DM 158 - GIUGNO 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Come riparare la distrofina

a cura della Redazione di DM

 

Una ricerca tutta italiana, centrata sulla terapia genica della distrofia di Duchenne, ottiene una serie di buoni risultati, cercando di riparare il prodotto del gene malato, anziché sostituirlo con una copia sana

 

Un gruppo di ricercatori italiani ha curato topolini malati di distrofia muscolare di Duchenne con una nuova strategia di terapia genica che ripara il prodotto del gene malato, anziché tentare di sostituirlo con una copia sana.

La ricerca - finanziata da Telethon e dall'Associazione Parent Project ONLUS - è stata diretta da Irene Bozzoni del Dipartimento di Genetica e Biologia Molecolare dell'Università La Sapienza di Roma ed è stata resa nota dalla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze «Proceedings of the National Academy of Sciences».

Durante le Manifestazioni Nazionali UILDM di Marina di Varcaturo, i contenuti dello studio sono stati presentati ai delegati da Michela A. Denti, del gruppo coordinato da Irene Bozzoni.

Le basi della ricerca

La strategia messa a punto dai ricercatori si basa sul principio di poter correggere il difetto genico, non operando a livello del DNA, bensì modificando l'RNA (molecola copia del DNA che dirige la sintesi delle proteine).

Com'è ben noto ai lettori di DM, la distrofia di Duchenne è una malattia genetica dovuta a una mutazione sul gene che governa la produzione della proteina distrofina. Si tratta di una patologia degenerativa del tessuto muscolare che colpisce principalmente i maschi e che venne scoperta nel 1868 dal medico francese Duchenne de Boulogne, da cui prende il nome. La malattia comporta una progressiva degenerazione dei muscoli, costringendo in breve tempo all'uso della carrozzina.

Trattandosi di una patologia causata da un solo gene, essa è tra quelle che gli scienziati sperano di poter guarire in futuro con la terapia genica, iniettando cioè nei muscoli dei pazienti un "virus navetta" che possa traghettare una copia sana del gene danneggiato. E tuttavia questo tipo di trattamento è difficilmente applicabile al gene della distrofina a causa delle sue enormi dimensioni.

Come un "cerotto genetico"

Proprio a causa di queste grandi dimensioni, quindi, gli scienziati italiani hanno testato una strategia alternativa che fa uso di molecole "antisenso". Queste ultime, come una sorta di "cerotto", riconoscono la regione contenente la mutazione e ne impediscono l'inclusione nell'RNA messaggero. L'effetto finale è la produzione di una proteina più corta di quella prodotta nei muscoli delle persone sane, ma ancora funzionante.

I ricercatori hanno dimostrato poi che iniettando il vettore che trasporta il "cerotto genetico" nei topi, questo si ritrova in tutti i muscoli dove, cosa importantissima, viene recuperata la sintesi della proteina distrofina. Ciò è vero anche nel cuore e nel diaframma, vale a dire i distretti muscolari più gravemente compromessi dalla malattia.

I topolini trattati in laboratorio hanno beneficiato della terapia: l'analisi compiuta nell'arco di sei mesi dall'iniezione ha permesso infatti di dimostrare che i muscoli trattati migliorano sia in termini di forza della contrazione, sia per quanto concerne la loro integrità. Si è visto inoltre che il trattamento conferisce un notevole beneficio all'animale il quale manifesta un importante miglioramento delle prestazioni muscolari. Infine, una singola iniezione determina un beneficio a lungo termine.

Valutare i pro e i contro

In conclusione, si tratta di risultati molto promettenti che aprono interessanti prospettive terapeutiche. Ciò nonostante, prima di poter pensare ad un trasferimento sull'uomo, dovrà essere verificata la tossicità del trattamento e tutti gli eventuali effetti collaterali.

Solo dopo un'attenta valutazione dei rischi e dei vantaggi si potrà dunque decidere un possibile intervento terapeutico nell'uomo.