a cura di Barbara Pianca
È stato Enzo Ferrari, uno degli italiani del Novecento più conosciuti al mondo, ad aver voluto la UILDM di Modena nel 1980, la cui storia è indissolubilmente legata a quella del creatore del cavallino rampante
Nel 1980 nasce informalmente la UILDM di Modena ed è il "drake" Enzo Ferrari a volerne l'apertura: il fondatore della casa del cavallino rampante è stato quindi anche il fondatore di una Sezione UILDM, una coincidenza che non può non emozionare tutte le persone coinvolte in quell'avventura.
Festeggiamenti, dunque, a Modena, venticinque anni dopo quell'evento, anche se formalmente la Sezione iniziò le proprie attività solo nel 1981. Volendo, quindi, la festa potrebbe continuare anche in questo 2006...
Non è da tutti poter girare sul circuito di Maranello a bordo di una Ferrari, né è da tutti lavorare a così stretto contatto con il Ferrari Club di Maranello, che per anni ha raccolto fondi e patrocinato iniziative a favore della UILDM di Modena. Tutto ciò - come detto - perché Enzo Ferrari, uno degli italiani del Novecento più conosciuti al mondo, si era avvicinato suo malgrado alle distrofie muscolari, dopo che il primogenito Dino era stato colpito da una di queste malattie che lo aveva portato alla morte a soli 24 anni.
Un figlio molto amato dal padre: i propulsori a sei cilindri delle Ferrari si chiamano come lui in sua memoria, anche perché il ragazzo aveva dimostrato un eccezionale talento di motorista. Nel 1955, così ragguagliava il padre rispetto ai nuovi motori: «Sarebbe meglio rielaborare il motore 258 L, visti i buoni risultati che dà, specie dal lato ripresa e numero di giri e di dotarlo di zampe e di attacco a frizione per poterlo montare sul telaio del 254 F. Per la nuova formula di 1.500 cc trovo che la soluzione dell'otto cilindri sia la migliore, dal momento che il quattro cilindri dà luogo ai noti inconvenienti. Reputo importante programmare per l'inverno anche delle prove con l'iniezione diretta, perché penso sia l'unica strada per superare i 100 CV/ litro. Tanti baci. Tuo Dino».
Dino morirà il 30 giugno del 1956 e subito dopo nacque la generazione del motore V6 Dino il cui schizzo originale era stato tracciato dal ragazzo stesso, che aveva immaginato un meccanismo plurifrazionato di cilindrata relativamente piccola. Con quel motore Maurice Trintignant vinse il Gran Premio di Francia nel 1957, Mike Hawthorn e Phil Hill divennero campioni del mondo nel 1958 e nel 1961.
Dino Tagliazucchi, autista e uomo di fiducia di Ferrari dal 1969 alla morte dell'ingegnere nell'agosto del 1988, lo ricorda Ferrari mentre osserva piangendo un proprio dipendente: «Mi ricorda tanto mio figlio...». Quel ragazzo, infatti, aveva la distrofia.
«Mi capitava di sentirlo parlare di suo figlio al mattino, quando si vestiva», racconta Tagliazucchi. «Per il resto era un uomo silenzioso e concentrato sul lavoro che era la sua unica e grande passione. Tutte le mattine lo accompagnavo al cimitero, anche la domenica e il giorno di Ferragosto».
Anche Giorgio Ferri - per quarant'anni a fianco del "drake", prima nella segreteria personale, poi come responsabile del circuito di Fiorano - ne conferma il carattere riservato: «Nell'intimità non parlava molto di Dino, ma lo ricordava sempre nei discorsi, rammaricandosi della propria impotenza di fronte alla malattia. Non ha mai accettato di non essere riuscito a salvarlo. Per questo non ha mai smesso di interessarsi alla distrofia. Ha sperato, fino alla fine, di poter guardare in faccia una madre disperata e offrirle una speranza concreta».
Ferrari non si dimenticò mai dei miodistrofici. Ogni anno, da febbraio a maggio, Tagliazucchi lo accompagnava a Villa Salus di Bellaria, dove staccava un assegno per i ragazzi distrofici che vi soggiornavano. Dal 1962, poi, sostenne economicamente l'Istituto Mario Negri per la ricerca sulle distrofie, per fondare nel 1980, assieme a Maria Lugli, la UILDM di Modena, dopo avere ottenuto dal Comune la disponibilità di una sede. Quando il pilota Mansell non rispettò il contratto stipulato con casa Ferrari, egli riversò l'intera somma a favore della Sezione: in quella e in altre occasioni la UILDM era il primo dei suoi pensieri.
Per volontà di Enzo Ferrari uscirono alcune pubblicazioni scientifiche di divulgazione internazionale, si organizzarono convegni a Maranello e fu istituito un "triangolare" tra gli istituti di neurologia di Milano, Padova e Modena, cioè un'équipe per la ricerca finanziata tutti gli anni attraverso borse di studio. Tra il 1987 e il 1988, donò infine al Policlinico di Modena una delle prime apparecchiature in Italia per la risonanza magnetica.
Per la UILDM di Modena la figura di Enzo Ferrari ha voluto dire davvero molto. Fino all'anno scorso il Ferrari Club di Maranello ha continuato il rapporto privilegiato, organizzando ogni anno una festa dedicata a un pilota e il cui ricavato veniva devoluto all'associazione. Assieme poi a Roberto Bressanello, allora presidente nazionale UILDM, era stato organizzato un evento per consentire ai ragazzi distrofici di girare sul circuito di Maranello a bordo di una "rossa".
«Purtroppo, alla fine del 2005 il Ferrari Club di Maranello ha dovuto chiudere», spiega Edda Ansaloni, giornalista della «Gazzetta di Modena» e responsabile dell'Ufficio Stampa del Club, presieduto dal marito Alberto Beccari. «Una decisione sofferta che chiude anche un capitolo di solidarietà importante. Una parte della quota pagata per associarsi al club veniva infatti devoluta alla UILDM e tra i nostri associati ce n'erano una settantina con la distrofia, la cui tessera era gratuita».
Oggi la UILDM di Modena, pur colpita dalla chiusura del Ferrari Club, festeggia la propria storia e commemora la figura di un uomo da cui tanto ha ricevuto.
«Molti - annota Ferri - l'hanno giudicato una persona dura e rigida. In realtà, quando si costruisce qualcosa di grande, se ne diventa gelosi e protettivi. Chiedeva molto ai propri dipendenti e dava molto in cambio».
«Per me - sono le parole di Tagliazucchi - è stato come un padre. Possedeva umanità e senso di giustizia. Era un padrone come non ce ne sono più, un padrone e un padre di famiglia, un uomo che si prendeva cura dei propri dipendenti».
Oggi è un altro suo figlio, Piero, a portarne avanti le istanze, cosicché la famiglia continua a rimanere legata ai progressi della ricerca sulle distrofie muscolari.