a cura di Stefano Andreoli
Tra i personaggi interpretati da Tomas Milian - creatore negli anni Settanta del celebre Monnezza - vi è anche un inconsueto disabile. Ed è proprio a lui che dedichiamo questa volta il nostro "bestiario"
Un attore poliedrico in un genere monodimensionale: troppo vaga come definizione per un cruciverba. Allora potremmo dire che il nome del personaggio destinato a diventare, nel bene e nel male, una delle più celebri icone del cinema italiano, è la traduzione in romanesco di trash, "spazzatura", il termine con cui ormai si definisce - come una sorta di marchio DOC - "il meglio del peggio" (o il peggio o il meglio? mah!) della produzione nostrana di genere, razza cinematografica estinta ormai da due decenni.
Stiamo naturalmente parlando di er Monnezza, l'inconsueto maresciallo di polizia Nico Giraldi (entrato anche nell'Enciclopedia Treccani), dall'abbigliamento bizzarro e dal passato censurabile (era stato ladro di borgata), con cui Tomas Milian spopolerà in un interminabile ciclo diretto da Bruno Corbucci - da Squadra antifurto (1976) a Delitto al Blue gay (1984) - sorta di variante comica (la spalla di Milian era Bombolo) del cosiddetto poliziesco autarchico.
Un genere che negli anni Settanta - decennio d'oro del "poliziottesco", in cui nacque e si esaurì - venne pesantemente stigmatizzato come "fascista": al centro della storia c'è sempre un commissario di polizia che si svena per acciuffare malviventi di ogni sorta, rimessi in libertà dal sostituto procuratore. Ma nonostante tutto, lui solo contro tutti e contro la legge che gli lega le mani, alla fine riesce sempre a sgominare i banditi di turno.
Il carattere monodimensionale di questi film è in realtà il motivo per cui sono tanto amati: dal pubblico "di destra" che oggi come allora si identifica nel poliziotto stile "braccio-violento-della-legge-al-servizio-del-cittadino" e in tempi più recenti anche dal pubblico "di sinistra", dato che il contenuto ideologico è in realtà un semplice pretesto (magari corrivo e un po' rozzo) per legare assieme le scene di azione, vera spina dorsale dei polizieschi autarchici, grazie all'ottimo livello di mestiere e di padronanza tecnica dei registi.
Torniamo dunque a Monnezza: che c'entra con la disabilità? In effetti niente, ma ci è servito per introdurre la figura di Tomas Milian, un attore versatile, istrionico, inventivo come pochi e come pochi capace di attraversare in lungo e in largo, da quello "aristocratico" a quello "plebeo", il cinema italiano tra gli fine degli anni Cinquanta e i primi anni Ottanta.
Da allora Tomás Quintin Rodriguez è tornato a lavorare negli Stati Uniti, Paese nel quale (lasciata a 23 anni la natia Cuba nel 1955) si è formato artisticamente, studiando recitazione a New York presso l'Actors Studio, per diventare in seguito, grazie al western prima e al poliziottesco poi, er cubbano de Roma.
Tra i personaggi interpretati/creati da Milian, prima e durante il ciclo di Monnezza, e sotto certi aspetti ad esso complementari per la comune origine sottoproletaria, vi è la figura del malvivente Vincenzo Moretto, gobbo e cappellone, protagonista di Roma a mano armata (1976).
Il commissario Tanzi (Maurizio Merli, attore con buone doti atletiche che finì però per lavorare solo in questo ruolo, «kamikaze della violenza di Stato», lo apostrofa la sua donna) gli dà la caccia, convinto che il Gobbo sia in combutta con Ferrender, imprendibile boss della malavita marsigliese, ritenuto la causa delle violenze che insanguinano Roma.
Lo raggiungono al mattatoio, dove lavora come macellaio, ma il Gobbo non ha intenzione di parlare. Allora l'assistente del commissario gli dice: «Attento Moretto, che la gobba non porta più tanta fortuna»; la replica è sarcastica: «Se è per quello, manco 'e corna!». Segue pestaggio e arresto, che però Moretto riuscirà ad evitare fingendo un tentativo di suicidio nella stazione di polizia.
Dopo varie peripezie, Tanzi (che ha dovuto da solo sgominare una rapina in una banca per essere riammesso in servizio dal vicequestore Ruini) irrompe nel magazzino di stracci dove il Gobbo si riunisce con i suoi: Moretto però lo immobilizza e gli confessa d'aver ucciso Ferrender. Per salvare Tanzi ci rimette la vita il vicecommissario Caputo (il bravo Giampiero Albertini) freddato dal Gobbo, che a sua volta verrà ucciso da Tanzi.
Racconta il regista Umberto Lenzi, che alla fine della prima proiezione di Roma a mano armata il pubblico protestò rumorosamente per la morte del Gobbo, ucciso alle spalle, e Maurizio Merli, arrabbiatissimo per non aver ricevuto il favore popolare, scoppiò in un pianto dirotto!
La passione con cui Milian fece di questa figura una sua creatura (al pari di quello che avverrà con Monnezza) spingerà il produttore Luciano Martino - visti anche gli incassi - a reintrodurlo l'anno successivo in un ruolo molto simile, ma più cesellato, nella Banda del Gobbo, uno dei sei film con l'attore cubano diretti da Lenzi tra il '74 e il '77.
Milian qui si sdoppia interpretando i gemelli Marazzi: Sergio, detto er Monnezza (un ladruncolo di borgata che lavora da uno sfasciacarrozze, la "prima vita" del futuro Nico Giraldi) e Vincenzo, il Gobbo, che però è un gran "dritto".
Ritornato a Roma dalla latitanza in Corsica, Vincenzo entra in contatto con una banda (l'albanese, er sogliola e Perrone) per svaligiare il furgone portavalori della Banca di Roma: il colpo riesce, ma i tre scappano col bottino convinti di averlo ammazzato. Grazie però all'aiuto di Maria, una prostituta che lo ospita a casa e con cui intreccia una relazione, e di Sergio, Vincenzo riesce a vendicarsi dei tre. La polizia (il commissario Sarti è interpretato da Pino Colizzi) lo scova assieme alla sua banda, ma dopo una sparatoria il Gobbo fugge con un'auto dei poliziotti, facendo perdere le sue tracce nel Tevere e mettendo per l'ennesima volta nel sacco la "madama". Prima di tornare "primula rossa", fa però recapitare a Sergio un pacco di soldi con una lettera nella quale si scusa per averlo trattato duramente, «la gobba non mi ha fatto crescere il cuore».
Sequenza chiave del film è quella in cui Vincenzo porta Maria allo "Scarabocchio", un esclusivo locale notturno frequentato dalla Roma bene. Sale in pista e comincia a ballare, dimenandosi in modo plateale e provocando l'ilarità degli altri clienti che cominciano a sfotterlo.
Lui prima si lascia schernire, poi quando qualcuno dei ricconi comincia a lamentarsi per lo sconcio, imbraccia il "ragioniere" (il mitra) e solo in mezzo alla pedana, dà al piccolo drappello di borghesi impauriti la propria personale interpretazione della lotta di classe in chiave "trucida": «Ha ragione quel signore là, noi siamo gentaccia. Lo sbaglio più grande de noi poveracci è che andiamo a ruba', a fare rapine, e magari pure ad ammazza', per essere come voi che venite quà per far vedere chi ha più soldi, chi c'ha er brillocco [il brillante] più grande. Ma allora lo sbaglio non è nostro, è vostro, perché date er cattivo esempio! E se date er cattivo esempio, la colpa è vostra e se la colpa è vostra bisogna eliminarvi, capito?! Io ve potrei ammazza', ma nun me va, troppo facile, ve vojo fa capì che le cose materiali non sono importanti».
Poi, anziché Marx, cita i versi di una canzone di Venditti (Sora Rosa): «che forse un giorno chi magna troppo adesso / possa sputa' le ossa che so' sante». E chiosa: «Invece Marazzi Vincenzo, gobbo de Roma, dice: "Io quelle ossa ve le vojo fa caga'! Ve le vojo fa caga'!"». E in effetti, dopo averli tutti derubati, li imbottisce anziché di piombo, di una notevole quantità di lassativo.
Insomma il gobbo interpretato da Milian è un ottimo esempio di come: a) un personaggio disabile si possa amare in quanto "cattivo"; b) l'handicap del personaggio finisca per sopperire agli handicap di sceneggiatura, di ambientazione, di recitazione ecc. di film a basso costo.