DM 159 - SETTEMBRE 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Le conseguenze della Convenzione

di Enrico Lombardi

 

Cosa si potranno aspettare 650 milioni di persone con disabilità dalla nuova Convenzione approvata in agosto all’ONU? Le ricadute immediate, il Terzo Mondo e un giornalismo “distratto” come sempre

 

Il 25 agosto 2006 è stato salutato da molti esponenti del “mondo della disabilità” come una data storica. Com’è ormai noto, infatti, dopo cinque anni di intenso lavoro si è arrivati alla definizione, da parte delle Nazioni Unite, della Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità, che attende ora la ratifica da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU.

È bene sgomberare il campo da aspettative e speranze di cambiamenti epocali. Difficilmente un disabile medio italiano potrà trovare elementi innovativi nella Convenzione. Del resto la Costituzione Italiana, che precede di quasi sessant’anni il documento elaborato dall’ONU, prevedeva già la salvaguardia di buona parte, se non di tutti, i diritti declinati nella Convenzione. Diritti che riguardano i cittadini italiani in quanto tali e non perché disabili. L’integrazione sociale, l’uguaglianza di fronte alle istituzioni, il diritto al lavoro, all’istruzione, all’abitazione, alla mobilità, sono tutti sanciti all’interno della nostra principale fonte normativa.

Inoltre, come del resto anche la Costituzione, il documento ha un carattere molto generico. Si tratta di stabilire cioè dei princìpi. Insomma, chi crede di trovare indicazioni su come fare per ottenere l’assistenza personale, oppure la definizione della pendenza a cui devono essere costruiti gli scivoli o della larghezza delle porte di un ascensore rimarrà deluso. Ed è giusto che sia così. Infatti la Convenzione è il frutto del lavoro dei delegati appartenenti a Paesi dalla cultura e dalle tradizioni diversissime fra di loro. Senza contare l’enorme gap economico fra i Paesi occidentali e quelli del Terzo Mondo.

Ecco, forse è proprio questo l’aspetto più significativo. La Convenzione mette in evidenza le grandi, enormi differenze in cui si trovano a vivere gli abitanti del nostro pianeta. Differenze e difficoltà rese ancora più marcate in presenza di una disabilità. Ad esempio, esiste addirittura uno specifico articolo dedicato al diritto di accesso all’acqua potabile. Se pensiamo che ognuno di noi ogni volta che va in bagno ne consuma circa cinque litri, possiamo capire in modo concreto, se ancora ce ne fosse bisogno, le difficoltà che può incontrare chi non solo ha avuto la sfortuna di nascere nella parte “sbagliata” del mondo, ma è pure disabile. Oppure basta pensare alla questione, tanto attuale in questi giorni, dell’integrazione scolastica. Puntuali, come ogni anno, leggiamo di polemiche, denunce e quant’altro per la mancanza di insegnanti di sostegno agli alunni con disabilità. Probabilmente ad un’altra latitudine il grosso problema sarebbe addirittura la mancanza degli edifici scolastici...

Ecco allora che, se è vero che il 90% di quei 650 milioni di persone con disabilità cui la Convenzione fa riferimento (a pensarci bene, contando anche i familiari e le persone in qualche modo coinvolte, si arriva alle dimensioni di un piccolo continente) vivono nei paesi del Terzo Mondo, il nuovo testo viene ad assumere un valore che va ben al di là del semplice simbolismo (che pure è importante).

Certo, bisognerà vedere anche le ricadute effettive che questo documento avrà sulla vita delle persone con disabilità alle quali è rivolto. Da parte nostra, in questa parte del mondo, dobbiamo registrare un primo dato certamente non incoraggiante. Ci riferiamo cioè alla totale mancanza di copertura, al totale disinteresse dei mass media per la notizia. D’accordo, l’estate appena passata ha offerto grandi spunti giornalistici: i mondiali di calcio con il trionfo degli azzurri; la testata di Zidane che ha messo in crisi i rapporti italo-francesi; la guerra in Libano; l’eccesso di caprioli in Piemonte; i cani abbandonati; le feste in villa dell’ex premier... però qualcosa di più poteva essere fatto.