di Patrizia Bertini
Per creare una vera Società dell'Informazione, democratica e accessibile, non servono nuove parole o abbellimenti puramente estetici, ma una nuova cultura fatta di soluzioni funzionali ed efficaci
Questa riflessione nasce da una discussione telematica dedicata all'accessibilità, nel corso della quale veniva contestata la moda di creare neologismi per definire le persone con disabilità, coniando termini senza spessore concettuale e la cui unica motivazione è il cercare di abbellire nominalmente quello che della realtà, in fondo, non si riesce o non si vuole accettare e trattare in maniera matura e coscienziosa.
L'analisi sociolinguistica della creazione di graziosi neologismi che riabilitino (ohibò, per chi? perché?) il concetto di disabilità che la società moderna ha stigmatizzato per una sua forma di ignoranza (nel senso di non-conoscenza), evidenzia come per molti sia ancora difficile approcciarsi in maniera spontanea e matura alla disabilità.
E del resto, la creazione di neologismi del genere non è altro che la conseguenza della primitiva paura del "diverso" insita nell'Uomo. Ciò che è diverso spaventa perché è sconosciuto, perché non rientra nei canoni che la società e il consumismo ci hanno inculcato attraverso i mass media e le immagini patinate delle riviste.
Tanta è la paura del diverso che nel neologismo in questione questa diversità viene addirittura enfatizzata e sottolineata! E così il dis-abile, persona priva di una qualche abilità, diventa un divers-abile, una persona dalle abilità diverse. Ma diverse da chi? La ridondanza semantica diventa un'arma psicologica per sconfiggere le paure primitive. Si inventa un nuovo nome apotropaico per nascondere alla propria coscienza la propria superficialità e immaturità.
Solo quando le persone impareranno a chiamare le cose con il proprio nome, senza imbarazzi, sarà possibile iniziare a fare quel cambio di prospettiva e quella rivoluzione di cui tanto ci sarebbe bisogno per creare una Società dell'Informazione democratica, fondata sull'info-inclusione.
Si parla sempre dei disabili come di una categoria omogenea, composta di tante persone non ben identificate. Ma i disabili non sono affatto omogenei, come non lo sono gli abili. Siamo tutti estremamente eterogenei: basti pensare alle condizioni con cui accediamo a Internet. Qualche semplice annotazione: siamo diversi nelle postazioni - PC, palm, cellulari - nelle dotazioni tecnologiche, nelle preferenze dei tipi e delle versioni dei software, dell'hardware e del sistema operativo, abbiamo velocità di connessione differenti, diversi settaggi del browser, nonché browser diversi e versioni differenti dello stesso browser.
Il web, quindi, è un universo estremamente variegato le cui striature possono essere tracciate solo con pseudogeneralizzazioni. E dal canto suo, l'accessibilità serve non a creare omogeneità, ma a realizzare l'idea di un'omogenea opportunità di fruizione delle informazioni e dei servizi.
In sostanza, quello che serve non è altro che una nuova cultura: perché oggi non mancano le competenze per la creazione di una vera Società dell'Informazione, manca appunto una nuova cultura che cerchi soluzioni funzionali ed efficaci e non fronzoli e virtuosismi estetici, affinché venga valorizzata l'informazione, il contenuto e non il contenitore.
Perché la Società dell'Informazione esige contenuti efficaci, efficienti e democraticamente a disposizione di ogni singolo cittadino.