DM 158 - GIUGNO 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Il valore della forma

di Oriella Orazi

 

Certo, quel che conta nella vita di una persona disabile è la sostanza, fatta di buone leggi, scuola, lavoro e integrazione. Ma anche le parole sono importanti e usarle bene può forse rendere la società "meno distratta"

 

Questa volta vorrei riferirmi all'intervista a Gian Antonio Stella, noto editorialista del «Corriere della Sera», pubblicata qualche tempo fa da DM [n. 151, Una società distratta, www.uildm.org/dm/151/voci/31stella.htm, N.d.R.].

Ad un certo punto Stella afferma: «Mi accorgo di un avvenuto miglioramento lessicale, di cortesia e di etichetta: in giro, ad esempio, non si sente più dire "storpio", "orbo" o "gobbo". C'è quindi più pudore, ma cambiamenti profondi nella gestione corretta del problema non ce ne sono stati», e via di seguito, riferendosi a modifiche più "di forma che di sostanza", nei confronti della disabilità.

E chi potrebbe non essere d'accordo? E tuttavia, mi piacerebbe proporre anche un punto di vista diverso, dando spazio a qualcosa di "non detto". Se infatti la sostanza è ciò che più conta per il beneficio concreto di una persona - la vita affettiva, il lavoro, la legislazione - perché è questa che rappresenta e garantisce la qualità della vita di un individuo, è pur vero che la "forma" andrebbe forse guardata con un po' più di riguardo. Nulla, pur con il più eccelso dei contenuti, può essere comunicato e trasmesso se non incluso e inglobato in una forma. E se questo è vero, tanto più è vero che ogni possibile cambiamento reale e positivo non potrà essere disgiunto dalla forma che lo rappresenta.

Cosicché anche quel "pudore" ravvisato da Stella qualche volta potrebbe essere già il segno di qualcosa che muta, che favorisce nuove e positive sostanze. Perché se c'è vergogna o pudore, almeno per alcuni, nel non chiamare più "handicappata" o ancor peggio "storpia" una persona, e si ricorre al termine "disabile", forse già questo può essere un segnale.

La nostra cultura occidentale, che affonda le sue radici nel cristianesimo, ha trasmesso alla memoria il valore della parola che crea. Basti pensare alla Bibbia in cui ricorre spesso l'uso della parola come veicolo di creazione. Forse abbiamo dimenticato il valore creativo e non solo evocativo della parola. Eppure anche la storia ci insegna come le masse siano state spinte e trascinate dai grandi comunicatori!

La parola crea, sia la forma che la sostanza, e non solo le leggi, ma anche le parole, chiamando "disabile" una persona, contribuiscono a modificare quegli stereotipi per cui lo "storpio" era quello che non aveva diritto proprio a nulla. Certo, sulle prime potrà sembrare solo un cambiamento formale, assunto magari per non apparire "scortesi" anziché per una mutata convinzione, ma la forma si compenetra sempre con i contenuti che rappresenta e mi piace pensare che una sorta di rivoluzione delle idee, e dei fatti che ne conseguono, possa nascere anche dal nuovo modo di usare le parole.

Sin da piccoli impariamo a conoscere i contenuti attraverso le parole e quindi perché non pensare che anche dalle modificate parole si possano di conseguenza cambiare i contenuti? Una bella forma non è certo garanzia di un buon contenuto, ma nulla vieta di pensare che essa non possa poi lasciare il posto o addirittura "promuovere" la sostanza.

E quindi, per concludere, chissà, forse anche una maggior cura e attenzione nell'uso delle parole - che sono forma - può contribuire a rendere la società un po' "meno distratta".