Oliviero Arzuffi* intervista Vito Mancuso**
Un testo sul rapporto tra uomo e Dio, un saggio che affronta alcune domande cruciali. E' Il dolore innocente. L'handicap, la natura e Dio, di Vito Mancuso. Presentiamo la prima parte dell'intervista all'autore, curata da Oliviero Arzuffi
Perché un libro come questo?
Anch'io sono stato sfiorato dal dramma di un figlio handicappato, solo sfiorato perché il bambino è stato consumato dall'handicap prima di poter nascere. Ma la vera ragione che mi ha fatto scrivere il libro (che è un libro di pensiero e non il resoconto di un'esperienza personale) è il contrasto tra le affermazioni della fede cristiana sull'origine divina della vita e l'accadere dell'handicap. Il mio non è un libro sull'handicap, ma su Dio, anche se l'handicap diviene il punto di vista in base al quale si indaga su Dio.
Prima di entrare nella dimensione teologica, soffermiamoci sugli aspetti più umani della questione. L'assunzione dell'handicap come valore costituisce una rivoluzione epocale dell'età contemporanea...
E' così. Le immagini delle cure che oggi ricevono i bambini handicappati avrebbero suscitato nei greci e nei romani non meno stupore di quanto veder volare un aeroplano. Quando Platone ideò la sua Città Ideale, propose che gli eventuali figli malformati avrebbero dovuto essere rinchiusi in un luogo oscuro e separato, con la chiara intenzione di farli al più presto morire.
Aristotele, dal canto suo, auspicava una legge che proibisse esplicitamente alle famiglie di allevare figli handicappati, legge che, come risulta da Cicerone, era esplicitamente stabilita dal diritto romano nella quarta delle Dodici Tavole.
Stiamo parlando di Atene e Roma, della grande civiltà greco-romana, la prima delle radici dalla quale proveniamo. La seconda radice, altrettanto fondamentale, è Gerusalemme, la religione ebraica. Ma anche qui, per quanto concerne l'handicap, le cose sono ben diverse rispetto alle attenzioni che una parte della società contemporanea riserva ai disabili. «Taci tu, che sei nato tutto nei peccati»: le parole con le quali i teologi ebraici misero a tacere il cieco guarito da Gesù sono l'attestazione precisa della mentalità vigente secondo cui la presenza del dolore era la prova della presenza del peccato. Ogni dolore era visto come necessariamente colpevole.
L'influsso di Atene e Gerusalemme è stato talmente intenso che nei duemila anni di Cristianesimo le cose non sono cambiate. Il Medioevo e l'epoca moderna non conoscono alcuna attenzione per gli handicappati lontanamente paragonabile a quella odierna. Il più delle volte venivano soppressi al momento della nascita (le levatrici avevano precise istruzioni al riguardo) e, se sopravvivevano, era per un'esistenza che non aveva quasi nulla di umano. Forse i più fortunati, dopo tutto, erano quegli infelici che - dall'aspetto particolarmente deforme - venivano esibiti nelle fiere e nelle feste paesane come mostri da ammirare dietro pagamento, come risulta da numerose fonti tra cui un passo dei Saggi di Montaigne.
Quindi si tratta di una conquista culturale molto recente?
E' solo nel Novecento che inizia la rivoluzione nei confronti dell'handicap, di cui molti cristiani del XX secolo sono stati protagonisti a livello mondiale.
Ma qual è la motivazione del radicale cambiamento che non porta più a vedere e a trattare gli handicappati come "mostri"?
Gli uomini che ci hanno preceduto non erano più cattivi di noi e noi non siamo più buoni di loro. Il punto è un altro, è che a partire dalla seconda metà del Novecento si è cominciato ad affermare il valore assoluto del singolo. E' la cultura liberale che ha vinto: il singolo vale più dello Stato, più del partito, più della Chiesa, più della natura. E' iniziata la grande guerra di liberazione delle minoranze: i neri e le loro battaglie contro il razzismo, le rivendicazioni del femminismo, degli omosessuali, delle religioni minoritarie...
La rivoluzione sociale verso l'handicap si inserisce qui. Non sono le qualità esteriori o interiori che contano, conta solo il fatto di essere un uomo. E' questa idea esplosiva alla base del mutato atteggiamento culturale verso gli handicappati, con la conseguenza delle corrispondenti politiche sociali e di assistenza. Ma se le cose stanno così, il Cristianesimo e il suo centro sono profondamente implicati.
In che senso?
Nel senso che il valore assoluto della vita umana, di ogni singola vita umana, discende direttamente dal dogma teologico dell'incarnazione di Dio. Se Dio si fa uomo, allora l'uomo assume un valore divino. In duemila anni di storia questo pensiero ha generato, seppure faticosamente e con tante incoerenze, la cultura dei diritti umani di cui oggi l'Occidente va fiero e dentro cui si inscrivono le politiche sociali di sostegno verso i portatori di handicap e le loro famiglie.
Ma il Cristianesimo non ha al suo centro la croce? Come rispondi a chi dice che è "la religione della morte" più che della vita?
Il timore della morte è un timore innato in ogni essere umano. Mi permetto un esempio personale: una notte mio figlio, che due giorni prima aveva compiuto cinque anni, non riusciva a dormire. A un certo punto chiede alla nonna qualcosa sulla morte dei genitori. Poi arriva piangendo da noi, dicendo alla mamma che non vuole che noi genitori moriamo.
La vita sente, in modo lacerante, sin dall'inizio, di essere minacciata. La vita teme, è impastata di timore. La morte preme, e la vita la sente. Il buio si avvicina, ognuno di noi vi cammina incontro, e più la vita aumenta, più la morte si approssima. Il compimento della vita, il suo culmine, è la morte.
Qui, da questo intreccio, da questo abbraccio, da questa lotta, tra la morte e la vita, nasce dentro l'uomo la dimensione dello spirito, ciò che dà origine all'arte, alla letteratura, alla musica. Il distacco dell'uomo dalla semplice dimensione biologica è causato dal timore della morte e dalla sete di immortalità.
Ma nell'uomo il timore della morte c'è perché prima in lui vi è la sete di immortalità e il desiderio di infinito, oppure è il desiderio di infinito a essere una costruzione posteriore dell'uomo per vincere la paura, una proiezione consolatoria per non guardare in faccia la fine che incombe?
La verità non la sappiamo. Possiamo solo dire che è la morte, la sua ombra, a svelare all'uomo di essere finito. Per questo il timore della morte, prima di ogni altra cosa, dà origine alla religione.
I primi monumenti sono tombe, le piramidi sono tombe, tombe che non si rassegnano alla polvere e vogliono "bucare il cielo" con la loro sommità acuta, alla ricerca dell'eterno. Schopenhauer diceva che «la morte è il genio ispiratore della filosofia».
Un bambino di cinque anni che piange per il presentimento della morte dei genitori corrisponde - secondo la nota equivalenza tra ontogenesi e filogenesi - allo stadio primitivo, iniziale, della civiltà umana. Contro lo spietato avanzare del tempo che scava il nostro corpo e impoverisce la nostra energia vitale, l'anima umana pone la speranza dell'eterno. Alla base di tutte le costruzioni scaturite dall'anima umana vi è una grande domanda di salvezza, un immenso desiderio di vita. L'uomo non vuole morire, noi non vogliamo morire.
Eppure, purtroppo, si muore. Molto spesso anche in modo stupido o ingiusto. A una domanda così radicale cosa si può rispondere?
La tua domanda presenta due quesiti: il perché della morte e il perché delle morti insensate, di giovani vite troncate.
Per quanto riguarda il primo aspetto, è semplice rispondere che "si muore perché si vive": la vita naturale che conosciamo è fin dal suo inizio intrecciata con la morte. Il metabolismo, che è vita per noi, è morte per altri esseri. Questa è la vita che ci è stata data.
L'altra questione si sposa con la domanda teologica dell'handicap. Infatti chiedersi il perché delle giovani morti equivale a chiedersi il perché nascano esseri umani malformati. Non dovrebbe Dio governare le nostre vite? Non è egli onnipotente e sommamente giusto? In realtà, tanto le morti improvvise quanto l'handicap mettono radicalmente in questione l'immagine tradizionale di Dio, quella che lo dipinge, al contempo, come onnipotente e come amore. Di fronte all'handicap non c'è scampo: o Dio lo vuole o non lo vuole. Se lo vuole, Dio è onnipotente ma non è amore; se non lo vuole, è pensabile sì come amore, ma non più come colui che governa il mondo in modo assoluto, tipo «non si muove foglia che Dio non voglia».
E quale delle due alternative è quella cristiana?
Il punto fermo, irrinunciabile per il Cristianesimo è che l'essenza di Dio è l'amore. Se si toglie questo, cade tutta la novità cristiana. Ma di fronte a ciò, l'handicap ci insegna che il mondo è libero, che la natura si governa da sé.
Siamo distanti dalla tradizionale visione religiosa...
Al di là di molte affermazioni per così dire filosofiche, occorre comprendere qual è il cuore delle religioni, cioè che cosa le differenzia radicalmente dalle filosofie.
Le religioni sono nella loro essenza offerta di salvezza. Vi sono religioni senza Dio (come il giainismo e il buddhismo), ma non vi è nessuna religione che non sia una teoria e una pratica della salvezza. La religione è, costitutivamente, teoria e pratica della salvezza. Una salvezza ottenibile in diversissimi modi, ma comunque sempre salvezza, salvezza dalla morte. E' a causa dell'universalità del desiderio di vincere la morte che le religioni sono nate, si sono sviluppate e sono diffuse dovunque.
Il bisogno di salvezza lo capisco, ma cosa c'entra la croce?
Certo, di contro all'immenso desiderio di vita presente nell'anima umana, il Cristianesimo si presenta come celebrazione della croce, della morte volontaria. Cristo, nella sua vita terrena, aveva proposto col suo insegnamento spirituale esattamente la stessa logica paradossale: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso e prenda la sua croce, e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà» (Marco 8, 34-35). Tutto l'affaccendarsi degli uomini per salvare la propria vita, dice Cristo, non serve a nulla. E' solo perdendo volontariamente la propria vita che poi, continua il detto di Gesù, la si troverà.
Si noti peraltro (mi si perdoni il greco antico, ma è una sfumatura importante) che quando Cristo qui parla di "vita" usa il termine psyché. Il greco ha tre termini per dire vita: psyché, zoé e bios. Psyché è la vita propriamente umana, non a caso psyché significa anche "anima". Gesù dice che è proprio questo tipo di vita, è l'anima, il nostro intimo, il nostro centro, il nostro Io, che va perduto.
Di se stesso egli disse: «Il Figlio dell'uomo è venuto per dare la sua vita in riscatto» (Marco 10,45; ancora psyché, l'anima, l'Io). Qui c'è ben più che la vita biologica. Cristo è venuto a dare la sua anima e lo stesso chiede a chi lo vuole seguire. Si può morire biologicamente senza perdere l'anima, ma al contrario potenziandola al sommo grado. E viceversa, si può non morire biologicamente e tuttavia morire misticamente, si può far morire il proprio Io dentro di sé. La tradizione spirituale conosce la figura della morte mistica, si pensi soprattutto a Giovanni della Croce e a Teresa di Lisieux. Dare l'anima richiede molta più lacerazione e dramma interiore che dare la vita: sono le tenebre interiori, è la notte oscura. Ma è proprio questo ciò che il Cristianesimo richiede, è qui che si gioca tutto il suo messaggio spirituale.
Il tuo è un discorso molto difficile da comprendere, ma soprattutto da accettare per una società come la nostra assorbita dal consumo, irretita dal successo e attratta dal benessere materiale...
Certamente. C'è stato un pensatore che ha compreso questa caratteristica antinaturale del Cristianesimo (l'ha compresa meglio di tanti teologi contemporanei) e per questo ha dedicato gran parte del suo pensiero a maledire, a distruggere, il Cristianesimo stesso. Mi riferisco a Nietzsche. E' nel nome dello "spirito santo della vita" che Nietzsche maledice il Cristianesimo e in particolare il suo simbolo centrale, la croce.
Ma vedi, nella rivelazione cristiana una cosa appare chiara: la croce, per Gesù, non fu né un incidente né la semplice conseguenza del suo comportamento. La politica non spiega la croce. La croce fu qualcosa di necessario, di prestabilito prima del tempo. E' solo la teologia, la teologia metafisica, che può spiegare la croce. Il Nuovo Testamento è esplicito nel dire che per ottenere la salvezza, il Figlio dovette morire, fu necessario il suo sangue. Il Figlio di Dio dovette necessariamente morire. I Sinottici [ovvero come vengono comunemente detti i primi tre Vangeli, quelli di Matteo, Marco e Luca, N.d.R.] ribadiscono continuamente l'incombere di quella morte preordinata sulla vita di Gesù, e Giovanni scandisce il suo vangelo sulla base dell'ora per la quale Cristo era venuto, identificandola esattamente con la sua morte.
Ma se tutto era preordinato che colpa ha l'uomo di "quella" morte?
Nessuna, probabilmente o, quanto meno, ha una colpa molto indiretta, diciamo di assenso ad una certa logica. Vedi, a questo punto, siamo di fronte a una sorta di "giallo storico-teologico".
Chi è il colpevole della croce? Sembra che vi siano solo quattro possibilità: i romani, gli ebrei, Gesù, Dio Padre. Ora, non lo sono i romani; certo, la crocifissione l'amministrarono loro, era la più orribile delle pene capitali prevista dal loro diritto penale, ma così non fecero che salvaguardare l'ordine, la pax romana. E' la logica secondo la quale agiscono gli imperi, quelli antichi come quelli di oggi.
Colpevoli non lo sono gli ebrei; certo, furono loro a chiedere la condanna a morte, ma così non fecero che applicare la loro legge secondo la quale «il settimo giorno (il sabato) sarà santo per voi, riposo assoluto in onore di Yhwh; chiunque vi farà un lavoro sarà messo a morte» (Esodo 35,2). E Gesù il sabato l'aveva violato, più volte, con chiara consapevolezza e precisa determinazione.
Colpevole non lo è Gesù; certo, lui sapeva bene quello che faceva e che rischiava andando a Gerusalemme, ma non voleva morire, nulla a che fare con un "kamikaze".
Colpevole, infine, non lo è Dio Padre; certo, è lui che manda il Figlio nel mondo per morire, ma non perché lui sia irato e abbia bisogno di quel sangue per placare la propria ira e perdonare gli uomini. Basta leggere una qualsiasi pagina del Vangelo per rendersene conto: la morte del Figlio non è richiesta dal Padre.
Chi è dunque il colpevole della croce? Perché, per ottenere la nostra salvezza, Cristo dovette necessariamente morire? In questo interrogativo è contenuto il mistero della logica del mondo e della storia. Rispondervi significa entrare direttamente in contatto con la logica che muove il meccanismo della natura e della storia e che ha stritolato il Figlio di Dio.
Ma hanno una logica la natura e la storia?
Sì: la forza. E la si capisce meglio a partire dalla necessità della croce. Solo così si spiega organicamente, senza far ricorso a chissà quali misteri nascosti. Proviamo infatti a pensare contemporaneamente da un lato la natura di Dio, che è amore, e dall'altro la natura del mondo, che è la forza.
Che Dio sia amore, che l'essenza di Dio sia l'amore, è il centro speculativo, concettuale, del Nuovo Testamento. Ora, tenendo ferma la figura dell'amore autentico, occorre pensarne il suo rapporto col mondo. Dov'è l'amore all'interno del mondo? Che cosa ha a che fare ciò che manda avanti il mondo con l'amore? Che rapporto hanno gli Stati, i governi, i parlamenti, l'economia, i commerci, gli eserciti, il diritto, i tribunali, la moda, gli spettacoli, con l'amore? E' forse un caso che quel grande cristiano che fu Dostoevskij quando volle rappresentare un uomo assolutamente buono diede vita alla figura dell'idiota? Il mondo, è chiaro a chiunque sappia guardare, non conosce l'amore; il mondo è forza (che non è il male: può essere anche bene, tutto dipende da che parte ci si trova, se dalla parte di chi esercita la pressione vincente o dalla parte di chi la subisce).
Qualche tempo fa alcune affermazioni di papa Giovanni Paolo II sul silenzio di Dio, sul "Dio che si nasconde" e che non si rivela più, hanno suscitato molto scalpore sia in TV che sulla stampa. "L'Espresso" gli ha addirittura dedicato la copertina e un lungo articolo di Eugenio Scalfari.
Si tratta di una problematica a mio avviso impostata male. Abituati, in base soprattutto alle pagine dell'Antico Testamento, a pensare Dio legato all'essere, cioè alla natura e alla storia, ecco che ora, che guardiamo alla natura e alla storia non più da bambini ma da adulti, ci sembra che Dio non parli più. Ma la verità è che Dio, in quanto Dio personale, in quanto amore, nella natura e nella storia, parla solo come ha parlato nel Figlio, che è la Parola, il Logos, il Verbum. E' il Figlio l'unica parola che il Padre pronuncia. Quando questa parola una volta è apparsa come storia, come carne («la Parola si fece carne»), il risultato è stata la più netta opposizione da parte del mondo e dei suoi poteri.
Dio, che è (come dice il Vangelo) spirito, parla nella dimensione spirituale. Lì Dio parla sempre, a chiunque sappia accedervi, rientrando in se stesso. Sempre e a chiunque. Ma la parola che Dio pronuncia dentro il profondo di noi si scontra con l'assenza di Dio dalla natura e dalla storia. Ne viene che chiunque ascolti quella parola pura, di solo bene, e sulla sua base inizi ad amare il mondo e la storia, incontrerà una sicura opposizione da parte del mondo, la cui legge, invece, è quella della forza. E se vorrà seguire fino in fondo quella parola, assumerà necessariamente la forma dell'agnello immolato e il suo destino. Ecco la necessità organica della croce. Tutto ciò è stato espresso in modo mirabile da padre Pavel Florenskij, in una lettera alla moglie del 18 febbraio 1937, pochi mesi prima di essere fucilato per ordine di Stalin in una località sconosciuta nei pressi di Leningrado: «E' chiaro che la vita è fatta in modo che si può dare qualcosa al mondo solo pagandone poi il fio con sofferenze e persecuzioni. E più il dono è disinteressato, più crudeli sono le persecuzioni, e dure le sofferenze. Tale è la legge della vita, il suo assioma fondamentale... Per il dono della grandezza l'uomo deve pagare con il proprio sangue».
Questa tua interpretazione della croce stravolge il "dolorismo" e, per certi aspetti, il masochismo che circonda il simbolo cristiano per eccellenza...
E' probabile, ma solo perché non si conosce a fondo il cuore del Vangelo. Perché, non dimentichiamolo, il centro speculativo del cristianesimo è la posizione dell'essenza di Dio come amore. Ma il pensiero luminoso che Dio è amore porta necessariamente alla constatazione della sua assenza dalla natura e dalla storia.
Di fronte ai milioni di bambini nati con un handicap che si devono registrare nell'ormai lunga storia del mondo (per tacere di molte altre sciagure), come sarebbe ancora possibile pensare, se Dio agisse veramente nella natura, che la sua essenza è l'amore? Dio, così come lo si deve pensare in base al Nuovo Testamento, è al di là dell'essere, è trascendenza. L'essere infatti, che è natura + storia, è necessità, è affermazione di sé, è Io = Io, nulla al di sopra dell'io, come grida ogni organismo vivente, dal più microscopico fino all'uomo, e l'uomo è colui che grida più forte di tutti il proprio Io, pretendendo che anche gli altri lo riconoscano e vi si assoggettino (il mondo, la società, i capitali girano attorno a questa triste verità).
L'essere che è dato agli uomini, la natura e la storia, è dominato dalla forza. La croce è quanto è scaturito dall'incontro tra l'amore purissimo che è Dio e l'essere del mondo; è risultata duemila anni fa, risulta oggi, e sempre risulterà. E' matematico, è un assioma della fisica celeste, della scienza dello spirito.
Ma qual è il centro spirituale del Cristianesimo?
Nel Vangelo vi sono delle parole che in modo supremo, definitorio, presentano l'essenza dell'amore, il cuore del messaggio della croce: «Prendetene e mangiatene tutti. Questo è il mio corpo». Qui siamo in presenza del ribaltamento della logica naturale. La logica naturale, che guida la natura e la società, è retta da un movimento centripeto che vede ogni cosa (persona, occasione, concetto ecc.) come nutrimento e accrescimento dell'Io. Le parole dell'Eucaristia ne sono il ribaltamento; qui ci si muove in modo centrifugo, l'Io, invece di nutrirsi degli altri, si fa nutrimento per gli altri: «Prendetene e mangiatene tutti, questo è il mio corpo».
Sono parole che ogni vero genitore e ogni vero volontario del dolore innocente ripetono con le loro mani che accudiscono i corpi feriti dall'handicap: «Prendetene e mangiatene tutti. Questo è il mio corpo». Questa è la logica della croce, la logica dell'amore assoluto, ed è così, solo così, che dobbiamo pensare Dio. E' da questa nuova logica, veramente sovranaturale, che scaturisce l'energia che dà origine alle cure verso gli esseri umani colpiti dall'handicap, cure che ai nostri giorni, per la prima volta nella storia dell'umanità, sono fatte proprie anche dalla società.
*Oliviero Arzuffi è docente di lettere e storia negli istituti superiori, all'interno dei quali è stato tra gli iniziatori dell'inserimento di alunni portatori di handicap. Promotore tra l'altro del progetto Aretè, per il reinserimento lavorativo di soggetti a rischio di emarginazione, collabora con vari enti e istituzioni del territorio. Tra le sue pubblicazioni: Alla ricerca dell'utopia (1985), Oltre le sbarre (1986) Il bambino condiviso (1988) e Emarginazione A-Z (1991).
*Vito Mancuso è dottore in teologia sistematica e direttore della collana "Uomini e religioni" della Mondadori. Tra le sue pubblicazioni, vi sono anche: Hegel teologo e l'imperdonabile assenza del principe di questo mondo (1996) e Dio e l'angelo dell'abisso ovvero la visione cristiana del mondo (1997). Il libro Il dolore innocente: l'handicap, la natura e Dio, cui è dedicata la presente intervista, è stato pubblicato da Mondadori nel 2002 (prefazione di Edoardo Boncinelli).