DM 158 - GIUGNO 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

I teatri dell'anima

di Giorgio Concato*

 

Teatroterapia, arte e disabilità: sono i temi di questa dotta trattazione che nel mettere in evidenza i rischi della contaminazione tra teatro e terapia, ne sottolinea anche una serie di preziose potenzialità

 

I dibattiti sulla teatroterapia - oltre ad evidenziare le potenzialità di una pratica ancora lontana dal definirsi in maniera organica nelle sue differenti articolazioni metodologiche - hanno enunciato anche i rischi impliciti nelle possibili espressioni e concrete applicazioni di questo binomio, rischi equamente ripartiti sui due termini e sugli spazi culturali che designano.

Da un lato, dunque, il pericolo che il teatro - nel diventare terapia - rinunci ad alcune caratteristiche peculiari e fondamentali che fanno di esso comunque un'arte e, dei suoi prodotti, eventi artistici fruibili per la loro qualità estetica. Dall'altro, il rischio che il disabile venga "utilizzato" nello spettacolo solo per le qualità espressive della sua stessa disabilità, in altre parole per l'impatto spettacolare della sua "maschera" naturale, ma che non ricavi nessun vantaggio dall'essere esibito in un evento artistico.

I rischi della teatroterapia

Nel primo caso, dunque, si assiste a spettacoli volti a suscitare nel pubblico la commozione per l'insospettata abilità dei disabili a mostrarsi "normali", a dimostrare, nell'ambito della finzione, quelle competenze e quelle attitudini la cui mancanza, nella vita concreta, li contrassegna e li separa dai soggetti normodotati: spettacoli del tipo "saggio di fine anno", per un pubblico di curiosi, parenti, operatori, volontari e persone sensibili, disposti ad apprezzare lo sforzo dei disabili di superare il loro handicap e la capacità dei registi-terapeuti di accompagnarli verso la riacquisizione di una normale funzionalità espressivo-motoria. Qui la terapia oscura l'arte, fino a trasformarla in semplice pretesto.

Nel secondo caso, invece, all'insegna di un'obsoleta apologetica della valenza decostruttiva della deformità, il "diverso" rischia di apparire sulla scena, inconsapevole del suo ruolo di spettacolare alterità, solo come emblema e segno di un discorso critico-estetico sulle rimozioni e le esclusioni operate dalla vigente cultura della normalità.

Dunque, fin qui, alcuni rischi dell'abbinamento teatro e terapia. Vediamo ora alcune potenzialità della contaminazione tra le due pratiche.

Sofferenza che diventa poesia

La funzione terapeutica di un "teatro sociale" risale fino alle origini della tragedia. Se la sofferenza ha una maschera, la sua apparizione sulla scena ha il potere di indurre una potente identificazione negli spettatori che riconoscono in quella il germe più profondo di una nascente, esitante consapevolezza della loro propria sofferenza.

La maschera di un dolore reale è attraversata dalla sua stessa voce che parla dal luogo profondo dell'ineffabile poesia attraverso la crosta e la smorfia delle stratificazioni della vergogna, dell'ostilità e dell'indifferenza, la stessa ostilità e indifferenza che ciascuno oppone alla propria anima sofferente, rendendola muta, incapace di esprimersi.

La bellezza del teatro tragico sta proprio nel fatto che la rappresentazione spalanca, per ciascuno, la soglia della consapevolezza del proprio dolore e nel fatto di creare, attorno a questo evento simultaneo - che coinvolge spettatori e attori - il sentimento di essere una comunità raccolta attorno alla possibilità di trasformare la sofferenza in poesia e, in quanto tale, non solo di renderla tollerabile, ma anche di restituirle la sua dignità.

Il pàthei mathos, ovvero l'apprendere attraverso "ciò che si patisce", diviene il fulcro di un raccoglimento comune nei luoghi della sofferenza condivisa, luoghi dell'anima dove il patire del singolo si congiunge con quello del mondo. In questo senso la maschera tragica è dirompente, perché dissacra l'ovvio, spacca il meccanismo della riproducibilità e della duplicazione illimitata delle solitudini, creando l'evento di un sentire comune nel cuore stesso della rappresentazione dell'assoluto isolamento.

L'arte della tolleranza

Se i "diversi" possono essere gli attori di questo teatro, la loro maschera non può che rappresentare loro stessi, ma nel modo proprio dell'espressione artistica, cioè in modo assoluto. Loro sono la maschera attraverso cui parla la sofferenza del mondo affinché il mondo stesso si raccolga in ascolto, ritrovando il senso di essere una comunità di spettatori-attori della tragica poesia della vita.

La simulazione della scena teatrale decostruisce la simulazione di una vita priva di crolli, sconfitte, centrata sulla negazione della mancanza, sui miraggi dell'eccitazione, un'esistenza maniacale, votata alla prestazione individuale, ma regolata dalla clonazione delle identità, secondo lo stampo delle copie spettacolari dell'eterna efficienza. In questo senso dovremmo dunque parlare di teatro sociale, come di un teatro capace di creare comunità attorno al sentimento condiviso della mancanza che diviene poesia e momento unificante.

E d'altra parte, apprendere a portare la maschera di se stessi recitando quella di tutti, è un particolare cammino iniziatico nella pratica del mestiere di attore. Il laboratorio teatrale - che ne è la base ugualmente per normali e disabili - è il luogo dell'apprendistato di quell'arte che insegna come da un'anima ammutolita possa di nuovo sgorgare il linguaggio della prima poetica delicatezza dei gesti infantili. «Come fa una persona - scrive W.R. Bion - a sapere di un arrossire così invisibile, di un rumore così inudibile, di un dolore così impalpabile che la sua intensità, la sua pura intensità, è così intensa da non poter essere tollerata, ma da dover venire distrutta anche se questo comporta l'assassinio dell'individuo "anatomico"?».

Il laboratorio è terapeutico perché è il luogo in cui si apprende a tollerare l'intensità dell'espressione originaria del proprio sentire devastato dalla durezza dell'esistenza e l'attore diviene maestro per la comunità in quest'arte della tolleranza, della percezione dei moti interni, dei più duri e dei più delicati, della possibilità di tradurli nella lingua originaria della sensibilità che unisce "normali" e non, attraverso la quale il mondo può essere disvelato, riconosciuto, senza tremore, nella sua naturale ambivalenza.

 

*Docente di Psicologia Dinamica all'Università di Firenze.