di Edoardo Facchinetti
Fa ancora paura il tema della sessualità legato a quello della disabilità? Una riflessione che prende spunto dalla figura dell'assistente sessuale operante in alcuni Paesi europei e che cerca di sollevare alcuni quesiti
Sono un cooperatore sociale affetto da tetraparesi spastica, socio della UILDM di Bergamo e frequentatore dell'ambiente della prostituzione. Ho letto con attenzione l'articolo di Piero Stettini in DM 154 (La strada del rispetto, in www.uildm.org/dm/154/societa/02sexweb.html) riguardo al tema degli assistenti sessuali per le persone disabili e scrivo per dare voce al dibattito auspicato dal giornale.
Ritengo le argomentazioni trattate convincenti, di buon senso e reali. Ciò che non mi convince è quando Stettini afferma che le operatrici o gli operatori sessuali non terrebbero conto dei sentimenti dei propri utenti e questo potrebbe creare maggior sofferenza negli assistiti. Vorrei solo aggiungere che questo atteggiamento - il rischio cioè di non tener conto dei sentimenti dei propri assistiti, atteggiamento dettato per altro dal ruolo professionale - è comune in tantissime altre forme di assistenza. Lo si chieda agli assistenti domiciliari, ai terapisti della riabilitazione... O si pensi a certi metodi della fisiokinesiterapia, come il Bobath, a mio avviso ancora più invasivi e più "militareschi" (che vogliono cancellare l'handicap, altro che superarlo!).
Mi rendo conto di affrontare uno dei temi più delicati: la libertà della scelta di cura e la libertà dei sentimenti. Ma la domanda focale è questa: perché questo tipo di argomentazioni si affrontano solo quando emerge il tema della sessualità? Non sarà forse che affrontare tale questione, per lo più legata alla disabilità, fa ancora "paura"? È ancora tabù? Il nostro immaginario collettivo non è ancora culturalmente pronto?
La mia opinione personale è che ogni tipo di contatto, anche il più professionale, non è mai neutro o neutrale. Quando si svolgono professioni in cui è implicita la relazione umana, non può non esserci implicazione sentimentale o emotiva. Anche in una relazione terapeutica o assistenziale. E allora che cosa si fa? Si evita ogni trattamento terapeutico, ogni forma assistenziale alla persona? Direi che bisogna semplicemente attrezzarsi della capacità di discernere il lato professionale da quello emotivo e personale. Capacità richiesta da tutti i professionisti, ripeto, che trattano con la persona (disabile e non).
Ho la sensazione per altro che quando si parla dell'argomento "sessualità e handicap", la preoccupazione maggiore sia quella di sottolineare il fatto che la persona disabile possa innamorarsi del proprio assistente, sessuale in questo caso. Ma io mi chiedo: primo, non potrebbe succedere il contrario? Secondo, perché non preoccuparsi dello stesso rischio che corrono le persone normodotate che ricorrono alla prostituzione?
Una persona adulta, capace di intendere e di volere, seppur portatrice di limitazioni fisiche, è pur sempre una persona consapevole delle proprie scelte. Anche di quella di avvalersi di un assistente sessuale, ad esempio. Eppure è ancora molto facile confondere i limiti fisici con i limiti mentali.
Concludo chiedendo uno scatto di elasticità e laicità nell'affrontare qualsiasi argomento che tocchi l'ambito affettivo delle persone con handicap. Perché credo che sia la mancanza di elasticità a creare nel nostro immaginario visioni standard anguste che creano emarginazione, con tutti i disagi che quest'ultima provoca.