DM 158 - GIUGNO 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Il Forum e le politiche europee

a cura di Crizia Narduzzo

 

Le politiche dell'European Disability Forum, le battaglie, i risultati ottenuti. Ne parliamo con Carlotta Besozzi, direttore dell'organizzazione che rappresenta cinquanta milioni di persone con disabilità in Europa

 

L'European Disability Forum (EDF) è una rete che rappresenta le organizzazioni di persone con disabilità e i Consigli Nazionali sulla Disabilità dei Paesi dell'Unione Europea e di Bulgaria, Islanda, Norvegia e Romania: in tutto 129 diverse realtà associative.

Recentemente, in occasione del corso universitario Diritti umani e disabilità. Gli strumenti di tutela delle istituzioni nazionali e internazionali, abbiamo incontrato a Padova Carlotta Besozzi, direttore del Forum.

 

Com'è nato l'European Disability Forum?

È nato tra la fine del 1996 e l'inizio del 1997 grazie ad una serie di programmi lanciati alla metà degli anni Settanta - ma in modo più specifico negli anni Novanta - che hanno favorito il dialogo e il collegamento tra le reti nazionali europee. Infatti, se già nell'ultima fase del Programma Europeo Helios era presente un EDF come "luogo di discussione" presieduto dalla Commissione Europea e dalle organizzazioni di persone con disabilità, è stato nel 1996 che queste ultime hanno deciso di crearne uno proprio, con statuto e funzionamento autonomi.

E così il Forum è diventato una vera rete indipendente che ha dimostrato, fin dalla propria nascita, un'attenzione particolare per i diritti umani, le pari opportunità e la non discriminazione delle persone con disabilità e che ha tra i suoi scopi quello di rappresentare i diritti delle stesse nell'ambito dell'Unione Europea.

 

In cosa consiste il vostro lavoro?

Nel dialogare con le istituzioni europee: per questo seguiamo tutto quello che succede al loro interno, cercando da un lato di influenzare e dall'altro di promuovere nuove politiche, tenendo sempre presente il principio della consultazione e cioè che le decisioni che riguardano le persone con disabilità non devono essere prese senza di loro.

Un po' alla volta siamo entrati in modo strutturale negli ambiti dove vi era già un certo dialogo - come l'industria, i trasporti e l'informazione - mentre in settori ostici come quello della salute è tuttora assai difficile far valere il punto di vista del consumatore.

 

Oggi, anche grazie al vostro lavoro, quali strumenti tutelano i diritti delle persone con disabilità nell'ambito dell'Unione?

Inizierei dall'articolo 13 del Trattato di Amsterdam - in vigore dal 1999 - il quale stabilisce che nell'ambito delle competenze dell'Unione è possibile legiferare contro la discriminazione, in particolare in base alla disabilità. Si tratta di un articolo che non conferisce diritti individuali e quindi non permette di presentare ricorso contro uno Stato dell'Unione per non averlo rispettato, ma consente agli Stati all'interno della stessa di adottare delle leggi specifiche.

Vi è poi l'importante Direttiva 2000/78/CE sul pari trattamento nell'accesso all'impiego e alla formazione, la Carta Europea dei Diritti Fondamentali, l'intera Strategia Europea 2003-2010 sulle pari opportunità delle persone con disabilità. E ancora, la Direttiva sul trasporto urbano, quella sugli appalti, il Trattato Costituzionale dell'Unione - che prevede alcune questioni che riguardano le persone con disabilità - e per finire, il Regolamento sul trasporto aereo.

 

Nel dettaglio, cosa prevede la Direttiva 2000/78, da lei citata come importante?

Proibisce la discriminazione sia per quanto riguarda l'accesso all'occupazione - inclusi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione - sia le condizioni di lavoro. Tale Direttiva concerne anche l'orientamento e la formazione professionale e il perfezionamento e la riqualificazione una volta assunti, escludendo però tutto ciò che è relativo alla protezione e alla sicurezza sociale.

Quattro sono i tipi di discriminazione presi in considerazione: diretta, indiretta, le molestie e l'ordine a discriminare; di particolare interesse per le persone con disabilità è la disposizione sulle soluzioni ragionevoli, in base alla quale il datore di lavoro è tenuto ad adottare misure adeguate per ovviare a prassi che possono discriminare indirettamente.

Altri aspetti importanti previsti dalla Direttiva 2000/78 sono l'onere della prova, in quanto incombe al datore di lavoro dimostrare che non c'è stata discriminazione, e l'obbligo per gli Stati membri di informare sulle disposizioni i datori di lavoro, i sindacati e le potenziali vittime della discriminazione.

 

Questa Direttiva è stata recepita nel nostro ordinamento?

Doveva essere recepita entro il 2003, con una possibilità di estensione fino al 2006 per le questioni che riguardano la disabilità. E così è stato, ma a causa di limiti nella trasposizione, è molto probabile che vi sarà un ricorso nei nostri confronti per "trasposizione inadeguata".

La stessa Direttiva, poi, presenta dei limiti, il primo dei quali sta nel fatto che il suo campo d'applicazione è limitato all'occupazione: infatti, mancando norme sulla non discriminazione in ambito di educazione e trasporti, va da sé che l'occupazione non può risolvere da sola tutti i problemi. Un altro limite sta nel fatto che la Direttiva non definisce la disabilità e non dà nemmeno orientamenti per una definizione. A causa di ciò, alcuni Paesi hanno scelto una definizione che mal si adatta al provvedimento, applicando ad esempio un modello medico anziché sociale.

Infine, va detto anche che non è previsto purtroppo alcun organismo di difesa delle vittime di discriminazioni.

 

Prima ha citato anche la Carta Europea dei Diritti Fondamentali...

Sì, perché in questo documento vi sono due articoli che riguardano direttamente le persone con disabilità, il 21, sulla proibizione della discriminazione, e il 26 che riconosce il diritto delle persone con disabilità ad avere delle misure che possano garantirne l'autonomia, l'inserimento sociale e quello professionale, oltre alla partecipazione alla vita della comunità.

La Carta per ora non ha uno statuto proprio e d'altro canto gli Stati membri che l'hanno firmata sono tenuti a rispettarla nell'ambito dell'interpretazione delle proprie norme costituzionali.

Anche questo provvedimento, per altro, presenta dei limiti che sarebbero però risolti nel momento in cui il Trattato Costituzionale venisse ratificato, visto che la Carta ne è parte integrante e la ratifica la renderebbe uno strumento di cui potrebbe avvalersi direttamente la Corte Europea di Giustizia, imponendo una serie di obblighi più concreti alle Istituzioni.

Vi è anche in piedi la proposta di creare un'Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali - che dovrebbe essere istituita a Vienna - la quale dovrebbe provvedere all'applicazione di questa Carta.

 

E le altre direttive europee che hanno tenuto conto delle persone con disabilità?

Oltre a quelle appena citate, vi è la Direttiva - adottata nel 2001 - sui veicoli urbani di trasporto passeggeri, che prevede delle norme di accessibilità anche se solo per l'omologazione dei nuovi veicoli. O quelle del 2004 sugli appalti pubblici, che includono anch'esse delle norme di accessibilità e delle considerazioni sociali, prevedendo che nelle specifiche clausole presenti nelle gare d'appalto, l'ente o l'autorità pubblica inserisca - ove possibile - dei criteri di accessibilità, e che quest'ultima, poi, venga considerata come un valore aggiunto (anche in termini di punteggio) al momento dell'assegnazione.

DOPO IL 2003

«L'obiettivo principale del 2003, Anno Europeo delle Persone con Disabilità, promosso dall'EDF e dalle sue organizzazioni, era quello di promuovere la visibilità dei disabili in tutti gli aspetti della vita e di sottolineare la questione dei diritti umani. E per diversi Paesi tutto ciò è stato utile, visto che dopo di allora alcune legislazioni nazionali sono state rinnovate e molti piani d'azione rivisti».

Questo sottolinea Carlotta Besozzi, che dichiara anche: «Per quanto riguarda invece un discorso più generale, il 2003 ha portato alla definizione di una strategia europea che prevede una serie di iniziative suddivise in due fasi: la prima essenzialmente sull'occupazione, la seconda, del tutto attuale, sulla vita indipendente e l'accesso ai servizi. Non si tratta di iniziative specifiche, ma di una forma di attenzione alle persone con disabilità nell'ambito di iniziative più generali: un piano d'azione limitato, anche se la nostra speranza è di riuscire ad avere un dibattito più politico. Anche per questo stiamo lavorando per avere una Conferenza Interministeriale sulla disabilità».