DM 154 - APRILE 2005 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Il richiamo della catastrofe

di Enrico Lombardi

 

Una vera e propria orgia di immagini e filmati amatoriali per il tragico maremoto in Estremo Oriente: stiamo forse andando verso una nuova forma di catastrofico reality-show?

 

Una delle accuse che vengono rivolte ai mezzi di comunicazione di massa del nostro Paese è quella di essere troppo catastrofisti. Di indugiare troppo sulle cattive notizie, arrivando ad atti di vera e propria morbosità. Un'accusa che tutto sommato condividiamo. Basti pensare al proliferare di trasmissioni di "cronaca" che ci ripropongono in continuazione analisi di delitti irrisolti, prospetti psicologici di presunti serial-killer, interviste a pseudotestimoni che di solito hanno la credibilità di un imbonitore del vecchio west...

Recentemente, poi, abbiamo dovuto assistere ad un altro fenomeno che si sta diffondendo sempre di più. Quello del filmato amatoriale. La cosiddetta "testimonianza agghiacciante". Ne abbiamo avuto un esempio - anzi molteplici esempi - con la tragedia del maremoto in Asia. Lo tsunami ci è stato mostrato in tutte le angolazioni possibili, con tanto di rallentamenti e fermi immagine da sembrare un "episodio dubbio" degno di una puntata del Processo di Biscardi. Certo, il dovere di cronaca, e quello di ascolti, impone ai direttori dei telegiornali di mandare in onda documenti ritenuti interessanti. Ma qui si è passato il limite.

La cosa più inquietante di questa situazione, poi, non è stata rappresentata tanto dalle immagini che, inutile nasconderlo, vanno a stuzzicare la morbosità dei telespettatori, quanto piuttosto dal fatto che si trattasse di video amatoriali, fatti cioè da persone comuni: turisti, passanti, impiegati del catasto ecc. Questo vuol dire, tornando all'esempio del maremoto, che mentre l'onda cambiava la geografia di mezzo continente, spazzava via interi villaggi, uccideva in un colpo solo centinaia di migliaia di persone, c'era qualcuno che riprendeva il tutto tranquillamente, come se non si trattasse di un episodio apocalittico, ma della prima comunione del nipotino.

Si potrà dire che chi stava facendo quelle riprese non si rendeva conto della gravità della cosa, anche se, almeno in alcuni dei filmati mandati in onda, è palese che si è indugiato, e molto, sulla furia delle onde che si portava via numerose persone.

Qualche settimana prima eravamo rimasti stupiti davanti alle immagini - anche queste amatoriali - del terremoto in Giappone. In quel caso furono mandate in onda scene che documentavano la paura delle persone durante una forte scossa. Abbiamo così potuto vedere bambini e insegnanti di una scuola elementare piangere insieme, commessi e clienti di un supermercato fuggire alla ricerca di un riparo e altre scene di questo tipo.

Ora sono due le cose che principalmente ci viene in mente di chiedere. La prima, la più ovvia e scontata, è se queste persone, che a quanto pare girano sempre con una videocamera sotto mano, in frangenti così tragici e drammatici non abbiano proprio niente di meglio da fare che mettersi a riprendere. Ad esempio mettersi in salvo, magari provare ad aiutare qualcuno...

L'altra cosa, meno scontata ma forse più inquietante, è perché? Perché questi signori davanti ad eventi così gravi sentono il bisogno di documentarli con una ripresa televisiva? Forse sono degli esibizionisti in cerca di fama e notorietà, anche se non ci è mai sembrato, né prima né dopo la trasmissione dei filmati, di averne sentito nominare l'autore. Forse lo fanno per poi mostrarli agli amici durante le lunghe serate d'inverno. Del resto, bisogna ammettere che in natura non esiste niente di più noioso di una serata in casa di amici con la proiezione, con tanto di commento, delle diapositive delle vacanze. Vuoi mettere con una bella tempesta di vento che spazza via tutto quello che incontra?

O non dipenderà anche dal fatto che questo tipo di filmati risultano molto appetibili e quindi ben pagati dai telegiornali di tutto il mondo? Se così fosse, allora gli interrogativi aumenterebbero, diventando ancora più inquietanti. Bisognerebbe cioè chiedersi perché noi, come spettatori, siamo attratti da questo tipo di immagini. Sadismo? Bisogno di esorcizzare paure inconsce? Semplice morbosità? O forse perché dopo il reality sentimentale, quello culinario, quello da naufraghi, quello sportivo e qualche altra decina di tipo diversi di cui non siamo a conoscenza, è la volta di lanciare il reality catastrofico?

 

E dopo il fenomeno segnalato da Enrico Lombardi, con le telecamere e le cineprese per alcune settimane completamente "spalancate" sulla tragedia, non fa forse riflettere allo stesso modo "l'assordante silenzio" dei mass-media a pochi mesi dai fatti?

 

(Stefano Borgato)