a cura di Crizia Narduzzo
La seguivamo da molto tempo: ora è una grande soddisfazione anche per DM poter raccontare ai suoi lettori, quasi “minuto per minuto”, come si sia arrivati a definire la prima
Convenzione ONU sulla disabilità
Quando abbiamo iniziato a seguire da vicino i lavori della prima Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità, circa un anno fa (Più vicina la Convenzione, in DM 157), la sua approvazione entro il 2006 era in assoluto la migliore delle ipotesi auspicate e chi la sosteneva con particolare convinzione veniva ritenuto un grande ottimista.
Invece, grazie all’enorme impegno di tante associazioni di persone con disabilità, delle Organizzazioni Non Governative e degli stessi governi, il 25 agosto il Comitato Ad Hoc istituito dall’Assemblea Generale dell’ONU per redigere il nuovo testo ne ha licenziato una bozza che diventerà il testo definitivo, non appena verrà approvata dalla stessa Assemblea nei prossimi mesi.
Avanzata più volte anche dall’Italia, dopo l’emanazione nel 1993 delle Regole Standard per l’Eguaglianza di Opportunità per le Persone con Disabilità, perché ritenuta un passo necessario per il quale i tempi erano maturi, la proposta di una Convenzione venne accettata solo nel 2000.
Da quel momento, cinque anni di incontri frequenti, lavoro costante, mediazioni delicate, negoziazioni e trattative, premiati ora da un successo storico, se si considera che questa è la prima Convenzione ONU del nuovo millennio «che entra di diritto - ha affermato con soddisfazione Giampiero Griffo, a New York con la delegazione del governo italiano come rappresentante del CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità) - tra gli otto documenti di legislazione internazionale più importanti sui diritti fondamentali dell’uomo».
Un testo, va ribadito, che non crea nuovi diritti, ma che proibisce in modo inequivocabile ogni discriminazione verso le persone con disabilità, in qualsiasi frangente della vita, e che inoltre riporta indissolubilmente il tema di ogni discriminazione sulla base della disabilità al contesto dei diritti umani o della violazione di questi ultimi.
Erano in più di ottocento al Palazzo di Vetro dell’ONU per l’ultima sessione del Comitato Ad Hoc, ad esercitare tante e tali pressioni che persino su potenze riottose come la Cina hanno sortito degli effetti. Quindici giorni intensi e duri, in particolare l’ultimo, in cui sembrava che problemi di natura pratica e burocratica avrebbero impedito la definizione di questo importante strumento.
Cambiamenti improvvisi di sala per le ultime discussioni, traslochi complicati - soprattutto per le persone con disabilità - il tempo che passava e ancora tanti articoli da approvare. Poi il dibattito sul preambolo, «molto delicato ed emozionante», come ci racconta Griffo.
E ancora avanti, in una sorta di lotta contro il tempo, con l’ambasciatore neozelandese Don MacKay, presidente del Comitato Ad Hoc e figura fondamentale per il buon esito dei lavori, che chiede e ottiene il prolungamento della sessione fino alle 19.30. I resoconti diventano rapidi e sintetici, la tensione aumenta, con la consapevolezza che da un momento all’altro la seduta potrebbe interrompersi, rimandando l’approvazione del testo ad una successiva sessione, con risvolti e conseguenze imprevedibili.
Poi, alle 19.58, viene votato l’ultimo articolo, sul quale nessuno solleva più obiezioni e finalmente può esplodere il lunghissimo applauso di tutta la sala, emozionato, commosso, quasi liberatorio.
«Let us know what you can live with», ovvero «Fateci sapere ciò che potete accettare e con cui potete convivere, anche se magari per voi non è il massimo che avreste voluto ottenere». Una frase emblematica - tanto del processo di stesura del testo, quanto del risultato finale - che Don MacKay ha pronunciato spesso per richiamare i delegati al realismo, al senso di responsabilità.
Forse sia il metodo utilizzato che lo stesso testo prodotto avrebbero potuto essere migliori, ma probabilmente si è trattato dell’unico metodo praticabile e della sola convenzione realizzabile, fatti entrambi anche di compromessi, insoddisfazioni, scarsa convinzione rispetto a certi articoli e a talune decisioni, visto l’elevato numero di realtà associative, organizzative e governative che hanno dato il proprio contributo e che giustamente hanno voluto potersi riconoscere nel nuovo documento.
Di volta in volta - conferendo così un’ancor maggiore universalità e riconoscimento a livello internazionale al documento - sempre più delegazioni hanno voluto partecipare, far sentire la propria voce, essere ascoltate, avendo capito l’importanza di quanto si stava compiendo e quindi “facendo politica”, perché di questo si è trattato e ancor più si tratterà d’ora in poi.
«Sessione dopo sessione - dichiara Pietro Barbieri, presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e anch’egli membro della delegazione italiana - abbiamo conquistato i nostri diritti, seguendo il principio del nulla su di noi senza di noi. Abbiamo combattuto e abbiamo mediato, ora ci aspettiamo che il governo italiano si impegni attraverso una rivisitazione delle leggi e delle politiche attive».
Dopo l’approvazione del testo da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, presumibilmente entro la fine di ottobre, il documento dovrà essere ratificato e poi soprattutto applicato da parte dei singoli Paesi. Un passaggio delicato, durante il quale non potrà mai venire a mancare la pressione delle centinaia di associazioni e organizzazioni che tanto hanno contribuito alla realizzazione di questo testo, un piccolo pezzo di storia di questi giorni.
Il nuovo documento approvato a New York il 25 agosto si compone di 50 articoli e un protocollo opzionale che prendono in considerazione tutti gli àmbiti e i possibili contesti attinenti alla vita di una persona con disabilità.
Princìpi e obblighi generali, donne, bambini, accessibilità, giustizia, integrità personale, educazione, salute, lavoro, partecipazione alla vita politica e culturale, il sistema di monitoraggio internazionale: sono solo alcuni degli importanti temi trattati nel testo, prima parte, fondamentale, del lungo percorso che porterà alla reale affermazione e applicazione dei diritti che la Convenzione ribadisce.