DM 157 MARZO 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Come ho spezzato il fucile

di Stefano Andreoli

 

Forse una storia completa dell'obiezione di coscienza in Italia resta ancora da scrivere, ma c'è un libro pubblicato recentemente da Alberto Trevisan che ne costituisce certamente una tappa fondamentale

 

Diciassette giugno 1970: a Città del Messico si disputa la storica semifinale dei Mondiali di calcio Italia-Germania. Nonostante un inizio d'estate caldoboia, la patria "s'è desta" e l'intero popolo italiano, tifoso e non, si prepara davanti alla TV - in cui l'azzurro si vede ancora grigio - ad assistere alla "partita del secolo", che finirà ai tempi supplementari quattro a tre per l'Italia.

Anche a l'Aquila, all'interno della caserma degli alpini, si preparano i locali perché tutti i militari possano assistere alla partita...

Potenza del calcio!

C'è però un problema: un bastardo di una "burba" è sotto arresto per il rifiuto di indossare la divisa e di svolgere il servizio militare. Il regolamento è rigidissimo: bisogna sorvegliare a vista nella cella di punizione il renitente alla leva. E mo', chi fa la guardia a 'sto maledetto obiettore? Nessuno si vuole sacrificare, l'Esercito Italiano è costretto "a trattare" e visto il rifiuto del giovane ad assistere alla partita sotto scorta, si accetta, a pochi minuti dal fischio d'inizio, di farlo sedere comodamente, senza scorta, nel circolo ufficiali. Il gotha dei difensori della Nazione - potenza della Nazionale! - costretto ad "ospitare" un elemento antinazionale!...

Comunque, il 21 giugno, giorno della finale (per la cronaca il Brasile batté l'Italia quattro a uno, un Brasile, quello di Pelè, che davvero non ammetteva obiezioni e un'Italia, quella della staffetta Mazzola-Rivera, sconfitta con l'onore delle armi), per Alberto Trevisan si erano già chiuse le porte del carcere militare di Forte Boccea a Roma e mai più riceverà un trattamento privilegiato, a differenza di quanto gli capiterà di vedere a Gaeta con gli ex ufficiali nazisti Kappler e Raeder (responsabili delle stragi delle Fosse Ardeatine e di Marzabotto), trattati dai secondini e dal cappellano militare con deferenza e con il massimo dei confort.

Tre anni bloccati

Mi piace rinarrare a modo mio questo aneddoto tratto dal secondo capitolo di Ho spezzato il mio fucile. Storia di un obiettore di coscienza (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2005), pubblicato qualche mese fa da Alberto Trevisan, frequente collaboratore anche di DM.

Con una comicità monicelliana da Grande guerra in tempo di pace, vi si mette a nudo il carattere "da operetta" di un esercito che di veramente guerriero ha sempre avuto l'atteggiamento predatorio nei confronti dei contribuenti che fino ad oggi lo hanno mantenuto. Che aveva più rispetto di una divisa macchiatasi di crimini contro l'umanità, che non di chi quella divisa la combatteva in nome dei diritti umani.

Nel suo libro Trevisan non racconta solo un'esperienza, una testimonianza, ma tenta di far capire, attraverso questi fatti, la condizione materiale e psicologica di chi sceglieva non solo di rifiutare il servizio militare, ma di farlo in modo reiterato. Che significava: chiamata, carcere, condanna, carcere e poi, scontata la condanna, altra chiamata, altro arresto, altro processo, altra condanna, senza alcuna garanzia sui tempi di approvazione della legge e con tutti i rischi derivanti dall'adottare all'interno del carcere forme di protesta come lo sciopero della fame.

«Per quasi tre anni della mia vita sono entrato e uscito dal carcere, senza poter fare esperienza se non quella del ricercato prima e del carcerato dopo. Nessun'altra attività lavorativa o creativa in mezzo. Sono stati anni carichi di emozioni, di stati d'animo tra i più vari, di affetti bloccati, tutto bloccato».

Dal carcere alla riabilitazione

Un itinerario giudiziario che vedrà Trevisan recluso nei carceri militari di Forte Boccea a Roma, di Peschiera del Garda, di Gaeta e poi ancora di Peschiera fino al dicembre del 1972. Quindi, con l'entrata in vigore della Legge 772, la definitiva scarcerazione e nel settembre del 1994 - in un'aula del Tribunale Civile di Padova, non lontano dalla stazione in cui Alberto il 9 giugno di ventiquattro anni prima aveva preso il treno per l'Aquila - la completa riabilitazione.

La narrazione segue da un lato gli obiettori che a seguito della prima obiezione collettiva si espandono a macchia d'olio e dall'interno delle carceri cominciano a "contaminare" anche altri renitenti alla leva "apolitici". Dall'altro lato l'apparato statal-militare, inizialmente impreparato a gestire questa ondata di contestazione, organizza la repressione, prima isolando gli obiettori dentro le carceri, poi bastonando nelle piazze quelli ancora liberi.

È lo stesso Trevisan, assieme ad altri, a farne le spese, in occasione del suo terzo arresto, nel corso della manifestazione indetta a Vicenza il 13 maggio 1972 dal Gruppo Antimilitarista Vicentino, con pestaggi proseguiti anche dopo il fermo all'interno della caserma dei carabinieri.

Interessante anche la descrizione della strategia processuale della difesa, in base alla quale, durante l'interrogatorio in aula, l'imputato mirava, attraverso l'esca delle dichiarazioni politiche, a far abboccare il presidente (ufficiale militare) della corte, il quale censurando e "caricando" con continue interruzioni l'imputato, dimostrava la parzialità del proprio ruolo di giudice, in una sorta di autodelegittimazione involontaria.

Nascita del movimento pacifista

Attenzione, però, il narratore-testimone non è mai tentato di accreditarsi al lettore come una sorta di "eroe tragico e solitario". La detenzione, i periodi di latitanza, i processi, si stagliano sulla "quinta" che costituisce la vera protagonista del libro, cioè l'articolarsi in forme sempre più mature e politicamente avanzate del movimento pacifista, l'obiezione che da scelta individuale diventa fenomeno collettivo ed epifenomeno di una sensibilità ormai di massa: la lotta alle strutture militari vista come parte della lotta generale contro l'autoritarismo della caserma-famiglia, della caserma-scuola, della caserma-lavoro. E anche della caserma-chiesa, dato che la scelta del cattolico Trevisan nasce, nel contesto di modernizzazione avviato dal Concilio Vaticano II («l'obbedienza non è più una virtù», affermerà don Milani), sia come riaffermazione radicale del quinto comandamento, sia come rottura della triade clericale "Dio-Patria-Famiglia".

Ancora tanto da raccontare

Il limite del libro, invece, è l'aver concentrato, per esigenze editoriali, in meno di centocinquanta pagine una materia che avrebbe meritato di essere maggiormente sviscerata. Come l'ultimo capitolo dedicato al ricordo di quei "compagni di viaggio" (Aldo Capitini, Pietro Pinna, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, don Milani, Franz Jagerstatter, Ernesto Calducci, Alex Langer) che hanno segnato profondamente la formazione dell'autore e la storia dei movimenti non violenti.

O anche l'analisi del fenomeno (oggetto della tesi di laurea di Trevisan proprio grazie ai detenuti comuni che conobbe in carcere a Roma) della devianza e dei meccanismi sociali che generano emarginazione ed esclusione.

Così pure, l'autore - che in tutti questi anni non ha mai smesso di occuparsi di obiezione e pacifismo - non ha potuto soffermarsi a raccontare l'evoluzione del servizio civile dopo l'approvazione della legge. Pochi sanno infatti che alcuni dei servizi sociali di cui oggi disponiamo, relativi all'infanzia, agli anziani, al tempo libero, sono nati proprio negli anni Settanta da progetti ideati e realizzati dagli obiettori di coscienza impiegati dai Comuni e solo successivamente istituzionalizzati.

Ma anche, in quello stesso periodo, il persistere di forme di discriminazione. Ad esempio, all'indomani dell'omicidio a Padova dei militanti missini Mazzola e Giralucci, nel giugno del 1974, da parte della colonna veneta delle Brigate Rosse, l'MSI affisse a Padova dei manifesti con una lista di elementi "sospetti", in cui figurava lo stesso Trevisan. Tanto bastò perché un magistrato autorizzasse i carabinieri a perquisirne l'appartamento, facendo circondare tutto il condominio!

Una storia dell'obiezione di coscienza rimane ancora da scrivere, ma in ogni caso Ho spezzato il mio fucile ne costituisce una tappa importante.