di Gianfranco Bastianello
Certo, qualcosa è cambiato da parte dei gestori di strutture turistiche, nei confronti di chi si presenta con problemi di disabilità. Questo però non impedisce di vivere ancora varie situazioni curiose o paradossali
Niente ferie lunghe, la scorsa estate, ma una serie di piccoli ricordi - tra il serio e il sorridente - tutti da raccontare.
Ho cominciato presto a sondare la zona del Garda, dove volevo passare una settimana a farmi la riva del lago da nord a sud e da Veneto a Lombardia. Da buon "handy organizzato", ho mirato la ricerca verso strutture abbordabili economicamente prima, posizionate adeguatamente poi, con la premessa di non aver cercato quelle pubblicizzate con il logo dei disabili. Le ricerche iniziali sono partite via Internet, le seguenti telefonando direttamente ai vari hotel, pensioni, agriturismo.
Onestamente devo dire che l'approccio dei gestori delle strutture, nei confronti di chi già si presenta come disabile, è senz'altro cambiato in positivo. Non sono più "terrorizzati", anzi ho trovato una piacevole e assoluta normalità. Insomma, sono stato trattato come un cliente normale.
Non so se sia perché la zona del Garda ha più turisti con problemi motori, ma devo dire che un buona parte delle strutture interpellate erano attrezzate con stanze per disabili. Le mie domande standard erano chiare: niente scalini, porte ampie, doccia a pavimento, spazio manovra in bagno.
Quando però si verificano decine di strutture, oltre a risposte più o meno professionali, può capitare di imbattersi nella nonnina di turno, come mi è successo interpellando un agriturismo di nuova apertura...
«Buongiorno, avete una camera dal... al...?». «Sì sì, c'è posto». «Signora, ho un problema, sono in carrozzina, avete una camera accessibile, con doccia a pavimento?...». Risposta imperturbabile in dialetto: «Sì sì gavémo ea camara pa' i andicappai co' tuti i argagni dentro...». Per chi non riuscisse a decifrare l'ultima parola, in questo caso argagni va inteso come ausili...
No comment, divertente però! Ovvero: anche gli anziani sono stati scaraventati nel mondo dell'accessibilità, senza però spiegare loro come atterrare!
Il resto dell'estate, quando avevo un attimo di tregua, l'ho trascorso bazzicando fra le sagre paesane, battendo un po' tutto il Nordest (Veneto, Friuli e Trentino).
In questo campo c'è ben poco da scoprire. Infatti, dopo una sagra, tutte le altre si somigliano un po': bancarellari e loro cianfrusaglie, stand di oli, vini, miele, formaggi, sempre quelli. Per finire, prima che cominci la solita orchestra serale, ci si siede sperando di mangiare qualcosa di tipicamente locale. Ma non c'è! Già, perché l'unica differenza sostanziale la si può notare fra la carne e il pesce.
Nelle feste paesane ai margini del mare, si finisce col mangiare il pesce fritto (definita "grigliata mista"), che vista la tipologia della cucina e dell'affollamento esistenti, in genere si consuma "lesso", quasi freddo e di scarsa qualità. In tutte le altre sagre, i maiali sono le vittime sacrificali, con varianti minime o inesistenti tra grigliate, costicine, salsicce e braciole. Ultimamente - per variare - sono arrivati il pollo ai ferri e il formaggio alla piastra.
Qui va detto che nelle sagre a base di carne la qualità del prodotto varia parecchio e il trucco per star bene è nel guardare con attenzione i manifesti pubblicitari esposti. Infatti, se la festa è organizzata dalla Pro Loco, dal Comune o da qualche partito, aspettatevi salsicce e porzioni mignon, costicine mini, tutto-osso-niente-carne. Se invece la festa è organizzata dalla parrocchia, si può andare sul sicuro: già i prezzi sono leggermente più bassi, ma le porzioni sono senz'altro più abbondanti e ricche.
E le verdure? Le patate fritte non mancano mai, poi ci sono i funghi champignon (non i porcini...) e da quest'anno ho notato l'arrivo dei fagioli lessi (alla Tex Willer, con cipolla).
Il problema che ha un handy in questi casi è legato alla struttura ove si trova lo stand enogastronomico. Da qualche anno, infatti, per evitare brutte sorprese atmosferiche, gli organizzatori noleggiano delle tensostrutture le quali, però, vengono spesso allestite su campi di calcio o in terra battuta, per motivi di spazio.
Nella quasi totalità dei casi, poi, la struttura è decentrata rispetto ai parcheggi, con la conseguenza che chi è carrozzato o chi cerca di avvicinarsi di più deve armarsi di pazienza e affrontare una sorta di "Camel Trophy"! Con la mia "faccia di plastica" ho optato per l'avvicinamento con la vettura, vivendo così qualche deliziosa scenetta.
Premessa d'obbligo: il ruolo di parcheggiatore, in genere, viene affidato a persone diciamo... "di secondo piano". Viene consegnato loro un giubbino catarinfrangente e una bandierina rossa. A questo punto si sentono di impersonare quasi il ruolo di un comandante della Polizia Stradale, con tutto ciò che ne consegue...
«Ferma, ferma, vada di là, qui non può passare, parcheggi in fondo...». «Scusi, sono in carrozzina, vorrei avvicinarmi, sennò mi impantano con le ruote...». «Ah, è un invalido... Venga, venga, passi, ecco metta lì, no più vicino, ehi tu spostati che c'è un invalido, ecco signore la metta lì». Se potesse, a questo punto mi lascerebbe parcheggiare all'interno del tendone...
Una variante è quando il parcheggiatore si mette ad urlare ad un collega più vicino al tendone: «Toni, varda che gh'è un invalido, varda de sistemarlo...».
E così, al termine di un'estate con poche ferie e molto lavoro, riflettevo su questa sensibilità forse un po' "grezza", ma che però non guasta, anzi. Personalmente la vivo in maniera divertente, con il sorriso sulle labbra.