di Annalisa Benedetti* e Simona Lancioni*
Un incontro organizzato dal Gruppo Donne UILDM, in occasione delle Manifestazioni Nazionali dell'Associazione, a Napoli, dedicato alle percezioni e alle immagini delle persone con disabilità nella società contemporanea
«Vai a lavorare? Bene, così almeno fai qualcosa!». Purtroppo ancor oggi alcune persone con disabilità si sentono fare questi discorsi. Come se per loro il lavoro fosse un semplice "passatempo" o una "distrazione" dalla disabilità/malattia.
Si tratta di un pregiudizio. Uno dei tanti emersi in occasione dell'ultimo seminario promosso a Napoli dal Gruppo Donne UILDM, in occasione delle Manifestazioni Nazionali dell'Associazione, che ha affrontato appunto il tema Stereotipo e handicap. Percezioni ed immagini della persona disabile. L'evento - introdotto da Anna Petrone e condotto da Gaia Valmarin e Gemma Andreoli - si è articolato in diversi momenti: una parte teorico/definitoria, un'altra di lavoro nei gruppi, una parte di restituzione, drammatizzazione e sintesi.
Abbiamo definito lo stereotipo come un'immagine mentale rigida, generata istintivamente (per spirito di sopravvivenza), allo scopo di semplificare e rendere familiari realtà sino ad allora a noi sconosciute. Abbiamo invece definito il pregiudizio come un giudizio che precede l'esperienza, un meccanismo per cui siamo indotti a valutare sfavorevolmente determinate persone o gruppi sociali.
I due concetti, pur non essendo sinonimi, sono strettamente collegati: lo stereotipo è una sorta di "scorciatoia mentale" che influenza la percezione dell'individuo, inducendolo a inferenze inaccurate e scorrette della realtà (pregiudizio).
Tra i gruppi che sono bersaglio di stereotipi e pregiudizi figurano anche le persone con disabilità, ancora percepite come "categoria", nonostante l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nella sua classificazione degli stati di salute (ICF), abbia già posto le basi per il superamento della semplificazione categoriale.
Il lavoro nei gruppi è stato decisamente molto vivace e stimolante, ponendo in luce l'atteggiamento ora pietistico, ora dispregiativo nei confronti delle persone disabili (dalla definizione di poverino, all'uso del termine handicappato come insulto), ma anche la convinzione che se non cammini sei anche «incapace di intendere e di volere» o quella che l'unica preoccupazione delle persone con disabilità sia di soddisfare i bisogni primari (mangiare e dormire) o ancora che costoro non possano avere una vita sessuale e così via.
Ci siamo lasciati nel tentativo di individuare qualche "antidoto" a queste distorsioni: creare occasioni di contatto, confronto e conoscenza, avere consapevolezza delle proprie immagini (rappresentazioni) della disabilità per non esserne agiti, essere disponibili all'autocritica. Se il pregiudizio è un giudizio (distorto) che precede l'esperienza, in uno stadio socialmente più evoluto potremmo anche ipotizzare una situazione in cui, posti dinanzi alla realtà di gruppi o persone, dovremmo essere in grado di vivere queste realtà come pura e semplice esperienza, senza sentire il bisogno/dovere di esprimere un giudizio (positivo o negativo) al riguardo.
Il dibattito resta aperto, potete alimentarlo scrivendo a gruppodonne@uildm.it. Anche la voglia di raccontarsi, condividere ed esprimere i propri vissuti resta viva. Questo ci fa intuire che gli spazi per l'ascolto, l'accoglienza e il confronto reciproco mancano nella vita di tutti i giorni: il coordinamento del Gruppo Donne cercherà di crearne sempre di nuovi.
L'esperienza del seminario, infine, verrà raccolta nell'ottavo opuscolo della collana Donne e disabilità, presto consultabile, assieme ai precedenti, all'indirizzo www.uildm.org/gruppodonne.
*Gruppo Donne UILDM.