di Daniele Ceron* e Giulia Gallina*
Continua il coinvolgente racconto del viaggio in Kenya di due fisioterapisti della UILDM, a contatto con realtà inimmaginabili, dove anche un pezzo di bicicletta vecchia può servire a costruire un ausilio
I terapisti del Centro di Ol’Kalou, a differenza di quelli italiani, erano in grado di realizzare e sostituire i gessi che i bambini dovevano indossare dopo interventi ai piedi torti o in caso di allungamenti muscolari resi necessari da situazioni di paralisi cerebrali infantili. Erano molto abili nel confezionare questi gessi, e puntuali nel rimuoverli o sostituirli, manovre insegnate loro dai medici dell’équipe di Genova che ogni anno si reca in Kenya per valutare e decidere quali casi sottoporre ad interventi chirurgici, per effettuare gli interventi programmati e per dare indicazioni sulla fisioterapia.
Rapida ed efficace era poi la collaborazione con i tecnici ortopedici che, nel laboratorio situato vicino alle due palestre, realizzavano con prontezza ortesi, ausili e protesi, a seconda delle diverse necessità. In tal modo molti di quei bambini riuscivano a raggiungere un’autonomia seppur grossolana negli spostamenti.
«La mente è come un paracadute: se non si apre non funziona»: è proprio questo lo spirito che si deve avere quando si va nei Paesi in via di sviluppo, perché solo così si può essere veramente d’aiuto a queste popolazioni e tornare sorpresi di aver ricevuto forse più di quanto si credeva di aver donato!
Una mattina ci venne chiesto di partire assieme a Suor Margharet per accompagnare Peter, un bambino di sei anni, presso l’ospedale di North Kinanghop, dove avrebbe dovuto essere sottoposto ad un intervento chirurgico eseguito da un medico olandese.
Peter era partito per rimanere ricoverato un mese in ospedale, da solo. Aveva con sé soltanto una piccola matita che teneva stretta in una mano, nessuna borsa con vestiti, giocattoli o qualcosa da mangiare… Avrebbe indossato la stessa maglietta e gli stessi pantaloncini per un mese intero.
Era difficile comunicare con lui perché non capiva l’inglese e così non siamo riusciti a rassicurarlo come ci veniva spontaneo fare in una situazione così triste e ogni volta che incrociavamo il suo sguardo era come se dentro di noi si aprisse una voragine. Ma ciò che più ci sbalordiva era che nemmeno Suor Margharet, che riusciva a farsi capire da lui, si preoccupava di tranquillizzarlo. Il viaggio è durato due ore e quando siamo arrivati, sono stati i drivers ad accompagnarlo a fare gli esami del sangue e le radiografie.
Al momento del ricovero gli hanno consegnato una bacinella e un sacchetto con dentro un asciugamano, un rotolo di carta igienica e un bicchiere di plastica e con queste cose un’infermiera l’ha accompagnato nella sua stanza, una camerata composta da sei letti.
Appena entrati, Peter si è diretto verso l’unico letto libero e resosi conto che era arrivato il momento di salutarci, ha iniziato a piangere, un pianto silenzioso; cercava di trattenere le lacrime come se piangere fosse segno di debolezza. Lo abbiamo lasciato lì con la speranza che le mamme e i bambini dei letti vicini lo accogliessero e non lo facessero sentire solo.
È difficile di fronte a una situazione come questa non provare rabbia, impotenza e una profonda tristezza. Soprattutto è impossibile non fare i confronti con la realtà italiana, dove si parla e si ricerca tanto la “presa in carico globale del paziente”. Ma è proprio qui che si sbaglia, nel momento stesso, cioè, in cui si fa questo confronto! Perché se si osserva la storia di Peter da un altro punto di vista, da quello africano, si può arrivare a capire che in fondo anche il suo problema è stato preso in considerazione “in maniera globale”. Dopotutto, in seguito all’operazione (si trattava di un intervento di scollamento del braccio dal torace), Peter potrà tornare nel suo villaggio, giocare con gli altri bambini ed essere d’aiuto nel lavoro dei campi, senza essere considerato “diverso” e per questo rischiare di essere trascurato.
L’ultima settimana della nostra permanenza in Kenya l’abbiamo trascorsa a Nyahururu presso il Saint Martin Centre. «Il Saint Martin nasce dalle persone, è per le persone e continua con le persone»: questo il motto di tale organizzazione d’ispirazione religiosa che opera cercando di coinvolgere l’intera comunità.
Tutti i progetti partono dalle comunità cristiane e sono gestiti da comitati che le rappresentano. In questo modo è la comunità stessa che si fa carico dei bisogni dei suoi membri, attraverso i mezzi di cui dispone. La comunità viene infatti stimolata, formata, incoraggiata e sostenuta affinché si prenda cura dei suoi soggetti più vulnerabili e cerchi, al proprio interno, di trovare le soluzioni più adeguate. Tutto questo è reso possibile grazie al servizio gratuito di più di seicento volontari che, sparsi sul territorio, mettono a disposizione tempo, risorse, esperienza e formazione.
Gran parte di quella settimana l’abbiamo trascorsa, ad esempio, assieme a Luca, fisioterapista italiano, che con la sua famiglia ha deciso di vivere e lavorare lì per un paio d’anni.
Con la sua grande professionalità, ma soprattutto con la sua freschezza e la sua gioia, tutti i giorni Luca ci ha scarrozzato con la jeep, assieme a volontari del centro istruiti all’attività rieducativa, fino a raggiungere luoghi lontanissimi e affascinanti. Lì lo aspettava sempre qualche volontario del Saint Martin che organizzava in luoghi insoliti (capanne, chiese, prati) delle visite per valutazioni, controlli o consulenze su persone, soprattutto bambini, portatori di handicap, per lo più gravi.
Lì venivano raccolti i dati della persona e distribuiti consigli alla famiglia su come operare per affrontare la patologia, anche con l’aiuto di ausili costituiti da materiale povero, cercando cioè di utilizzare le risorse che si possono facilmente trovare, come il legno, il cuoio, le pelli o pezzi di biciclette vecchie…
*Fisioterapisti della UILDM di Padova.
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