a cura di Barbara Pianca
Niente sembra scontato in ambito di lavoro e di occupazione delle persone con disabilità. Presentiamo un ampio servizio sull'argomento, cedendo la parola ai principali addetti ai lavori
Dopo più sei anni dall'approvazione della Legge 68/99 sull'integrazione lavorativa, tutti i soggetti coinvolti hanno qualcosa da dire. E se la maggioranza ne apprezza i contenuti, c'è chi dubita della bontà dell'imposizione del collocamento. Quanto poi all'applicazione - scarsa per le associazioni e i sindacati - sarebbe in miglioramento secondo il Governo.
Niente sembra scontato: l'articolo 14 del Decreto Legislativo 276/03, attuativo delle deleghe riferite alla Legge Biagi è un'opportunità oppure una via di fuga? I Servizi di Integrazione Lavorativa (SIL) sono un necessario filtro nel dialogo con le aziende o una spesa in più? E della 68 si è parlato abbastanza?
Cediamo la parola a Grazia Sestini per il Ministero del Welfare, a Davide Cervellin, forte del ruolo ricoperto per anni nella Confindustria, a Pietro V. Barbieri per le associazioni di persone disabili e ai rappresentanti dei sindacati confederali, senza dimenticare il telelavoro, o meglio lavoro mobile, come l'ha più correttamente definito Fiorenza Scotti.
Intervista a Grazia Sestini
(Sottosegretario al Ministero del Welfare con delega alle Politiche Sociali)
Cosa ha cambiato la Legge 68 sull'integrazione lavorativa delle persone con disabilità?
Si è trattato di un cambiamento culturale, con il passaggio da una modalità di inserimento che definirei impositiva, poco attenta alle qualità delle persone, ad una modalità consensuale. Ed è cambiata anche la strategia di azione: oggi, infatti, è fondamentale la relazione tra le capacità e le attitudini della persona interessata e le esigenze dell'impresa in cui dovrebbe essere inserita. La persona disabile è una risorsa per l'impresa, non può e non dev'essere vista come un problema.
Quali i punti di forza e gli aspetti criticabili della legge?
I punti di forza riguardano proprio il nuovo concetto di "risorsa", come appena definito. Per questo si è dato il via a strumenti che consentono un collocamento mirato, con il rafforzamento della convenzione, che serve per adattare i processi di inserimento lavorativo alle particolari caratteristiche della domanda - nonché del contesto socio-economico locale - all'istituzione di un sistema di incentivi correlato con il grado di invalidità della persona disabile.
Vi è inoltre un apposito fondo regionale per il finanziamento di programmi di inserimento lavorativo e la conseguente istituzione di organismi tecnici. Non vedo punti critici, piuttosto ci sono difficoltà attribuibili a tempi tecnico-amministrativi, che purtroppo si sono allungati. Credo però che sia necessario un po' di tempo per realizzare un cambiamento culturale come quello previsto dalla nuova legge.
È d'accordo nel rilevarne una scarsa applicazione?
In realtà i dati presentati al Parlamento nella relazione annuale sullo stato di attuazione della legge dimostrano che - a quattro anni dall'entrata in vigore - si è recentemente realizzata una vera e propria inversione di marcia, soprattutto per quanto riguarda i processi di inclusione sociale.
Nel dicembre 2003 il numero degli iscritti al collocamento obbligatorio risultava di circa 500.000 persone, oggi quasi 27.000 sono stati avviati al lavoro. Può sembrare un numero modesto, ma dimostra che il percorso è partito positivamente. Vi è inoltre una sempre maggiore integrazione tra i tanti soggetti competenti in queste tematiche, come viene evidenziato dal numero elevato di protocolli d'intesa stipulati fra servizi per l'impiego e i servizi sociali, sanitari della formazione professionale, e dall'alto numero di convenzioni.
Oggi l'Italia ha raggiunto traguardi notevoli in campo normativo rispetto ad altri Paesi europei, ma c'è ancora frammentarietà a livello territoriale nella fase attuativa. Per questo occorre il massimo impegno ad ogni livello istituzionale per garantire la migliore applicazione della legge e, di conseguenza, una maggiore inclusione delle persone disabili.
Quali dati ha in mano il Ministero per monitorare l'atteggiamento degli imprenditori di fronte alla legge?
Certamente questo è un ambito ancora poco esplorato. Possiamo tuttavia segnalare il crescente coinvolgimento del settore produttivo verso queste tematiche sulle quali il nostro Ministero sta svolgendo una forte azione propulsiva.
Proprio sull'inserimento professionale mirato, realizzeremo un progetto di promozione e sensibilizzazione del mondo imprenditoriale nei confronti dei lavoratori disabili, per assicurare loro parità di trattamento e condizioni lavorative non discriminanti.
Inoltre, in collaborazione con Italia Lavoro, il Ministero ha lanciato un progetto sperimentale per una nuova classificazione sulla disabilità, che sta contribuendo a diffondere una nuova cultura dell'occupazione. Alle aziende permetterà di dimezzare i periodi di prova e al lavoratore di essere considerato per le sue effettive abilità. Si tratta di uno strumento strettamente legato all'anagrafe dei lavoratori, prevista dalla Riforma Biagi. L'augurio è che questa sperimentazione contribuisca ad allargare la platea dei soggetti coinvolti nell'integrazione dei disabili.
Intervista a Davide Cervellin
(Già presidente della Commissione Handicap di Confindustria)
Innanzitutto, perché si definisce "già presidente" della Commissione Handicap di Confindustria?
Sono stato presidente della Commissione dalla sua istituzione nella gestione Fossa. Mi ero poi dimesso durante la gestione D'Amato, quando il ruolo della stessa era diventato sterile e ora, da un anno, non è stata più istituita: oggi le aziende devono affrontare problemi gravi che considerano prioritari rispetto alla disabilità.
Ma la Commissione verrà ripristinata?
Non lo so. Ho scritto una lettera a Montezemolo sul ruolo dei disabili nella discussione della competitività. Se ci fossero politiche meno assistenzialistiche e di maggior partecipazione attiva, i soggetti disabili avrebbero un ruolo per lo sviluppo d'impresa. Se ci fossero tecnologie compensative, servizi per uscire di casa, per partecipare attivamente alla vita scolastica, lavorare e non essere semplicemente collocati, i disabili diverrebbero consumatori di beni e servizi, innestando un meccanismo virtuoso di sviluppo economico.
Cosa le verrà risposto?
La politica è sempre più disattenta ai problemi veri e i soldi sono sempre meno, ma presto si dovrà scegliere. Se si continuerà la politica che distoglie una parte della ricchezza prodotta dai "sani" per pagare pensioni, indennità ecc., mantenendo i disabili in posizione parassitaria, e i soldi saranno sempre meno, si arriverà ad un'impasse.
La mia proposta è quella di pensare ai disabili come ad un'occasione per lo sviluppo di un nuovo comparto imprenditoriale. Le invenzioni tecnologiche nascono per rispondere a dei bisogni. Per quale ragione, allora, chi è disabile, e ha quindi un bisogno specifico, non può ottenere un impegno della tecnologia per risolvere il suo bisogno? Inventare un'auto che un non vedente possa guidare significa migliorare, in termini di sicurezza per tutti, le prestazioni dell'auto stessa.
Qual è l'atteggiamento di Confindustria?
È un atteggiamento fortemente difensivo che deriva dalla cultura generale. Un imprenditore che, dalla Legge 482/68, per trent'anni si è visto presentare i disabili come lavoratori imposti, soggetti da collocare perché disabili e non come portatori di abilità e si vede riaffermare lo stesso principio dalla Legge 68/99, vede i disabili come qualcosa di antitetico all'idea stessa di impresa.
C'è un problema di carattere lessicale: in impresa bisogna essere abili, quindi continuare a parlare di disabili significa introdurre da subito un elemento difficoltà nella comprensione. Confindustria ha avuto un ruolo di tamponamento sugli effetti negativi della legge sul collocamento obbligatorio e non si è mai concentrata sulle politiche attive.
Non riesco a capire perché, in Italia, le imprese che ricoprono il settore della disabilità sono piccolissime e quasi tutte localizzate al Nord, dove ci sono meno disabili. Paesi relativamente poco popolati come la Norvegia, la Danimarca o la Finlandia hanno aziende che operano in risposta ai bisogni dei disabili, con una percentuale rilevante per il Prodotto Interno Lordo. Ora anche la Cina sta diventando produttrice di questo tipo di beni, cosicché i disabili italiani - che ne sono consumatori - producono ricchezza in altri Paesi e non in Italia. In tutto questo, che cosa hanno fatto le associazioni dei disabili per rivendicare la piena cittadinanza e il ruolo attivo delle persone disabili?
È vero che l'applicazione della 68 ha subito una recente e positiva inversione di marcia?
È dagli anni Novanta che alcune aziende cercano disabili e non li trovano. Ad esempio, io cercavo persone sorde per un lavoro in un ambiente rumoroso dove disabile è chi ci sente bene e deve mettersi i tappi, ma non ne ho trovato alcuno perché tutti aspettano l'impiego pubblico...
Superata la diffidenza iniziale per cui il disabile è percepito dall'azienda come un peso e dimostrate le capacità specifiche della persona che offre il proprio lavoro, non rilevo alcun atteggiamento discriminatorio. Alcuni invece si fanno assumere e, pur non avendo necessità curative, invocano la Legge 104 per ottenere i permessi retribuiti, che erano previsti per chi necessitava di cure quasi giornaliere, come la dialisi.
Intervista a Pietro V. Barbieri
(Presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap)
Qual è la situazione rispetto all'integrazione lavorativa?
Le politiche sul lavoro vivono un momento complesso nel nostro Paese, perché stanno subendo una transizione. I vecchi uffici provinciali, i Centri per l'Impiego (CPI), che prima sostanzialmente apponevano solo dei timbri, oggi diventano agenzie per l'impiego, che mettono anche i timbri.
Cosa fa la FISH di fronte a questa transizione?
La FISH mira ad avere un'interlocuzione forte con l'Unione delle Province Italiane e il Ministero del Lavoro, per monitorare i trasferimenti di competenza e agire su Italia Lavoro, l'agenzia che fornisce la formazione delle competenze, le softwarizzazioni e altro per i nuovi CPI.
Inoltre, è fondamentale che la FISH rafforzi il proprio fronte territoriale: l'unità associativa, infatti, c'è a livello nazionale, mentre è carente a livello locale, soprattutto provinciale e la debolezza delle nostre associazioni sul territorio apre la porta a fenomeni potenzialmente pericolosi. Ad esempio, in alcune Province sono stati approvati schemi di convenzioni (art. 11, Legge 68 e art. 14 del Decreto Delegato della Legge Biagi) per la durata di ben dieci anni. Ma le convenzioni dovrebbero durare, per legge, al massimo un anno più uno, perché considerate solo un momento di ingresso graduale. Nonostante ciò stia accadendo in molte Province italiane, nessuna delle nostre associazioni si è mossa: una riflessione critica è obbligata.
Il progetto EmpowerNet c'entra con questi obiettivi?
Li incrocia. EmpowerNet [vedi anche DM 152, www.uildm.org/dm/152/voci/48fish.html, N.d.R.] è un progetto della FISH che serve fondamentalmente a dare alle associazioni competenze per saper negoziare e costruire.
In questa fase stiamo puntando ai servizi sociali, ma il discorso vale anche con la Legge 68 e con tutto ciò che, in conseguenza alla riforma del titolo quinto della Costituzione, è trasferito sul territorio. Non c'è praticamente nulla che rimanga a livello centrale, se non la definizione di livelli essenziali. Quindi è evidente che la capacità delle organizzazioni sul territorio è un passaggio fondamentale e il trasferimento di conoscenze, idee e attività è il nucleo centrale di EmpowerNet.
Per i sindacati confederali, abbiamo interpellato Nina Daita, responsabile nazionale dell'Ufficio Politiche per le Persone con Disabilità della CGIL, Luca Pancalli, responsabile nazionale dell'Ufficio H della UIL e Silvia Stefanovichj, coordinatrice del Gruppo Handicap della CISL Nazionale.
La Legge 68
Positivo per tutti è il giudizio sui contenuti della norma, definita «moderna» per la codificazione del concetto di inserimento mirato che adatta le mansioni alle potenzialità del lavoratore disabile.
La UIL sottolinea con soddisfazione la propria partecipazione diretta alla fase preparatoria; la CGIL apprezza le novità dell'allargamento dell'obbligo d'assunzione alle imprese che occupano oltre quindici dipendenti, degli incentivi economici per le imprese che assumono disabili in particolare stato di gravità e delle convenzioni che prevedono percorsi e progetti personalizzati, elaborati con i Servizi di Inserimento Lavorativo.
Per la CISL, infine, la 68 snellisce gli aspetti burocratici e valorizza la cooperazione tra i vari soggetti che entrano in gioco per perseguire l'obiettivo dell'integrazione lavorativa.
L'applicazione della norma
A detta di tutti, l'applicazione è lenta. Secondo la CGIL, ad esempio, la 68 sarebbe entrata effettivamente in vigore solo nel 2000 e, dato il ritardo di Regioni e Province nel recepire il Decreto Legislativo 469/97 in materia di collocamento, la piena operatività della nuova legge risalirebbe al 2001. Lento, secondo la CISL, anche il ritmo degli accertamenti della condizione di disabilità e delle esperienze di analisi dei luoghi di lavoro, condizioni essenziali per un inserimento lavorativo ottimale.
Dal canto suo, la UIL sottolinea preoccupata l'applicazione a macchia di leopardo, mentre la CISL spiega che ciò si verifica per lo stretto rapporto tra la 68, la normativa regionale di riferimento e i processi territoriali di attivazione degli organismi preposti all'organizzazione del sistema di collocamento mirato. Secondo i dati CISL, in provincia di Milano l'attenzione è oggi maggiormente incentrata sulla decisione del Sottocomitato Disabili - costituito in seno alla Commissione Provinciale Politiche Attive per il Lavoro - di ritornare all'avviamento numerico per alcune aziende che, pur avendo stipulato convenzioni, non hanno rispettato i percorsi e sono inadempienti. In Emilia Romagna, invece, il problema maggiore è legato all'inserimento di disabili della sfera cognitiva o affetti da patologie psichiche gravi, a fronte di un buon livello di inserimento di persone con handicap lieve o medio. Sempre per citare altre cifre, la CGIL rileva 11.200 avviamenti al lavoro negli anni dal '99 al 2001 e 27.339 nel 2003.
In generale, secondo la CISL, si assisterebbe a una caduta di attenzione da parte del sistema delle imprese, generato forse anche dall'assenza di un'effettiva politica sanzionatoria. Tutto ciò anche se alcuni risultati positivi sono effettivamente rilevabili in alcune realtà regionali, specie se rapportati con quelli dell'ultimo periodo di vigenza della norma precedente.
Quale disabile nel sindacato
È un lavoratore come gli altri, per il quale la "qualità" di disabile è secondaria rispetto a quella di lavoratore. L'Ufficio Nazionale delle Persone Disabili del sindacato è un servizio di tutela e coordinamento delle tematiche sulla disabilità, sia nel mercato del lavoro che a livello più generale. Esso offre informazioni sulle leggi (amministrative e contrattuali), assistenza nella predisposizione delle pratiche riguardanti l'accertamento e la verifica della condizione, supporto diretto in caso di problemi insorti sul luogo di lavoro, consulenza sulla fruizione di permessi, congedi e benefici, oltre che accompagnamento per la fruizione di diritti legati a formazione, mobilità e integrazione sociale.
Secondo la UIL, le problematiche più frequentemente sollevate negli ultimi anni da persone con disabilità sono legate a situazioni sconfinanti nel mobbing, per cui l'impossibilità di esprimere le proprie potenzialità deriva dalla considerazione aprioristica, da parte del datore di lavoro, della loro assente o scarsa produttività. Numerose anche le difficoltà legate al godimento delle agevolazioni riconosciute alle persone disabili e ai loro familiari (Legge 104/92, art. 33 e successive modificazioni).
Tra le problematiche più frequenti individuate dalla CISL, vi è innanzitutto la necessità di trovare attività (più) confacenti alle caratteristiche e alle abilità della persona. E ancora, la gestione dell'eventuale rapporto con l'Istituto di Previdenza; il rischio di perdita del lavoro in seguito ad un aggravamento della situazione fisica o a causa di crisi e chiusure aziendali; la precarietà di chi è inquadrato con contratti a termine o part-time; l'attivazione dei servizi del dopo di noi; le risposte in settori con competenze differenziate tra vari enti; l'aiuto, infine, nell'interpretare i pronunciamenti delle Commissioni Mediche preposte alla verifica della disabilità.
Cosa fa il sindacato
I sindacati operano quotidianamente sul territorio. Nelle Commissioni Provinciali presso gli Uffici dell'Impiego, dove essi sono presenti insieme ai rappresentanti dell'associazionismo di categoria, continuamente affrontano problemi di scarsa o addirittura mancata applicazione della legge.
La CISL, dopo la lotta per ottenere gli inserimenti mirati, ora punta ad un buon abbinamento tra capacità e mansioni (matching), che possa però essere percepito come tale da chi poi l'inserimento deve gestire, sostenere, accompagnare. Gli strumenti adottati sono gli interventi in azienda per coinvolgere lavoratori e datori di lavoro e gli accordi con le associazioni datoriali e gli istituti.
La CGIL sottolinea il proprio impegno nella promozione di seminari di sensibilizzazione e garantisce continuità nell'organizzazione di incontri con i delegati aziendali al fine di migliorare l'applicazione della legge e la tutela dei disabili in azienda.
Infine, la UIL spiega che - pur riconoscendo esigenze particolari legate al rispetto del collocamento mirato - il problema dell'occupazione delle persone disabili deve diventare un problema "di tutti", contestualizzato nelle politiche generali in termini di occupazione di tutte le persone.
La promozione della Legge 68/99
L’affermazione di Pietro V. Barbieri, secondo cui le associazioni di persone disabili lamenterebbero la mancanza di una seria promozione della Legge 68, in conseguenza della quale la situazione concreta subirebbe cambiamenti significativi, è risultata essere una voce solitaria, scomoda e contestata.
Ad esempio, secondo Grazia Sestini, «il 2003, Anno Europeo delle Persone con Disabilità, è stato importante per la diffusione delle tematiche sulla disabilità al di fuori dell’ambito degli addetti ai lavori. E in particolare è stato importante l’aver inserito tra le priorità a livello nazionale il tema dell’occupazione, sul quale sono stati finanziati molti progetti, fra i quali ricordo quelli promossi dalla Provincia di Torino, di Taranto e da organizzazioni dell’area di Lamezia Terme, in Calabria. Il Ministero si è assunto inoltre l’impegno di promuovere un’azione sperimentale per favorire la migliore applicazione della normativa - soprattutto della Riforma Biagi - anche tenendo conto degli elementi di collegamento con la Legge 68 e considerando le buone pratiche già realizzate sul territorio. Il nostro impegno è quello di continuare a svolgere il ruolo istituzionale in questo settore, investendo risorse umane e finanziarie per assicurare livelli di partenza omogenei e specifiche azioni di promozione e monitoraggio. Seguiremo poi con attenzione le iniziative attivate dalle autonomie locali e dalle realtà dell’associazionismo e del privato sociale. Certo, non dovranno essere trascurate attività informative rivolte alle persone con disabilità, agli operatori e agli stessi datori di lavoro, anche al fine di cogliere gli spazi sempre più consistenti che possono derivare da forme di autoimprenditorialità e di utilizzo delle nuove tecnologie informatiche».
Dal canto suo Nina Daita (CGIL) rileva che «la CGIL, oltre ad aver organizzato molti convegni, ha pubblicato tre manuali sull’argomento e diversi articoli, con risultati, quindi, più che evidenti», mentre secondo Silvia Stefanovichj (CISL), «vi è ancora una forte esigenza di sensibilizzazione del mondo del lavoro. Nei territori, con gradi diversi, collaboriamo con le associazioni di persone disabili in questo settore e condividiamo con loro la necessità di un’attenzione maggiore».
Infine, Davide Cervellin ritiene che «della 68 si sia parlato fin troppo, anche a sproposito. La diffidenza iniziale delle aziende si manifesta nei confronti del disabile protetto da questa legge e non del disabile che lavora. Nel 1980, un’esperienza pilota dell’IBM, dimostrando che i non vedenti - con opportuni adattamenti - possono fare i programmatori, ha permesso l’assunzione di decine di loro in assenza di una legge che lo imponesse. In realtà, i contributi per l’adattamento dovrebbero essere a carico della collettività e non dell’impresa che altrimenti cercherà sempre di evitare l’assunzione di un soggetto che gli costa di più. La 68 (articoli 13 e 14) dice che “lo Stato concorre sull’adattamento del posto di lavoro fino al 50% e in conformità con i fondi disponibili”. Questa è una discriminazione. Alcune Province, anziché usare la legge per l’inserimento dei disabili più gravi, hanno ripartito i fondi tra persone con disabilità ridotte. È più conveniente assumere una persona con la legge per l’apprendistato, che garantisce lo sgravio dei contributi, mentre la 68 dice che contribuirà solo se ci saranno i fondi. Le associazioni, quindi, potrebbero battersi per l’estensione della legge sull’apprendistato ai disabili senza il limite dell’età».
Ricordiamo che secondo l’articolo 14 del Decreto Legislativo (276/2003) di attuazione delle deleghe della Legge Biagi, un’azienda può conferire commesse a cooperative di disabili, sulla base della stipula di convenzioni territoriali, ai fini dell’assolvimento dell’obbligo imposto dalla Legge 68/99.
Grazia Sestini: Si tratta di una misura sperimentale la cui efficacia dovrà essere valutata e non contestata a priori. Insieme agli altri interventi a favore delle persone disabili - come la nuova classificazione ICF - essa può favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. E comunque il ministro si è dimostrato disponibile ad apportare modifiche o ad annullare il provvedimento: si tratta infatti di uno strumento che, come tutti, va valutato in relazione alla sua capacità di assolvere allo scopo.
Davide Cervellin: Sull’articolo 14 vi è stata una battaglia di tipo ideologico, dal momento che per molte organizzazioni sindacali e associative è semplicemente un modo per eludere l’assolvimento dell’obbligo della Legge 68. Secondo me - e secondo Confindustria - si tratta invece di una grandissima apertura che consente all’impresa di verificare la qualità del lavoro senza limitarsi passivamente ad assumere un lavoratore imposto. Inoltre, i disabili con seri problemi di mobilità, residenti in paesini con piccole e medie imprese e scarsi trasporti, non vorranno andare mai in un posto di lavoro normale. È molto più facile per loro farlo in strutture organizzate ad hoc, con pulmini e tutto il necessario. In sostanza, se l’articolo 14 è solo un modo di escludere anche chi vuole lavorare in azienda, allora non mi sta bene. Ma se è un modo per coinvolgere al lavoro anche altri soggetti, che altrimenti non potrebbero farlo in alcun modo, allora mi sembra una buona idea.
Infine, l’articolo 14 è collocato all’interno di una legge generale, non specifica per i disabili e per il processo contro la discriminazione, questo mi sembra un altro passo importante.
Nina Daita (CGIL): La posizione della CGIL sull’articolo 14 è molto negativa ed è stata espressa a tutti i livelli. Con CISL e UIL abbiamo proposto una soluzione per rimediare a questa grave norma, lesiva della dignità delle persone con disabilità. Recentemente è stata assunta anche una posizione unitaria di CGIL, FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Disabili) e FISH che esprime chiaramente il disagio della nostra categoria.
Luca Pancalli (UIL): La UIL, già durante le discussioni preliminari alla Legge 68, espresse preoccupazione nei confronti di una possibile “delega” della soluzione occupazionale delle persone disabili al mondo della cooperazione e dell’impresa sociale. Ferma restando l’importanza che questa è andata assumendo nell’ambito delle politiche generali del lavoro in questo Paese, riteniamo che oggi delegare loro l’assunzione della risposta occupazionale potrebbe rappresentare una sorta di alternativa ghettizzante e vanificante della funzione di integrazione sociale propria del lavoro.
Silvia Stefanovichj (CISL): L’articolo 14 segna un deciso arretramento, rispetto alla Legge 68, della concezione di reale integrazione della persona disabile nel mondo del lavoro. Il meccanismo ipotizzato dalla norma rischia infatti di favorire una sorta di deresponsabilizzazione delle imprese e di sminuire il ruolo delle cooperative sociali, valutate non più come agenti che, curando specifici percorsi formativi, favoriscono l’occupabilità dei disabili, ma come meri ambiti in cui fare prestare attività di lavoro a questi soggetti.
La norma racchiude per altro in sé anche la possibilità di essere un’opportunità di inserimento lavorativo per quelle persone affette da gravi disabilità, che necessitano di percorsi articolati e complessi. Il nodo centrale è rivestito dalla convenzioni tipo - senza le quali la 68 rimane inalterata - stipulate tra gli imprenditori, i servizi per l’impiego, i sindacati e le altre parti interessate, che devono disciplinare l’attuazione della norma. Un adeguato lavoro su questi testi permetterà una corretta gestione, anche attraverso la valutazione del sistema economico e produttivo del territorio e la conseguente definizione dei limiti massimi di applicazione. Lo stesso accordo unitario CGIL-CISL-UIL del febbraio 2004 definisce puntualmente l’ottica di responsabilità condivisa alla base di questo processo e i limiti posti (solo il 20% della quota di riserva e solo in presenza dei servizi necessari).
L’importanza dei SIL
Grazia Sestini: Il ruolo dei SIL (Servizi di Integrazione Lavorativa) è quello di svolgere attività di mediazione, con appositi programmi che tengano conto delle specificità dell’utente. Occorre rilevare una certa disomogeneità a livello territoriale, anche se in alcune regioni tali servizi sono ben strutturati: il progetto sull’articolo 14 del Decreto Delegato della Riforma Biagi può essere un’occasione per realizzare una verifica sullo stato di sviluppo dei servizi.
Davide Cervellin: I SIL sono servizi specializzati per i deficit mentali, ma non hanno competenza per le aree motorie e sensoriali. Inoltre, rappresentano un costo che sottrae gran parte dei fondi destinati al collocamento delle persone disabili. Se i Centri Provinciali dell’Impiego funzionano bene, non capisco perché debba entrare una figura di area sanitaria nella contrattazione di lavoro.
Noi disabili siamo una risorsa, ma con la 68, anziché collocare i disabili, sono stati “sistemati” altri soggetti, come quelli che lavorano nei SIL o i 70-80 mila insegnanti di sostegno!
Pietro V. Barbieri: In questo momento, in cui le associazioni locali non riescono ad organizzarsi, i SIL sono una nota positiva. Quando ben strutturati, si sono mostrati in grado di bloccare anche le convenzioni. Purtroppo ne esistono in poche Province e, dove mancano, le parti sociali che patteggiano e decidono sono la Confindustria e i sindacati.
I sindacati: Con i SIL i delegati dei sindacati, all’interno delle Commissioni Provinciali, hanno rapporti di collaborazione e condividono gli obiettivi dell’agire. Fornendo un’opportunità in più per l’accesso nel mercato del lavoro, sono tra gli interlocutori da valorizzare.
Al giudizio positivo generale, la CISL aggiunge: «Il rischio che a volte si osserva è una chiusura di questi servizi, in una più comoda logica autoreferenziale, dove gli aspetti di “tecnicalità” fanno premio su quelli relazionali».
Intervista a Fiorenza Scotti
(Consulente della Commissione Europea)
Quando aveva senso parlare di telelavoro?
Alla fine degli anni Ottanta e soprattutto negli anni Novanta, quando il termine significava lavorare da casa. Era una grande opportunità per le casalinghe e per i disabili.
Oggi perché non è più così?
Il telelavoro oggi si confonde con il lavoro. La Commissione Europea non usa più questo termine e parla di e-work per indicare il lavoro svolto lontano dal centro principale (da casa, da un call center o da un qualsiasi altro luogo che abbia una spina per il computer e un telefono).
Qualsiasi dipendente che lavora da casa è tutelato come uno che lavora all’interno dell’azienda. Inoltre, oggi, la scelta di lavorare da casa è sempre volontaria da parte del dipendente, mai imposta dall’azienda e può essere di tipo misto, composta di alcuni giorni di lavoro fuori sede e altri in sede. Infine, il lavoratore può rientrare in azienda in ogni momento, è un diritto che gli è garantito per legge.
Come si fa a valutare il successo del telelavoro?
Nel 2002 il 21% dei lavoratori europei erano telelavoratori. Ma sono sempre statistiche difficili perché variano a seconda della definizione dell’oggetto di ricerca. Per esempio, oggi, nel telelavoro - o meglio nell’e-work - includiamo anche gli impiegati dei call center.
Dov’è più diffuso?
In Inghilterra e nei Paesi Nordici è molto sviluppato, ma non è un fenomeno tipico dei Paesi sviluppati, come erroneamente si pensa: in India, infatti, i call center sono molto diffusi.
In Italia invece, pur in presenza di un’ottima legislazione in materia, il telelavoro non si è molto affermato per un discorso culturale, perché i dirigenti temono che il lavoratore, sfuggendo al controllo diretto possibile solo in azienda, renda meno.
Per i disabili non esiste più il telelavoro inteso come lavoro da casa?
Mi sembra oggi più appropriato il termine lavoro mobile (computer e cellulare si possono portare ovunque e sono gli strumenti di lavoro) perché la casa diventa uno dei posti in cui si lavora e non l’alternativa al lavoro in azienda. Il lavoro mobile è ormai più che affermato, quasi tutti i lavoratori escono dalla sede magari per convegni o appuntamenti saltuari, e non è più indirizzato in particolare ai disabili. È un’opportunità di lavoro in più solo per il disabile che non si può muovere da casa.
È facile trovare lavoro mobile?
Il primo scoglio è trovare lavoro. Che poi questo si concretizzi in telelavoro, telelavoro parziale o lavoro in azienda, è un fattore secondario. Non si può dire: non trovo lavoro, allora trovo un telelavoro. A monte c’è il discorso della professionalità e della formazione. Quasi tutti ormai sanno usare Internet e la posta elettronica, ma per far cosa? Occorre specializzarsi.