di Simona Lancioni
È un buon inizio la partecipazione delle persone con disabilità alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi. Infatti, solo se le buone e giuste cause diventeranno di tutti, potrà nascere una nuova cultura a tutto tondo
Suscita piacere e interesse leggere dell'adesione ufficiale di alcuni organismi di persone con disabilità - la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) e il CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità) - alla Marcia per la Giustizia e per la Pace Perugia-Assisi dell'11 settembre 2005. Desta piacere e interesse perché, a dire il vero, il mondo dell'associazionismo italiano nel settore dell'handicap non ha mai mostrato particolari entusiasmi per cause diverse dalla propria. Possiamo considerarla una sorta di "svolta culturale".
Manca in genere la razionalità di guardare ai fenomeni in termini complessivi. Talvolta si finisce per concentrarsi su questa o quella patologia (solo sulla distrofia, solo sulla lesione midollare, solo sulla sclerosi multipla, solo sull'autismo...). O su questa o quella disabilità: «Rischia di rivelarsi un errore politico cercare di estendere la vita indipendente anche a persone con disabilità psichica...»; «Che problemi avrebbero i sordi?...»; «Noi ce le sognamo le provvidenze economiche dei ciechi...», argomentano informalmente alcuni. O ancora, si naufraga sui confini geografici e, davanti a un disabile straniero, alcuni vedono il disabile con le stesse proprie problematiche, altri invece l'extracomunitario che non è di propria pertinenza. Più spesso si distingue tra disabili e non: «Noi dobbiamo preoccuparci della qualità della vita e dei diritti delle persone disabili, non di quella/i degli assistenti. A retribuirli troppo ci fanno meno ore. Meglio non pagarli tanto...».
Approcci egocentrici che finiscono con generare progetti politici parziali, spesso in contrasto e in concorrenza reciproca.
La specializzazione è importante. Chi si occupa di disabilità deve porsi il problema di definire, descrivere e analizzare il fenomeno in questione. In poche parole deve conoscere e parlare/agire con cognizione di causa. In un certo senso deve diventare uno "specialista". Ora, l'ovvio assunto che non si può essere specializzati in tutto non esime alcuno da riflessioni di carattere complessivo.
In verità, ogni cittadino responsabile che rivendichi i diritti per una categoria di persone e che voglia al contempo mantenere una condotta coerente, non dovrebbe permettersi di essere ignorante e indifferente alla situazione di chi versa in condizioni di svantaggio analogo (e talvolta peggiore), anche se per motivi di diversa natura. Chi lamenta l'indifferenza non può essere a propria volta indifferente e affinché ci sia vera integrazione occorre che le giuste cause siano condivise.
Quando le persone disabili impareranno a indignarsi anche per il razzismo, la xenofobia, la violenza, lo sfruttamento dei lavoratori (abbastanza diffuso anche nel mondo di chi presta assistenza), delle donne e dei bambini, i pregiudizi nei confronti degli omosessuali, quando si interrogheranno sull'eticità dei processi di produzione dei prodotti/servizi che acquistano e consumano, quando si porranno questioni di sviluppo sostenibile, di ambiente, di giustizia, di libertà, di povertà, di pace e di guerra... allora, e probabilmente solo allora, riusciranno a porre le basi di una cultura in cui le buone e giuste cause - e la disabilità tra queste - potranno diventare di tutti. In una logica, cioè, che non distingua più tra cause proprie e cause altrui, ma solo tra cause eticamente fondate - e dunque condivisibili anche se non direttamente connesse alla propria persona/gruppo - e cause parziali e apparenti. L'agire etico è un tutto tondo.
Nello scorso settembre molte persone disabili hanno marciato (ruotato?) per la pace in Umbria. È un buon inizio. Ora si deve continuare.