di Stefano Borgato
Una serie televisiva di successo, come La squadra di Raitre, un delitto la cui autrice è una persona con sindrome di Down. Che sia la "caduta di una barriera"? Forse sì, visto come è stato trattato il tema
Era il novembre del 1997 quando Stefania Delendati scriveva in DM: «Se un disabile è presuntuoso, arrogante, egoista, pettegolo e rompiscatole, gli tolgono pure il diritto di essere una persona insopportabile. Una creatura "senza macchia e senza peccato": questo è il suo destino. Un modo come un altro per tenere i portatori di handicap da parte, diversi dai normali sempre e comunque».
E in conclusione, citando un'altra intervista, l'autrice - pure lei disabile - auspicava che un giorno «venisse girato un film con protagonisti dei disabili cattivi, per far capire alla gente che handicap non è necessariamente sinonimo di bontà».
Ebbene, otto anni sono passati e qualche mese fa sembra proprio che ci siamo arrivati! È successo in una puntata della Squadra, serie poliziesca del giovedì di Raitre, ambientata nella Napoli di oggi e sicuramente uno dei prodotti seriali più legati alla realtà e meglio confezionati, nel non esaltante panorama televisivo di questi anni.
Storie di degrado, di integrazione difficile, l'ombra costante della camorra e la cronaca nera che insistentemente reclama i suoi diritti. Non mancano certo gli spunti agli sceneggiatori della Squadra che li sanno cogliere bene. Non c'è quindi da meravigliarsi che sia stata proprio questa fiction a dare una risposta positiva a quella vecchia richiesta di Stefania Delendati.
Accade infatti che nella puntata del 28 aprile ad assistere al "delitto di turno" vi sia una coppia di giovani persone Down, la cui posizione appare subito delicata. La vittima è un pluripregiudicato, sfruttatore di donne e altro, che dopo avere scontato l'ultima condanna, si "nasconde" in un garage privato - di cui è il custode - per continuare i propri traffici. Ben presto i sospetti iniziali lasciano il posto alle certezze e l'assassina si rivela proprio essere la giovane donna con sindrome di Down, che una volta molestata, reagisce con violenza estrema, ferendo a morte il suo aggressore con un pesante oggetto e raccontando poi la verità al suo ragazzo che sino alla fine tenterà di coprirne l'azione omicida.
Certo, qualche "rete di protezione" non è mancata agli sceneggiatori; basti pensare alla vittima del delitto che non è certo una persona dalle troppe sfumature o da lasciare grandi rimpianti: una vera "canaglia a tutto tondo", quasi a suggerire che per lui una sorte del genere prima o poi sarebbe arrivata in ogni caso. Ma la storia - come la maggior parte di quelle Squadra - è raccontata bene, in modo asciutto, evitando le insidiose trappole della retorica, sia prima che dopo la scoperta dell'omicidio.
Qualche giorno dopo anche "la Repubblica" si accorge di questo piccolo evento televisivo, fornendo una preziosa informazione: la sceneggiatura della puntata è stata seguita da vicino da Andrea Canevaro, consulente scientifico dell'Associazione Italiana Persone Down, docente di pedagogia speciale all'Università di Bologna e personaggio ben noto in Italia nell'ambito dell'integrazione.
Che dire ancora? Si può realmente parlare della "caduta di una barriera"? Forse sì: un'operazione intelligente, con le giuste collaborazioni, collocata all'interno di un prodotto televisivo di grande fruizione. Si può insomma essere soddisfatti.