DM 159 - SETTEMBRE 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Fotografi del XXI secolo

a cura di Barbara Pianca

 

Come si può raccontare oggi la disabilità tramite le immagini? Piero Cavagna e Pietro Sparaco, i due fotografi che abbiamo intervistato, lo fanno attraverso una serie di frammenti di quotidianità

 

Basket - Realizzazione di Piero Cavagna
Basket - Realizzazione di Piero Cavagna

Nel Novecento, fino agli anni Settanta, il lavoro di chi documentava la diversità attraverso le immagini era quello innanzitutto di denunciare i soprusi e le ingiustizie. Un ruolo morale necessario che si inseriva nel percorso storico di conquista dei valori di uguaglianza e rispetto dei diritti umani fondamentali. Oggi quello della parità dei diritti è - almeno nella teoria - concetto condiviso. E allora cosa possono ancora raccontare le immagini quando rifiutano il pietismo o il sensazionalismo banale di tanta televisione?

Riportiamo a questo proposito le testimonianze di Piero Cavagna e Pietro Sparaco, due fotografi che si sono avvicinati alla la disabilità nel ventunesimo secolo. Nel prossimo numero di DM continueremo il percorso a ritroso, proprio con i maestri della fotografia di denuncia degli anni passati.

Piero Cavagna: un approccio quasi antico

Introduzione alla disabilità: «Da anni sono amico di Graziella Anesi, presidente della Cooperativa HandiCREA di Trento, disabile. Ho conosciuto la disabilità attraverso un’amicizia, in modo naturale, leggero. La differenza tra me e lei sta nella condizione fisica, non nelle emozioni, nelle pulsioni, nel pensiero».

Nuoto - Realizzazione di Piero Cavagna
Nuoto - Realizzazione di Piero Cavagna

XXI secolo: «Stiamo attraversando una fase di cambiamenti e l’immagine è lo specchio di questa confusione. Il rischio di utilizzarla e usare, con essa, le situazioni in modo strumentale è grande. È meglio rallentare quando non si è sicuri della strada giusta. Fermarsi a pensare può salvarci. Nel bombardamento quotidiano di immagini veloci e provocatorie, per il tema della disabilità ho scelto un approccio leggero, lento, quasi antico».

L’idea del quotidiano: «Mi affascinava la possibilità di documentare la vita quotidiana di una persona disabile attraverso percorsi nuovi. Nessuna denuncia, solo il racconto di ciò che accade 365 giorni l’anno per ventiquattr’ore al giorno: Tutto il giorno tutti i giorni, come recita il titolo del lavoro che ho realizzato con la Cooperativa HandiCREA».

La sequenza, la fatica e i bambini: «Tutto il giorno tutti i giorni racconta l’incontro con alcune persone disabili e alcuni momenti della loro vita quotidiana, spesso resi con immagini in sequenza. Sono serviti due anni a Domenico per imparare a raccogliere una palla rossa da terra e anche ora impiega tempo e fatica. Raccontare il suo gesto con una serie di immagini a sequenza molto stretta può rendere a chi guarda almeno un po’ di quel tempo e di quella fatica. Inoltre, tale sequenza è di comprensione immediata per tutti, anche i più piccoli. Mi interessa molto comunicare con i bambini: c’è bisogno di un approccio nuovo, fin da piccoli, alla comprensione, interpretazione e utilizzo dell’immagine».

La naturalezza e il tempo: «Il fotografo mette sempre qualcosa di sé nell’immagine. Fotografare la disabilità coinvolge molto l’emotività, ma ho cercato di trasformarla in naturalezza. Per farlo ho lavorato otto mesi in una cooperativa di disabili, ho imparato a giocare a basket in carrozzina, ho recitato con ragazzi disabili. Alla fine volevo riuscire a fotografare come se lo facessi da dentro, rendendo la mia presenza il meno possibile invasiva».

Lo sguardo di chi vede le fotografie: «A metà settembre 2005, un anno fa, abbiamo raccolto le immagini in una mostra allestita in Piazza Duomo a Trento per un mese, per ventiquattr’ore: Tutto il giorno tutti i giorni, appunto, come recita il titolo dell’esposizione e del libro. Le fotografie, la quotidianità della disabilità hanno voluto incontrare la gente. E la gente ha pianto in piazza, ha riso, commentato, se n’è andata arrabbiata. Non mi ha sorpreso l’attenzione e l’interesse per le immagini e l’allestimento: il tema era di quelli politicamente molto corretti, di fronte ai quali è difficile tirarsi indietro. Ma mi ha fatto contento il coinvolgimento di molte persone, la capacità della fotografia di raccontare qualcosa con i battiti del cuore».

Pietro Sparaco: quei trenta secondi

Sassari - Francesca Arcadu fotografata da Pietro Sparaco per la mostra Tra il corpo e gli affetti
Sassari - Francesca Arcadu fotografata da Pietro
Sparaco per la mostra «Tra il corpo e gli affetti»

Introduzione alla disabilità: «Ero una persona, come tante, sensibile al tema della disabilità in modo generico, finché un amico mi chiese di partecipare a un progetto fotografico della UILDM di Bergamo. È cominciato tutto così, e da allora, con cadenza quasi annuale, collaboro con la Sezione. All’attivo abbiamo sette mostre».

XXI secolo: «Oggi la diversità è in qualche modo accettata, ma l’emarginazione c’è comunque. E anche se le immagini la documentano, ne siamo talmente bombardati che reagiamo per pochi istanti o minuti e poi tendiamo a dimenticarcene. Io invece vorrei che la gente ricordasse, che pensasse alla mostra il giorno dopo averla visitata, e il giorno dopo ancora. Per questo, mostrare e ri-mostrare, attraverso l’allestimento di mostre diverse a cadenza ristretta, aiuta - spero - a prendere coscienza del tema che sta sotto alle immagini».

L’idea del quotidiano: «Una volta ho fotografato un uomo cieco camminare per la città lungo il percorso tattile a terra. Al semaforo il bordo del marciapiede si inclina e lui, non avvertito dell’imminenza della strada, rischia di venire investito. Questo fatto mi ha sconvolto. Ed è un evento quotidiano, privo di sensazionalismo. Ho scelto di fotografare attimi come questo che documentano la realtà».

Napoli - Maria Testamento fotografata da Pietro Sparaco per la mostra Tra il corpo e gli affetti
Napoli - Maria Testamento fotografata da Pietro
Sparaco per la mostra «Tra il corpo e gli affetti»

I miei lavori con la UILDM: «Abbiamo cominciato con un lavoro didattico sulle barriere architettoniche (La tua città è una città per tutti?) e poi siamo passati a raccontare la diversità con una raccolta di scatti di disabili, anziani, zingari, donne incinta (Storie di ordinaria diversità). Da allora, con cadenza pressoché annuale, prepariamo lavori a tema: sulle donne (Tra il corpo e gli affetti), su quattro famiglie di persone miodistrofiche (Immagini e parole), una serie di primi piani in bianco e nero (Ci chiamano handicappati). E ci sono state anche due esperienze giocose, con fantasia e costumi preparati dai volontari della Sezione: Cenerentola e, ultima fatica, Le fate colorate».

Il lavoro di squadra e i trenta secondi solo miei: «Ogni nuovo lavoro comincia attorno a un tavolo, le idee vengono da tutti, Edvige poi è un vulcano [Invernici, della UILDM di Bergamo, N.d.R]. Il lavoro di squadra continua fino allo scatto. Poi, in quei trenta secondi, tocca a me. Allora entro con testa, cuore e pancia nel presente: sono emozioni e momenti solo miei. E per evitare che la foto sia mera immagine di persona disabile, non parto subito con gli scatti. Una buona fotografia nasce dal feeling tra fotografo e fotografato. Chi si fa fotografare si espone e non gli è facile. Mio compito è conquistarne la fiducia: nella giornata o giornate che trascorriamo insieme, cerco di rompere diffidenze, disagi e imbarazzi».

Lo sguardo di chi vede le fotografie: «I libroni che gli ospiti delle mostre hanno compilato con impressioni e ringraziamenti testimoniano che gli scopi di sensibilizzazione sono stati raggiunti. Ma, come dicevo all’inizio, il punto oggi non è più solo questo. Il punto è: penserai al problema sollevato dalle mie foto tra una settimana?».