DM 156 - OTTOBRE 2005 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Per creare cittadinanza sociale

di Enrico Lombardi

 

Non basta più il privato per sostenere un efficiente Stato sociale: bisogna creare una nuova cultura, nella quale i diritti incontrino le responsabilità. E in tutto ciò il ruolo del Terzo Settore può essere molto importante

 

Garantire un reddito agli anziani, curare i malati, fare studiare i giovani sono i compiti dello Stato sociale, il vero garante dei diritti del cittadino. Per alcuni - forse sempre meno - la principale conquista della società italiana nel ventesimo secolo. Una conquista che ha un costo elevatissimo. Quindi, si dice, bisogna risparmiare, tagliare le pensioni, ridurre il numero degli insegnanti, costringere i malati a pagarsi, almeno in parte, le spese mediche.

Alcune cifre. Negli ultimi anni ben due milioni di famiglie italiane che assistono al proprio interno persone non autosufficienti sono scese sotto la cosiddetta "soglia di povertà". Il 42% delle persone con disabilità gravi è compreso nel 30% dei cittadini a più basso reddito. Da almeno vent'anni le indennità previste per le persone con disabilità non subiscono aumenti significativi. Nel 2003 il Ministero del Welfare aveva annunciato, nel cosiddetto Libro Bianco, l'istituzione di un fondo per non autosufficienti. Ancora oggi di tale fondo non vi è traccia alcuna. In compenso il Governo decide di tagliare drasticamente i finanziamenti agli Enti Locali, di esentare dal pagamento dell'ICI la Chiesa cattolica e di approvare la riforma costituzionale in senso federalista. La cosiddetta devolution, che dovrebbe trasferire alle regioni gran parte delle competenze in materia di politica sociale, assistenza e sanità. Tutto questo quando è evidente, o almeno dovrebbe esserlo, che la risposta fornita dal privato, se non altro il privato rivolto al profitto, non può essere ritenuta sufficiente in quanto non accessibile, prima di tutto dal punto di vista economico, a molti cittadini.

Lo Stato sociale si contrappone storicamente allo Stato liberale, emblematicamente definito da alcuni autori come Stato "astensionista", che si limita cioè a garantire il rispetto della legge e la tutela della proprietà privata. Forse è proprio da queste considerazioni che occorre ripartire.

Veniamo da anni in cui il pensiero corrente ha attribuito un peso preponderante al privato orientato al profitto, mentre ciò che è pubblico è stato vissuto come indifferente ed estraneo, quando non ostile; ma oggi, di fronte ad alcuni evidenti e conclamati fallimenti del privato, alla manifestazione di molte sue debolezze, tanto nell'etica quanto nei risultati, occorre riscoprire il gusto e il fascino dell'azione e della dimensione politica. Occorre promuovere senza timidezze e con un coraggio determinato e consapevole un'etica della responsabilità collettiva. Impegnarsi e credere nella dimensione politica vuol dire produrre responsabilità verso gli altri, condividere situazioni e proposte per risolvere problemi comuni, produrre interesse. Ma produrre responsabilità verso gli altri, avendola prima interiormente vissuta ed elaborata, vuol dire creare cittadinanza sociale.

È proprio qui, nel concetto di cittadinanza sociale, che la cultura dei diritti incontra quella delle responsabilità, rendendo in tal modo possibile la generazione di una nuova cultura verso il settore pubblico di cui si sente sempre più la necessità e l'urgenza.

Il ruolo del Terzo Settore, delle associazioni di volontariato e delle cooperative sociali potrebbe risultare decisivo in questo percorso. Da sempre il mondo del volontariato ha saputo anticipare i tempi fornendo soluzioni o quanto meno mitigando problemi sociali anche gravi. Oggi la sfida sembra ancora più grande. In quanto non si tratta "semplicemente" di fornire dei servizi. Fra l'altro sarebbe impossibile per il Terzo Settore riuscire a soddisfare tutte le esigenze dei cittadini in difficoltà. Si tratta di qualcosa di ancor più difficile, di riuscire cioè ad intaccare un sistema fondato sull'egoismo individuale che da almeno dieci anni ha cominciato ad affondare le proprie radici nel profondo del nostro Paese.

Soltanto con un cambiamento profondo del nostro modo di pensare lo Stato sarà possibile generare le condizioni per uno sviluppo della partecipazione, per un sostegno concreto all'inclusione e per un rafforzamento reale della coesione sociale.