DM 159 - SETTEMBRE 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Quale futuro ci aspetta?

di Marco Ridi

 

Un po’ di sfogo, molta consapevolezza, nella testimonianza di chi ha studiato tanto, senza poi vedere prospettive concrete per il futuro. Questo non gli impedisce, però, di creare un sito e di organizzare convegni...

 

In molti, leggendomi, commenteranno: «Ma cosa dici, le cose non stanno così...». Mettiamola allora in altri termini e diciamo che parlerò solo della mia esperienza personale, maturata, ahimè, essendo disabile a mia volta. Una vita “fantastica”, secondo alcuni, tutti quelli che la vivono da esterni, poiché la realtà si discosta in maniera agghiacciante dai propositi formali. Già, la realtà, come la vita, è un’altra cosa, e un disabile non può fare altro che star zitto ed assistere alla vita che gli altri programmano per lui...

La patente? Una pia illusione

Quale futuro attende una persona con disabilità? Un futuro che non dà nulla per nulla. Certo, è vero che papa Wojtyla professava con la sua pastorale dicendo: «Non abbiate paura dei cambiamenti del futuro...», ma quello che diceva il santo padre lo affermava pure il duce «Il futuro è vostro...» e altri proclami di dubbio gusto. Ma perché credere all’uno e non all’altro? Se posso tollerare l’idea di avere le idee di un papa, l’altro paragone non è che lo gradisca troppo... Temo a questo punto che verrò ricordato come uno che «aveva sempre da ridire». Meglio tornare quindi ad argomentare sui disabili.

La legge è piena di  bei propositi ed offre, a suo dire, delle certezze; ma spesso queste ultime risiedono soltanto nella testa del legislatore. A nove anni dall’incidente che ha causato la mia disabilità, nemmeno la patente ho riottenuto, che mi darebbe un assaggio di quell’autonomia tanto desiderata. Non che sia essenziale averla, ma darebbe al mio ego un po’ di certezza in più. Una pia illusione, invece, forse una delle tante che Pisa, la mia città, offre.

La vita del disabile è dimenticata, egli si rende conto che la realtà in cui vive non tollera i “diversi” e che solo i suoi “simili” - disabili a loro volta o familiari - lo aiutano. Una vita sempre più farcita di incertezze e poi la laurea, un master, attestati vari, che forse son serviti solo a rendermi ancor più balbettante nelle mie scelte... Una vita cosparsa di tanti buoni propositi, solo quelli, e la cultura che serve solo a farti desistere da ogni tentativo di ribellione...

La terra dei cachi

Dopo l’incidente, ho studiato per ottenere dal mio prossimo il cosiddetto “posto al sole”, così come, per tornare a citare Mussolini buonanima, egli proponeva nel secolo scorso, parlando della conquista dell’Etiopia. Ma com’era successo allora, anche “la mia Etiopia” si è rivelata un’altra pia illusione, dal momento che mi sono laureato, ho conseguito un master, ma sembra che non sia servito a nulla, nemmeno i cinque attestati con i quali sono stato incensato...

Se credi alle ciance di quelle persone, piene della loro boria, e di quella soltanto, ma vuoti del resto, forse proveranno a imbavagliarti o a metterti i paraocchi e sarai felice nell’udire le loro parole, ma io non posso approvare. L’unica certezza che ho oggi è che tirerò a campare qui a Pisa, resistendo in qualche modo. Se non qui, dove? Forse nella “terra dei cachi”, come cantavano Elio e le Storie Tese? Ma lì non so neanche se ci siano almeno le buone parole che trovo qui....

Oggi le aziende pubbliche e private ignorano le potenzialità dei disabili e quindi sono diffidenti nei loro confronti, considerandoli un “male necessario” imposto da una legislazione vessatoria che prevede il cosiddetto “collocamento obbligatorio”. Lo Stato, poi, si basa sulle norme volute dal legislatore a tutela di questa categoria debole di potenziali lavoratori e attraverso le strutture territoriali di collocamento, cerca un inutile dialogo con il mondo del lavoro che nella sua poca disponibilità costringe questi uffici ad un costante contenzioso, basato su rapporti numerici mai mantenuti e a una pratica sanzionatoria amministrativa che sembra essere per le aziende meno onerosa di quanto non sia assumere i disabili...

Lo studio e la fortuna

In tutto questo marasma l’università si propone come alternativa alla vita, nella quale vieni lasciato a te stesso. Ma cosa ti può realmente offrire? Forse solo tanti paroloni, come quelli che sono stati rifilati a me...

La Conferenza Nazionale Universitaria Delegati per la Disabilità (CNUDD) ha evidenziato la gravità del problema, producendo uno specifico documento in merito all’inserimento lavorativo degli studenti disabili dopo la laurea, nel quale viene chiaramente sottolineato che i laureati disabili - cito testualmente - «subiscono forti discriminazioni derivanti da un’applicazione sul collocamento obbligatorio che non contempla la differenziazione delle professionalità».

Ai disabili, insomma, vengono offerti - solo se hai fortuna - posti di lavoro che non tengono in considerazione le competenze acquisite durante gli studi universitari. È come dire che hai studiato per niente. Accade così che nella fascia tra i 25 e i 44 anni, i disabili occupati siano solo il 32% contro il 70% del resto della popolazione e che in questa già bassa percentuale solo una minima parte riesca a svolgere un’attività adeguata alla propria preparazione professionale.

Questo è dunque il motivo per il quale il CNUDD sollecita gli atenei - che tra l’altro sono gli stessi che lo costituiscono - ad attivarsi per effettuare un’opera di matching tra domanda e offerta di lavoro, in collaborazione con gli Uffici per l’Impiego, promuovendo anche, con questi ultimi, una capillare opera di informazione e sensibilizzazione sulle reali potenzialità dei disabili, praticamente ignorate da tutto il mondo del lavoro. A fronte di questo pressante invito, in realtà risulta che solo pochi atenei si siano concretamente attivati...

Atenei dietro alla lavagna

Non volendo fare una lista dei buoni e dei cattivi, mi limiterò a citare solo qualche iniziativa universitaria, in relazione all’inserimento lavorativo dei disabili, ricavata dalla mia tesi di master in Scienza della Legislazione e Governance Politica, che si intitola proprio Pari opportunità per gli studenti diversamente abili nell’ambito universitario. L’università di Pisa e gli altri atenei Italiani.

L’Università di Pavia prevede una specifica pagina del proprio sito internet, intitolata Inserimento lavorativo, nella quale viene evidenziato che lo studente disabile laureato ha la possibilità di essere aiutato nella ricerca di un lavoro grazie alla presenza di personale dedicato nell’Ufficio Disabilità. Quest’ultimo è in grado di effettuare un realistico matching tra competenze del laureato disabile e offerte lavorative proposte dalle aziende del territorio, dopo un’accurata job analysis e un’altrettanto accurata definizione delle esigenze del singolo.

L’Università di Genova, poi, si limita a prevedere - nella sezione dedicata alle iniziative rivolte agli studenti con difficoltà dovute a disabilità - l’assistenza postuniversitaria per l’avviamento al lavoro, in raccordo con le istituzioni esterne preposte a queste funzioni.

L’Università di Camerino, infine, presenta un servizio detto Post lauream, ove si evidenzia che il Servizio Accoglienza Studenti Disabili si sta attivando per offrire loro servizi mirati all’inserimento lavorativo, attraverso la creazione di percorsi integrati tra università e azienda. Buoni propositi che tuttavia non hanno ancora trovato una reale materializzazione.

Per quanto strano possa sembrare, mi devo fermare qui, in quanto malgrado in sede di studio abbia visitato praticamente oltre venti siti delle maggiori università italiane e abbia analiticamente trattato nove di questi, non sono stato in grado di trovare altri esempi di recepimento o quanto meno della volontà di recepire le direttive del CNUDD che, mi permetto di sottolineare ancora, sono state proprio le università stesse, o meglio i loro cosiddetti “delegati alla disabilità”, ad elaborare.

Disabili ed extracomunitari

Infine, per chi si domandasse del perché non ho parlato dell’Università di Pisa, presso la quale mi sono laureato e dove ho appena terminato il master, non ho difficoltà a dire che il motivo è molto semplice: sino ad oggi il problema dell’inserimento lavorativo dei disabili non è stato preso in considerazione... Questo non vuole naturalmente suonare come un appunto per l’Ufficio Disabili della mia università. Con termini volutamente burocratici, mi limiterò a dire che tale Ufficio «assolve pienamente agli obblighi di legge», ovverossia niente di più di quanto è dovuto.

Da parte mia ho cercato durante la mia permanenza all’Ufficio Unità di Servizi per l’Integrazione dei Disabili di ribadire le proposte che avevo già illustrato nella tesi del master, ma sono riuscito ad ottenere solo una garbata missiva dell’attuale Delegato alla Disabilità, ove si evidenziava come non fosse ritenuto da più parti opportuno che un disabile facesse parte dell’Ufficio Disabili, per non mettere in difficoltà i disabili che hanno contatti con questo ufficio... Un po’ come dire che all’Ufficio Immigrati è bene non adibire un extracomunitario per non farli sentire ancora di più extracomunitari!

Ma allora disabili ed extracomunitari sono davvero esseri inferiori e in una condizione tale da vergognarsi del loro stato? Io non mi vergogno di certo e per questo motivo sto portando avanti alcune iniziative, come ad esempio il primo incontro-convegno dell’“angolo del disabile”, che si è tenuto in maggio alla facoltà pisana di Scienze Politiche e che ha gettato le basi per il lavoro futuro.

Chiunque voglia anzi parlare con me, scriva a marco.ridi@ventodivino.it, indirizzo dell’omonimo sito www.ventodivino.it, che nella sua idea generatrice doveva servire ad integrare disabili nella nuova era dominata dalle nuove tecnologie dell’informazione.