DM 156 - OTTOBRE 2005 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Integrazione scolastica difficile

a cura della Redazione di DM

 

Si snoda tra difficoltà e successi, passione e rabbia, il percorso dell'integrazione scolastica nel nostro Paese. E spesso dimentichiamo che dall'estero c'è chi studia con interesse il nostro "modello"...

 

È da tempo che lavoriamo alla stesura di un dossier sull'integrazione scolastica delle persone con disabilità, un tema complesso, in costante evoluzione e che in particolare negli ultimi mesi è stato oggetto di accese discussioni.

Alla luce di tutto ciò e per poter offrire ai nostri lettori un quadro analitico aggiornato e chiaro, abbiamo interpellato alcuni tra i maggiori esperti italiani in materia, che attraverso le loro esperienze dirette nel settore, ci hanno aiutato ad affrontare il tema da prospettive diverse.

Siamo partiti quindi con una sorta di introduzione storica che prende in esame l'evoluzione dell'integrazione scolastica in Italia, entrando poi nel merito delle istanze più attuali, attraverso considerazioni legislative, applicative e pratiche. Valutazioni che oggi non possono prescindere dall'approvazione della Riforma Moratti (Legge Delega 53/2003) e dei Decreti Delegati ad essa collegati, senza dimenticare le manifestazioni di protesta svoltesi nelle scorse settimane. Queste ultime vertevano soprattutto su quegli aspetti specifici della riforma che determinerebbero tagli ai fondi per l'integrazione, un numero sempre troppo esiguo di insegnanti di sostegno e la permanenza di una realtà scolastica che propone strutture ancora non adeguate.

Quest'anno poi, in piena estate (periodo non certo tra i più favorevoli...), era stata diffusa anche la significativa Nota Ministeriale (prot. 4798/05), nella quale il Ministero richiamava l'attenzione sul dovere di programmazione dell'integrazione scolastica da parte di tutti i Consigli di Classe nella loro globalità, senza che alcun insegnante, dirigente o direttore possa sentirsi esonerato da questo compito.

E in ogni caso, a sostenere in prima fila la protesta contro la Riforma Moratti sono oggi soprattutto le associazioni dei genitori di studenti con disabilità che operano sul territorio, senza la cui collaborazione e partecipazione attiva la realtà di una vera integrazione sarebbe ancora più lontana. Sono queste associazioni e gli Enti Locali, infatti, quei tasselli divenuti fondamentali nella composizione di questo complesso puzzle, benché ancor oggi - anche da questo punto di vista - la realtà italiana si presenti molto diversificata, contrapponendo zone in cui questa collaborazione è viva e operosa ad altre ove tali sinergie sono totalmente assenti.

Ai preziosi contributi che pubblichiamo in questo numero (un'intervista a Salvatore Nocera, vicepresidente della Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap; un contributo di Maria Rita Dal Molin, presidente dell'Associazione Integrazione ONLUS; un'intervista con Andrea Canevaro, dell'Università di Bologna; assieme alla testimonianza di un genitore e ad un box con le principali "parole chiave" dell'integrazione), daremo un seguito nel prossimo DM, quando cederemo la parola anche alle associazioni degli insegnanti e, qualora lo volesse, allo stesso Ministero che per il momento non ha sentito l'esigenza di partecipare a questo dibattito, benché da noi più volte sollecitato.

Buona forma, scarsa sostanza

Intervista a Salvatore Nocera

(Vicepresidente della FISH - Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap)

 

Quando si incomincia a parlare di integrazione scolastica in Italia?

Alla fine degli anni Sessanta, sulla spinta emotivo-ideologica dei movimenti del Sessantotto. Già nel 1971 il Governo emana la Legge 118 che prevede la necessità per tutti di adempiere l'obbligo scolastico nelle scuole comuni (art. 28). Da qui, in pochi anni, trenta-quarantamila studenti passano dalle scuole speciali a quelle comuni inizialmente ancora prive di servizi. Infatti, il passaggio avviene per scelta delle famiglie e degli operatori dei centri speciali e grazie alla disponibilità eccezionale degli insegnanti delle elementari, dove hanno luogo le prime sperimentazioni.

Poi, nel 1977, la Legge 517 prevede sia una programmazione didattica gestita dagli organi collegiali della scuola sia una programmazione amministrativa che coinvolge scuola ed enti locali. Non dimentichiamo che è questo il periodo in cui inizia il decentramento in Italia, i Comuni acquistano maggiore autonomia e competenza in materia assistenziale e scolastica, ponendo problemi di coordinamento tra servizi statali e locali. Nasce allora la prassi delle intese fra scuola, Unità Sanitarie ed Enti Locali.

 

A quando risalgono le svolte successive?

Nel 1982 una legge crea i posti in organico di diritto per le attività di sostegno nella scuola media e materna. Quanto alle superiori, cominciano i casi di ragazzi integrati dalle elementari che non trovano scuole pronte ad accoglierli.

Nel 1986, una scuola superiore, dopo avere accettato un alunno con disabilità, ritiene inopportuno fargli ripetere una classe, non riconoscendo un diritto all'integrazione nelle scuole superiori comuni. La famiglia ricorre alla Corte Costituzionale la quale emette la famosa Sentenza 215 del 1987, che personalmente definisco la Magna Charta dell'integrazione scolastica, dove sono indicati una serie di principi costituzionali in base ai quali anche gli studenti con disabilità grave hanno diritto alla frequenza della scuola superiore, con i necessari interventi didattici, ma anche socio-assistenziali e sanitari.

In quegli anni, il Ministero dell'Istruzione decide di intervenire sulla formazione degli insegnanti di sostegno, occupandosi invece troppo poco della formazione degli insegnanti curricolari. È del 1992 la Legge quadro 104 sui diritti dei disabili, nella quale all'integrazione scolastica sono dedicati ben sette articoli.

 

Oggi cosa sta succedendo?

La normativa specifica non è stata modificata né ridotta, anzi per certi versi è stata migliorata. Ad esempio, la Legge 333/2001 fissa una scadenza per la presentazione delle richieste per il sostegno, chiarendo un punto contraddittorio. La normativa successiva, fino al 2004, ha ulteriormente precisato sia il diritto alle deroghe nel caso in cui si chiedano più ore di sostegno di quelle standardizzate, sia il diritto ad avere una classe più ridotta (fino a venti alunni quando in classe ve n'è più di uno con disabilità e fino a venticinque quando ve n'è uno solo).

La Riforma Moratti non ha ridotto queste garanzie perché tutti i testi di essa, sia la Legge 53/2003 che i vari Decreti Delegati emanati, contengono un rapido ma preciso richiamo ai diritti dell'integrazione scolastica ai sensi della Legge 104/92.

 

Quindi le norme ci sono. E allora per garantire l'integrazione scolastica, su cosa bisogna puntare?

Negli ultimi anni si pensa sempre di più a migliorare la qualità dell'integrazione. La FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) ha individuato tre indicatori che permettono una misurazione qualitativa.

Gli indicatori strutturali, cioè relativi ai fatti previsti dalla normativa o dalle buone prassi, devono essere realizzati dalla scuola prima ancora che l'alunno entri in classe (l'eliminazione delle barriere, la composizione della classe, la scelta dell'aula, la nomina dell'insegnante di sostegno e di eventuali assistenti per l'autonomia e la comunicazione a carico degli Enti Locali, la predisposizione di un collaboratore scolastico per l'assistenza igienica, l'acquisto di ausili e sussidi).

Un problema sempre acceso è quello relativo all'obbligo della formazione degli insegnanti curricolari. Oggi - con la recente approvazione dei Decreti Delegati sulla formazione in cui si fa esplicito riferimento a questa necessità - un primo passo importante è stato fatto, al quale però bisognerà dare una concreta attuazione.

Altri indicatori sono quelli di processo, ovvero i fatti, sulla base delle norme e delle buone prassi, che permettono di dire se l'intervento di integrazione sia corretto e a quali livelli di qualità si ponga (minima, quando sono rispettati gli aspetti fondamentali, ad esempio che ci sia la diagnosi funzionale).

Gli indicatori di risultato, infine, permettono di valutare i risultati dell'integrazione, tenendo conto non solo degli apprendimenti, ma anche della crescita in autonomia nella comunicazione dell'alunno (capacità di capire e farsi capire dagli altri), della maggiore capacità di socializzare con gli altri (accettare e farsi accettare) e dell'aumento degli scambi relazionali (capacità di instaurare rapporti stabili significativi, di tipo affettivo, con i compagni, anche al di fuori della classe).

 

Ma chi si occupa di misurare la qualità?

La Riforma Moratti prevede tra l'altro che le scuole si autovalutino ed è prevista anche la costumer satisfaction, ovvero la valutazione delle famiglie. Probabilmente l'Invalsi (Istituto Nazionale per la Valutazione dell'Istruzione) sarà presto incaricato dal Governo di garantire un'analisi oggettiva della qualità e i criteri per questa valutazione l'Invalsi li sta già cercando.

La FISH ha preteso dal canto suo che venisse costituito un primo gruppo di lavoro per vagliare tali criteri e un secondo per formulare in modo tecnicamente valutabile gli indicatori di qualità strutturali, di processo e di esito. Siamo quindi in fase di elaborazione.

 

Qual è la situazione attuale dal punto di vista dell'applicazione delle leggi?

Parte della normativa non è rispettata. Mancano interventi ispettivi seri che ne obblighino il rispetto. Penso soprattutto alle norme per la nomina degli insegnanti di sostegno, agli obblighi degli Enti Locali di fornire assistenti per l'autonomia e la comunicazione o il trasporto, alla tempestività con cui le ASL debbono garantire la diagnosi funzionale, ma soprattutto la collaborazione alla compilazione del profilo dinamico e del PEI (Piano Educativo Individualizzato), oltre che delle loro verifiche. La motivazione addotta per queste carenze è quella dei tagli eccessivi alla spesa pubblica.

Normalmente l'ASL per la diagnosi funzionale non interviene più, gli Enti Locali tentano di negoziare le proprie unità di personale per gli interventi a scuola e l'amministrazione scolastica cerca di ridurre le ore di sostegno rispetto agli anni precedenti. Devo però osservare che le statistiche dimostrano come - dal 1997 in poi - i numeri del sostegno non si siano sostanzialmente ridotti e la media rimanga di un insegnante di sostegno ogni due alunni con disabilità. Ovviamente mi riferisco a dati che riguardano non già gli organici di diritto, ma quelli di fatto con le deroghe, perché se guardassimo ai primi avremmo circa il 50% dei posti in meno rispetto a quelli che di fatto abbiamo (162.000 alunni con disabilità e circa 83.000 insegnanti di sostegno). Mancando però una programmazione seria, il 35-40% degli insegnanti, soprattutto al Nord, non sono specializzati.

 

Complessivamente, quindi, sembra un bilancio difficile...

Onestamente non si può dire che l'integrazione scolastica vada male in Italia. Ricevo quotidianamente messaggi, raccolgo denunce ai convegni, ma non bisogna dimenticare che i casi segnalati sono una minoranza rispetto alla totalità delle esperienze, molte delle quali sono "casi di eccellenza", sia perché vengono rispettate effettivamente le norme sia perché c'è impegno professionale e anche una grossa tradizione di servizi efficienti soprattutto al Nord d'Italia e in qualche rara zona del Sud.

Certo, non dovrebbe essere la geografia a decidere sulla qualità dell'integrazione, bensì la volontà politica dell'amministrazione e la capacità professionale degli operatori. Per questo scopo le famiglie e le associazioni come la FISH si adoperano e continueranno a farlo incessantemente.

Pensiamolo competente

di Maria Rita Dal Molin

(Presidente Associazione Integrazione ONLUS di Villaverla - Vicenza)

 

L'Associazione Integrazione (www.pedagogiadeigenitori.org), che si occupa di integrazione scolastica e sociale prevalentemente di minori disabili, si è costituita nel 2000 per volere di un gruppo di genitori e dell'assessore ai Servizi Sociali del Comune di Villaverla (Vicenza).

Tra le testimonianze raccolte nel corso di questi anni nel nostro foglio informativo «Il Petalo Azzurro», alcune parlano di progetti di integrazione divenuti strumenti didattici e pedagogici, altre raccontano l'amarezza, i disagi e le poche soddisfazioni anche di insegnanti e operatori addetti all'assistenza, oltre che delle famiglie.

Ma sono le esperienze riuscite di integrazione quelle che si rivelano particolarmente significative. Quando raccontando una storia si riesce a fare italiano, matematica, geografia e quant'altro, si avvia l'inserimento all'interno di una classe. I compagni si sentono partecipi perché coinvolti, mentre la disabilità, prima vissuta come un problema e un ostacolo, diventa una risorsa e lo diventa perché è una sfida quotidiana, un impegno che ci mette in discussione e che ci chiede di "starci dentro".

Per noi l'integrazione è un valore che se decidiamo di vivere non può lasciare indifferenti, non può suscitare pietismo, perché fa parte della nostra anima, del nostro cuore. Cosa proponiamo? "Semplicemente" contesti di normalità in tutti gli ambiti, l'abbattimento delle barriere mentali, l'incontro e la condivisione.

Nel 2001 abbiamo presentato il progetto La pedagogia dei genitori, che propone la valorizzazione e il riconoscimento scientifico dell'esperienza di questi ultimi. Il genitore è la prima persona che dà fiducia al proprio figlio, possiede un sapere che gli vuole comunicare per costruire insieme il suo progetto di vita. Genitori e tecnici insieme - nel rispetto dei singoli ruoli - possono fare la differenza e pensare al bambino con occhi nuovi: pensiamolo competente, come suggerisce il nostro consulente psicopedagogista.

Per questo motivo, come associazione, proponiamo delle alleanze con le istituzioni, certi che la strada dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie vada percorsa insieme. Siamo convinti infatti che le persone possano fare la differenza, ma che sia necessario crederci tutti: solo così, forse, tra qualche anno avremo veramente realizzato l'integrazione.

Una buona resistenza

Intervista ad Andrea Canevaro

(Docente di Pedagogia dell'Università di Bologna)

 

Che ne pensa della Riforma Moratti, in riferimento all'integrazione?

Dal mio punto di vista siamo di fronte ad un arretramento, in primo luogo perché la riforma, con l'introduzione del tutor scolastico, non tiene conto della collegialità, che era stata una grande conquista. Inoltre, perché vengono creati dei percorsi personalizzati, che a guardar bene nascondono dei percorsi individuali, non individualizzati. E tra questi due termini c'è un abisso: infatti, se il primo indica un percorso separato, il secondo ne indica invece uno adattato allo scopo di arrivare insieme alla conclusione di un percorso educativo e formativo.

Infine, un ulteriore indebolimento delle prospettive di integrazione arriva anche dal fatto che la riforma prevede sì dei percorsi con un nucleo comune, ma anche delle attività a scelta individuale...

 

Sembra un panorama desolante...

Probabilmente sì. C'è da dire però che chi opera nella prospettiva dell'integrazione ha continuato e continua a farlo, anche se con meno fiducia. Il clima che si respira non è di grande entusiasmo, ma non si rinuncia ad impegnarsi per l'integrazione e questo mi sembra un elemento di conforto, proprio grazie al quale in questo momento ritengo che l'integrazione non abbia fatto passi indietro rispetto alla realtà che conoscevo e che conosco.

Un ruolo molto importante, poi, lo rivestono le associazioni, che hanno dimostrato di aver capito sia che il loro ruolo nel sostegno all'integrazione è fondamentale, sia che devono essere capaci di rifiutare tentazioni come quelle di emergere in solitudine, solo per il rafforzamento della propria realtà, e decidere di stare insieme.

 

Volendo giudicare la qualità dell'integrazione oggi, nella prospettiva di un processo teorico di sviluppo (e non di regressione), a che stadio ci troviamo?

Posso dire che c'è stata una buona resistenza. Un certo collaudo ci ha consentito di andare avanti, di creare una situazione basata e rivolta tenacemente all'integrazione. I piccoli "sabotaggi" ci sono, inutile nasconderli, ma non bisogna farsi prendere da uno sconforto eccessivo. Certo, esiste la possibilità di fare qualcosa che funzioni meglio, ciò che, a mio parere, parte proprio dalla questione degli insegnanti, della didattica, del reclutamento, del rinnovo dei quadri e così via. Il quadro delle competenze nell'azienda scuola - come si usa ormai purtroppo dire - è l'elemento fondamentale.

Chiaro che se prendiamo degli indicatori di riferimento, come la titolarità e la competenza degli insegnanti specializzati, allora vien da dire che siamo proprio in una brutta situazione.

 

E dal punto di vista delle "buone prassi"?

Se facciamo riferimento a questa dizione cara all'Europa, vediamo che nel nostro Paese abbiamo diversi validi esempi, ma non una "buona prassi", ovvero un'organizzazione complessa stabile, una buona organizzazione per tutti, che tenga conto delle differenze di genere, età, condizione sociale, prestazioni, provenienze geografiche e culturali.

Per fare un esempio, nelle ferrovie non c'è una buona prassi, perché ci sono richieste di percorsi separati: la necessità di avvisare ventiquattr'ore prima, la possibilità di prendere solo alcuni treni e non tutti, la presenza di accessi alle stazioni che non sono certo ideali.

Allo stesso modo, anche per gli insegnanti, agendo con un piano preciso affinché vi sia una buona prassi di competenze, in una decina d'anni si può arrivare a dei risultati. Se invece si continua ogni anno ad assistere a improvvisazioni, si continueranno ad avere "buone azioni" e "buoni esempi", ma non "buone prassi".

 

Le risulta che l'apertura di nuove scuole speciali nel nostro Paese sia un fenomeno in crescita?

Sarebbe senz'altro molto pericoloso, ma non ho la percezione che si tratti di un fenomeno diffuso. So che ci sono alcune scuole di questo tipo, ma penso che siano poche, altrimenti sarebbe un vero e proprio "sabotaggio all'integrazione".

Quello che noi abbiamo fatto con l'integrazione è stato di portare degli strumenti speciali dentro un'organizzazione ordinaria, senza escludere quindi la necessità di avere delle attività speciali, o se si vuole specifiche. Vorremmo però che questo accadesse con una modalità integrata nei percorsi didattici degli altri bambini e bambine. Non facendo ciò, infatti, si ricreerebbe la condizione di chi - con prospettiva tecnicistica - pensa che le scuole separate consentano di avere competenze tecniche che raggiungono meglio i soggetti, ovvero una posizione che non tiene conto di quell'individualità e originalità che nei soggetti dovrebbe dominare. Per esempio, dire che le persone con sindrome di Down sono tutte uguali e necessitano della stessa competenza sarebbe una cosa priva di senso. È necessario immaginarlo invece come un processo che va attuato attraverso un percorso individuale.

Proprio la sindrome di Down, inoltre, ci permette di capire meglio l'avanzamento che è stato fatto in questi anni. Venti o trent'anni fa, chi avrebbe potuto immaginare soggetti con sindrome di Down capaci di operare in aziende, di essere dei lavoratori autonomi sul piano sociale, capaci di produrre e di pagare le tasse? Esserci arrivati è un frutto dell'integrazione, non certamente delle scuole speciali, visto che in altri Paesi che le hanno conservate - peraltro ben organizzate - si rileva un inserimento lavorativo di persone con sindrome di Down assolutamente marginale, quasi nullo.

 

Oltre a quelle di tipo "tecnicistico", vi sono poi scuole speciali a sfondo assistenziale...

Esattamente. In esse si pensa che i ragazzi con disabilità non stiano bene nella scuola, che impediscano agli altri di avere una scuola "che i normali meritano" - e lo dico con amarezza - e allora vengono messi altrove e assistiti. Questo però mi sembra un esempio che non può gratificare nessuno ed è per questo che lo ritengo molto pericoloso. Come cittadino - ma anche come persona che ha un compito di studio a carattere scientifico - ritengo doveroso segnalare che un'operazione di restaurazione delle scuole speciali sarebbe assolutamente fallimentare.

Per quanto riguarda comunque la questione dell'integrazione, va chiarito che non siamo i soli ad operare in questo senso, ma che godiamo della compagnia di molti altri Paesi. Certo, siamo osservati e "studiati" da molte parti - anche con parecchio interesse - ma forse siamo anche un po' incapaci di capire che questo interesse andrebbe coltivato, proprio migliorando sempre la qualità dell'integrazione e dedicando ad essa tutte le nostre energie.

Affidarsi alla fortuna

Durante una riunione dove si parlava di integrazione scolastica, mi è capitato di sentire un'insegnante dire: «È stata una grande conquista, sono stati ammessi alla scuola di tutti!».

Questo è vero, oltretutto in Italia possiamo contare sulle migliori leggi europee per quanto riguarda l'integrazione di bambini in situazione di handicap a scuola. Peccato però che alle leggi non sia seguita un'adeguata preparazione degli insegnanti, un cambiamento di mentalità e che a distanza di tanti anni, a scuola, non siano chiamati ancora bambini, studenti, ma "down", "spastici", "cerebrolesi". Ci fermiamo ancora al deficit e non si riesce a vedere la persona che ha sentimenti, voglia di esserci, di partecipare, di apprendere, di dare, di condividere.

Io sono una mamma che non è ancora riuscita a vedere l'integrazione del figlio a scuola: le insegnanti pensano infatti che il divario tra mio figlio e la classe sia troppo grande. Egli viene quindi affidato totalmente all'insegnante di sostegno perché si pensa che tenerlo in classe sarebbe una noia per lui e un disturbo per gli altri, privandolo dell'apprendimento per imitazione e della socializzazione nello stare con i compagni. E così viene portato dall'insegnante nella cosiddetta "aula di sostegno"... Ma allora, dov'è l'integrazione, l'essere stati ammessi alla scuola di tutti?

Questi bambini potrebbero diventare una risorsa per gli altri, sperimentando forme diverse di linguaggio e di apprendimento, di ricerca di nuove strategie di comunicazione, di convivenza e di umanità. Questi bambini avrebbero bisogno di punti fermi di riferimento, di continuità e invece ogni anno si devono fare i conti con le graduatorie e, se si è fortunati, l'insegnante di sostegno cambia una volta all'anno e si è costretti a ricominciare daccapo. Parliamo poi di insegnanti che spesso non hanno alcuna preparazione e accettano l'incarico solo per poter lavorare.

Così si perde tempo prezioso per bambini che hanno diritto all'istruzione come gli altri e non solo ad essere ammessi alla scuola di tutti.

 

Una mamma dell'Associazione Integrazione ONLUS di Villaverla (Vicenza)

INTEGRAZIONE: LE PAROLE CHIAVE