia non era certo più fresca.
Poi altri volontari sono state sequestrati e addirittura una di loro - Margaret Hassan, dalla tripla nazionalità irlandese, inglese e irachena, appartenente all'organizzazione non governativa "Care" - è stata uccisa. Questo, purtroppo, ha ridato piena attualità alle nostre riflessioni.
Ciò che ci preme soprattutto sottolineare, oltre a tutta la nostra umana partecipazione per le persone protagoniste loro malgrado di queste vicende, è il forte moto di rabbia e di ribellione a cui siamo indotti da atti crudeli e insensati che ci colpiscono da vicino. Perché gli ideali che hanno informato l'operato delle due Simone e degli altri volontari di Baghdad, i valori che li hanno spinti a lavorare per un'organizzazione non governativa, sono gli stessi che animano la nostra Associazione.
L'impegno e l'azione sociale, che possono tradursi attraverso progetti per la realizzazione di strutture sanitarie o educative nei Paesi in via di sviluppo, oppure con interventi a favore della ricerca e dell'integrazione delle persone disabili - come nel caso della UILDM - sono gli stessi che ci vedono ogni giorno coinvolti, così come accade a sette milioni di italiani nelle oltre diecimila organizzazioni impegnate nel volontariato. Per aiutare chi è in possesso di un minor numero di risorse. Per dare una speranza in più a chi si trova spiazzato dalla vita e, spesso, dal proprio prossimo.
Venire attaccati, in quanto volontari, porta in sé qualcosa di profondamente sbagliato, marcio, degradato. E' forse il segno di un definitivo deterioramento di valori che pone in primo piano non la rivendicazione di una causa (giusta o sbagliata che sia), ma l'annientamento dell'avversario, l'azzeramento del nemico attraverso tutti i canali possibili e possibilmente eclatanti dal punto di vista emozionale e mediatico.
Crediamo che - se è vero ciò che hanno lodevolmente dichiarato molti esponenti di confessione musulmana e cioè che «in nessun punto del Corano l'omicidio viene giustificato» e ancora, insieme a rappresentanti delle altre religioni monoteistiche, che «nessuna guerra può essere combattuta in nome di Dio» - altrettanto giusto sia chiedersi che diritto abbia di chiamarsi uomo chi è capace di rivolgere la propria arma contro chi si batte, senza interessi, senza mercede, per "costruire" qualcosa, indipendentemente dal colore politico o credo religioso dell'"altro".
«Se questo è un uomo», scriveva Primo Levi a proposito dell'abominio che aveva permesso il concretizzarsi dell'Olocausto. Attendiamo di tornare a rivedere tracce di umanità nel nostro martoriato pianeta, magari a cominciare da un ritrovato rispetto per chi opera per il bene e da una posizione che, essendo di "bene", non può essere considerata altro che rigorosamente neutrale.