DM 154 - APRILE 2005 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Anatomia di un piccolo boom

di Riccardo Rutigliano

 

Ne ha fatta di strada, anche in Italia, l'hockey su carrozzina elettrica, dopo i primi passi negli anni Settanta! Una ricca cronistoria dedicata allo "sport dei miodistrofici"

 

Può uno sport che vanta meno di 150 praticanti essere considerato prossimo al grande salto di qualità? Se dovessimo applicare il metro comune, bisognerebbe rispondere sicuramente di no. Centocinquanta atleti, acquisiti in poco più di dieci anni di storia, sono briciole di fronte alle grandi cifre a quattro o addirittura a cinque zeri mosse da discipline come il calcio, il basket, il ciclismo, il tennis, ormai consolidate nella prassi e nella cultura sportiva (peraltro tuttora carente) italiana.

A dire il vero, i numeri sono così bassi da non costituire una minaccia nemmeno per sport con una base di praticanti assai meno nobile, come il pugilato, la lotta o il tiro con l'arco. Eppure, esistono seri presupposti per ritenere l'hockey su carrozzina elettrica, o electric wheelchair hockey nella dizione inglese che si va affermando a livello internazionale, come uno sport alle soglie di un piccolo ma significativo "boom".

Naturalmente occorre riportare subito l'argomento entro precisi ambiti e altrettanto precise cifre: perché stiamo parlando di uno sport praticato da disabili e di conseguenza la base di leva è senz'altro molto più ridotta rispetto a quello che può esserlo in uno sport per normodotati. Di più. Questa disciplina è rivolta in modo preponderante ai portatori di una specifica patologia: la distrofia muscolare, insieme alle malattie ad essa connesse.

Detto questo, resta comunque da analizzare un trend in crescita sia a livello nazionale che internazionale, pur tra mille ostacoli distribuiti senza distinzioni tra confini nazionali e ribalta extra-italiana.

I primi passi

L'hockey su carrozzina elettrica è nato quasi per caso nei primi anni Settanta: alcune scuole per studenti disabili del Nord Europa incominciarono ad organizzare lezioni di educazione fisica rivolte principalmente a giovani con severo handicap fisico-motorio. A causa delle limitate possibilità atletiche di questi ragazzi, dovute soprattutto alla ridotta forza muscolare, venne scelto un gioco nel quale essi potessero usare un'attrezzatura di materiale estremamente leggero (nel nostro caso una mazza e una pallina da unihockey o, all'estero, floorball). Si aggiunse poi un attrezzo più specifico, lo stick.

Questa disciplina, a causa della grande somiglianza con l'omonimo sport, venne chiamata hockey, con l'aggiunta della specificazione che si trattava di hockey "su carrozzina", mentre successivamente venne anche accostato al nome l'aggettivo "elettrica", per sottolineare che i partecipanti facevano uso esclusivo - nella vita e nella pratica sportiva - di questo ausilio.

In Olanda, dopo alcuni tornei-pilota negli anni 1978-79, partì nel 1982 il primo autentico Campionato Nazionale. Successivamente, nel 1987, si svolse in Germania il primo torneo internazionale e quattro anni dopo questo nuovo sport arrivò anche in Italia, fino al 1997 quando, dopo la disputa del primo Campionato italiano, si svolse a Milano il primo vero torneo a carattere internazionale, che vide il debutto della Nazionale azzurra.

In continua crescita

Oggi si sta concludendo il decimo Campionato Italiano e ci siamo messi alle spalle, nel 2004, la kermesse iridata che si è svolta in Finlandia, appuntamento che ha rappresentato anche il primo Campionato del Mondo "ufficiale" di questa disciplina. E i mondiali finlandesi dovrebbero diventare una sorta di pietra miliare per favorire la nascita di un'autentica Federazione Internazionale.

In Italia, per contro, ottenuta nel 2003 la tanto attesa affiliazione alla Federazione Italiana Sport Disabili (l'attuale presidente della FISD Luca Pancalli sembra credere molto in questa disciplina), si sta tentando di dirimere gli ultimi intricati nodi che ancora impediscono al movimento di spiccare compiutamente il volo. Uno sport in piena crescita, dunque.

Certo, sui campi da gioco è ancora possibile di tanto in tanto imbattersi in turbolenti genitori che, nel sostenere il proprio figlio-atleta, spesso trascendono i limiti della buona educazione e del convivere civile. Vedere questi personaggi, normalmente amorevoli (e ragionevoli) padri e madri di ragazzi disabili, scagliarsi dai bordi del campo con fare minaccioso verso arbitri e avversari, fa sinceramente male al cuore. Senza dimenticare che altrettanto spesso il rettangolo di gioco viene avvelenato dalle faide esistenti tra alcune squadre, che antepongono il proprio interesse particolare ai bisogni di tutto il movimento.

Una vera scelta di vita

Problemi di immaturità dell'ambiente, certo. Ma forse, per comprendere questi atteggiamenti, occorre risalire alla dimensione sociale di questo sport.

Per molti di questi atleti (e di riflesso per le loro famiglie) il wheelchair hockey, infatti, non è stata una semplice scelta sportiva, quanto una scelta di vita. Giornate vuote si sono improvvisamente riempite, azioni di gioco prima seguite solo in TV si sono tradotte come per magia sul campo e gli interpreti erano proprio quegli stessi ragazzi che una malattia estremamente penalizzante costringeva quasi all'immobilità. Un'immobilità che riguardava non solo le loro membra, ma anche i loro spostamenti. Ora, giocando a hockey, i distrofici viaggiano indubbiamente molto di più. Anche perché, essendo le squadre praticanti poche e mal distribuite lungo la penisola, i gironi nei quali si suddivide il Campionato impongono spesso trasferte impegnative.

Questo non significa che il wheelchair hockey debba però tralasciare ogni possibile tentativo per allargare il numero e la consistenza geografica delle squadre partecipanti. Perché "muoversi è bello", ma quando a disabili con serie complicazioni respiratorie e cardiache sono richieste trasferte che superano i quattro-cinquecento chilometri, il gioco comincia a farsi un po' troppo duro: non dimentichiamo che alcuni di questi atleti esibiscono orgogliosamente gole segnate da autentiche tracheotomie, attraverso le quali sono collegati ventiquattr'ore su ventiquattro ai ventilatori meccanici posizionati dietro le carrozzine.

Sarebbe un errore tuttavia pensare che la FIWH (Federazione Italiana Wheelchair Hockey), dopo aver raccolto il testimone dalla WHL, cioè la Lega che fin dal 1995 si è assunta il compito di gestire il wheelchair hockey nel nostro Paese, non si sia mai posta questo problema e non abbia tentato di porvi rimedio. Purtroppo essa si è dovuta scontrare con molteplici impedimenti.

Ostacoli superati e da superare

Pensiamo ad esempio all'iniziale partnership con un Ente di promozione sportiva - stretta dalla stessa WHL per l'organizzazione del Campionato - che non ha dato i risultati sperati e anzi ha rallentato non poco ogni possibile processo evolutivo, con una serie di problemi - occorre dire - causati anche dalle diatribe insorte "storicamente" all'atto dell'annuale suddivisione delle squadre nei diversi gironi (solitamente tre).

Non secondario poi, tra gli elementi di turbativa connessi a questi ultimi aspetti, l'approccio sospetto di alcuni rappresentanti-accompagnatori di questi sportivi (e in questo caso raramente si tratta di genitori) che hanno utilizzato con troppa disinvoltura e opportunismo i problemi fisici dei propri atleti affetti da distrofia di Duchenne, la già descritta e più grave forma di distrofia, per evitare forse l'inserimento all'interno di gironi ritenuti "scomodi".

Oggi la FIWH, trasformatasi in autentica Federazione da poco più di un anno e sgravata da alcune delle più pressanti esigenze organizzative dopo il già citato "matrimonio" con la sorella maggiore WHL, si appresta a un impegno assai più intenso sul piano della diffusione e della divulgazione della propria disciplina, potendo anche contare sull'apparato comunicativo di una FISD a sua volta fresca reduce da una svolta epocale, la trasformazione in CIP, Comitato Paralimpico Italiano.

Inoltre, la Federazione del wheelchair hockey sta cercando di percorrere strade innovative, spostando la sfida portata da questo specialissimo sport anche nella quotidianità.

Se da questo punto di vista è stata persa purtroppo la grossissima opportunità di sfruttare la cadenza nel 2004 dell'Anno Europeo dell'Educazione Attraverso lo Sport, fallendo l'opportunità di instaurare un legame scuola-wheelchair hockey, altre strade sono state intraprese in maniera più soddisfacente. È accaduto ad esempio in Sicilia, dove sulla spinta del locale rappresentante FIWH, è stata istituita in più di un Comune la figura inedita del "garante per la disabilità" che si occuperà di tutelare i diritti dei "diversamente abili". Sempre in Sicilia, a Palermo, è stato inaugurato il primo impianto sportivo intitolato ad un giocatore di hockey su carrozzina elettrica, il compianto portiere della Nazionale Pietro Di Giglia.

Ma naturalmente l'allargamento della base geografica e la soluzione dei principali problemi organizzativi (relativi a corpo arbitrale e giustizia sportiva) non esauriranno i compiti che la FIWH sa di dover portare a termine nell'atto di essere ammessa a tutti gli effetti allo sport ufficiale.

Le due anime del wheelchair hockey

Si tratta, ad esempio, di riuscire a fare coesistere le due anime dell'eletric wheelchair hockey: il legittimo desiderio di primeggiare dei giocatori con maggiore forza residua (quelli che utilizzano la mazza, per intenderci) e l'esigenza prioritaria di consentire la partecipazione, una partecipazione dignitosa, anche agli atleti che possono prendere parte al gioco solo grazie allo stick, lo speciale attrezzo che, applicato alla carrozzina, consente loro di colpire la palla.

È una questione molto più complessa di quello che potrebbe sembrare: questo sport, infatti, è nato principalmente per loro, per i ragazzi con distrofia di Duchenne, che non hanno forza sufficiente nemmeno per stringere una leggera mazza di plastica, ma solamente per guidare la propria carrozzina elettrica. L'allargamento ai giovani con forme di distrofia differenti dalla Duchenne - che potesse consentire anche ad essi una pratica sportiva altrimenti impossibile - è stata un'evoluzione naturale della disciplina, utile tra l'altro per permettere ai giocatori che utilizzano lo stick la possibilità di un minimo di gioco di squadra. In seguito, però, soprattutto all'estero, si è scelto di ammettere anche atleti con patologie del tutto diverse, senza creare speciali categorie o meccanismi tutelanti.

In Italia la WHL ha rifiutato fin dalla sua nascita questa filosofia, riservando questo sport ai disabili affetti da distrofia muscolare o a patologie ad essa assimilabili per forza fisica. Niente paraplegici o amputati, quindi. A meno che non accettassero di giocare con lo stick, ovviamente.

Non si tratta certo di una specie di "razzismo di ritorno", intendiamoci: grande rispetto per queste categorie di disabili, ma obiettivamente la differenza che passa tra la forza presente nelle loro braccia e in quelle di un distrofico è di fatto identica a quella che intercorre tra un atleta con distrofia e un normodotato. Praticamente incolmabile!

Il concetto stesso di patologie assimilabili alla distrofia, tuttavia, è sempre stato fonte di diatribe nel movimento italiano, in quanto non esistevano strumenti idonei a valutare la forza fisica e la mobilità degli atleti. Già nel suo primitivo statuto la WHL aveva previsto l'istituzione di una Commissione per l'accertamento delle patologie e delle potenzialità fisiche, la cui costituzione si è dimostrata però uno degli scogli più difficili da superare per la Lega hockey prima e per la neonata FIWH poi. Uno scoglio molto più arduo e impegnativo del previsto. Nel frattempo, alcune squadre avevano cominciato a schierare tra le proprie fila elementi border-line, quando non proprio marcatamente fuori regola, togliendo la possibilità di giocare ad autentici distrofici e soprattutto ai giocatori con lo stick. Occorreva quindi correre ai ripari, rendendo la disciplina il più "aperta" possibile (secondo la cultura dei padri fondatori di questo sport, contraria ad ogni "barriera"), ma disciplinando allo stesso tempo la partecipazione degli atleti. Agendo cioè in modo tale che coloro per i quali l'hockey su carrozzina elettrica era nato venissero adeguatamente tutelati.

Il sistema dei punteggi

E così il Consiglio della Lega decideva all'inizio della stagione 2002-2003 l'introduzione di un sistema di punteggi che, in attesa che la Commissione preposta terminasse i suoi lavori, avrebbe sanato le ormai palesi disparità tra le squadre.

Naturalmente l'arbitrarietà dell'assegnazione di tali punteggi è stata un'ulteriore fonte di polemiche nel litigioso mondo del wheelchair hockey italiano, ma la scelta della WHL è stata corroborata dal dato di fatto che i valori del Campionato non sono stati stravolti in seguito all'introduzione della nuova normativa: ad esempio, nel primo Campionato dell'"era dei punteggi" il titolo è andato ancora agli allora campioni in carica dei Blu Devils Napoli (tra i meno favorevoli all'introduzione della nuova normativa), mentre sicuramente aumentato è risultato invece l'equilibrio delle singole partite del torneo.

Forte di questo successo, confermato anche nella stagione 2003-2004, che ha visto l'avvento della Commissione Medica, la FIWH ha spostato allora la battaglia sul terreno internazionale. Perché non è affatto pacifico che la linea italiana venga accettata dai maggiorenti stranieri i quali sono sì soddisfatti dei risultati organizzativi conseguiti dagli italiani e del loro impegno nella diffusione di questo sport, ma sono anche ben decisi a difendere la propria "visone sportiva" dell'electric wheelchair hockey.

Come ben sa lo stesso presidente della FIWH Antonio Spinelli - spesso bersaglio in Italia di attacchi violenti e ingiustificati - l'incontestabile apprezzamento dei partner stranieri per la gran mole di lavoro svolta dai rappresentanti italiani nel CIF (il Comitato che lavora alla nascita della Federazione Internazionale) insieme alle nazioni più attive, è destinato a sbiadirsi non poco quando si tratterà di far digerire a tedeschi e olandesi (ma soprattutto a questi ultimi) un approccio a questo sport decisamente lontano dalla logica del best player, per la quale si tendono a schierare sempre e comunque i migliori in ogni ruolo, indipendentemente dalla patologia.

La visione olandese dell'electric wheelchair hockey è per questo contraria - soprattutto a livello di Nazionale - alla limitazione dei giocatori con mazza ai tre quinti dei componenti di una squadra (espediente atto a costringere le squadre all'impiego in campo di un secondo giocatore con lo stick, oltre al portiere, obbligatorio) oltreché all'introduzione di un sistema di punteggi, sia per i giocatori che per squadra. Questo perseguimento ad ogni costo del cosiddetto Top level spaventa non poco le squadre italiane, come già era accaduto prima dell'ingresso nell'italica FISD, della quale si temeva una possibile tendenza, non suffragata dai fatti, a sacrificare lo sport di base sull'altare della rincorsa al risultato eclatante, della vittoria paralimpica.

La "nuova frontiera"

Ma la FIWH guarda avanti, forte dei dati che dimostrano come - malgrado tutte le difficoltà, che hanno portato anche alla scomparsa di società "storiche" - il numero delle squadre iscritte al Campionato si mantenga più o meno invariato ed anzi ogni anno si assista alla nascita di almeno una nuova compagine.

La "nuova frontiera" è rappresentata dalla conquista alla causa hockeistica di regioni importanti quali la Toscana, la Puglia o l'Abruzzo che possano costituire naturali "cuscinetti" per le squadre delle regioni limitrofe, ora fatalmente isolate e costrette a spostarsi con notevole sacrificio nei gironi esistenti.

Un ruolo importante - verrebbe da dire fondamentale - può giocarlo a questo scopo, e sotto molti altri aspetti, il presidente nazionale UILDM Alberto Fontana, in carica dal giugno del 2004, che tra le altre cose è il primo presidente della UILDM ad aver praticato (e a praticare tuttora) questo sport.

E difatti Fontana, dopo la sua elezione, ha cominciato subito a dedicare attenzione al fenomeno hockey in carrozzina, cercando innanzitutto di ricomporre le diatribe esistenti tra la Federazione e alcune delle squadre, che a causa di incomprensioni e rancori si erano allontanate dal movimento. Ci sono gli interessi di molti giocatori, che sono distrofici e soci UILDM, da difendere. Una discesa in campo in forma ufficiale, quella di Fontana.

Allo stesso modo, cioè con la stessa autorevole e ferma volontà di riportare "lo sport dei distrofici" nell'ambito della più grande associazione di riferimento in Italia per queste patologie, è pensabile che il nuovo presidente agisca al fine di coinvolgere finalmente un numero consistente di Sezioni della UILDM nell'ambito del wheelchair hockey. L'Associazione, infatti, può vantare ben 71 Sezioni sparse per l'Italia e tra queste soltanto 10 intrattengono attualmente rapporti o hanno contribuito alla nascita di una squadra di hockey in carrozzina. Eppure, quello del tempo libero dei giovani distrofici è uno dei grossi problemi di ogni realtà UILDM sul territorio. Perché allora una Sezione si deve arrendere così facilmente all'idea di non poter costituire una squadra? La molla deve scattare anche e soprattutto negli stessi giovani, stimolo e motivazione per la nascita di una compagine presso la propria Sezione di appartenenza.

Niente male per uno sport così "piccolo"!

Ad ogni modo nei giocatori già tesserati si continua a respirare l'entusiasmo di sempre e la stessa sana voglia di giocare che ha finora caratterizzato ogni stagione. E questo 2005 è un bel banco di prova per il nostro movimento, grazie soprattutto alla prima edizione dei Campionati Europei - ospitata proprio nelle scorse settimane dal nostro Paese - ineguagliabile opportunità per ritagliarsi attenzione ad ogni livello e importante chance anche per la Nazionale azzurra che con la medaglia di bronzo conquistata a Roma si è confermata una volta di più tra le migliori squadre del mondo.

Non va dimenticato infatti che l'Italia era stata terza anche ai Campionati Mondiali di Helsinki, tutti risultati ottenuti ad onta delle varie polemiche e di un'attività abbastanza limitata dai fondi a disposizione.

In definitiva, qualche problema di crescita, certo. Ma soprattutto risultati, entusiasmo, ambizioni: niente male, per uno sport piccolo piccolo!