DM 160 DICEMBRE 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Le carenze della nostra società

di Enrico Lombardi

 

Aumentano nelle scuole i soprusi verso i cosiddetti “soggetti deboli”: ragazze, immigrati, persone con disabilità. Forse però è il caso che la nostra società ne cerchi le ragioni soprattutto in se stessa

 

Nell’ambito del mio lavoro e della mia attività all’interno della UILDM mi sono trovato spesso ad avere a che fare con il mondo della scuola. Sarà anche per il fatto che i miei ricordi più belli sono proprio legati agli anni della scuola, per cui sento di avere quasi un debito di riconoscenza nei confronti di questa istituzione, da tutti ritenuta, a parole, fondamentale per lo sviluppo e per il futuro del nostro Paese, ma di fatto da tutti bistrattata, dimenticata e sottovalutata.

Nella mia mente c’è sempre stato un paragone fra certi insegnanti e certi sacerdoti. Quelli che stanno in prima fila, in trincea, senza pensare allo stipendio da fame, alla burocrazia, alle disposizioni amministrative, alle gerarchie e a tutto quello che ci fa sentire distante un’istituzione.

Ho sempre pensato che entrambe, Scuola e Chiesa, abbiano il loro fondamento proprio su queste persone. Da quello però che abbiamo appreso in questi giorni dai mezzi di comunicazione, dobbiamo credere che l’impegno di queste persone, di questi insegnanti da prima linea, non sia più sufficiente. Sembrano infatti aumentati in misura esponenziale gli atti di violenza che hanno come protagonisti giovani e giovanissimi. Soprattutto sembrano aumentati gli atti violenti durante l’orario di lezione e all’interno degli stessi edifici scolastici. E forse, a pensarci bene, questo è uno degli aspetti più inquietanti. La scuola, il luogo in cui, per antonomasia, i nostri ragazzi dovrebbero essere sicuri (almeno dal punto di vista dell’incolumità fisica) non è più così privo di pericolo.

Si è detto e scritto molto sugli episodi più recenti. Per quanto ci riguarda siamo rimasti colpiti, per ovvi motivi, dagli atti di violenza subiti da un ragazzo con disabilità psichica in una scuola superiore torinese. Sia chiaro, gli episodi di bullismo nelle nostre scuole, ma anche in tutti gli altri gruppi dei pari, ci sono sempre stati. Forse, ma si tratta di un’impressione personale, suffragata soltanto dalla mia esperienza, una volta le vittime di questi episodi erano altre. I “secchioni” - oggi si chiamerebbero nerds - colpevoli di essere troppo bravi, troppo snob, ma soprattutto di essere i “preferiti” degli insegnanti. Oggi le attenzioni sono rivolte ad altri soggetti. Gli immigrati, i disabili, le ragazze. Sono quindi i coetanei più deboli ad essere presi di mira.

Altra novità rispetto al passato è l’utilizzo di mezzi tecnologici per pubblicizzare la bravata, mezzi che consentono di “condividere” le proprie gesta con una platea potenzialmente infinita. È evidente allora come la componente narcisistica giochi un ruolo fondamentale. Il bisogno di essere sempre e comunque al centro dell’attenzione, di sentirsi considerati dagli altri, tutti elementi che stanno ad indicare delle carenze importanti. Ma da parte di chi?

Della famiglia, prima di tutto. Ci preoccupiamo di fare avere tutto ai nostri ragazzi, veri e propri prìncipi della casa. Hanno tutto, ma forse manca la cosa più importante. Un po’ di calore e dei punti di riferimento attendibili. Della scuola, poi, di cui abbiamo già detto. Chi sceglie di fare l’insegnante non può pensare che il suo lavoro si esaurisca nell’ora di lezione. Allo stesso tempo la scuola non può continuare a considerarsi un qualcosa di avulso dal resto della società. Della politica, infine, che sembra ricordarsi dei giovani soltanto in questi frangenti così drammatici.

Ma anche di tutti noi che siamo convinti di passare valori etici con le parole e le frasi ad effetto, senza renderci conto invece che questi devono essere trasmessi soprattutto con esempi concreti e con coerenza. Come facciamo a far capire ai nostri ragazzi che non è possibile avere sempre tutto nella vita e che ci sono dei limiti, quando sono - siamo - immersi in un paesaggio sociale che letteralmente “esplode” di stimoli a desiderare e a possedere? Come facciamo a far capire loro che non è giusto, soprattutto con i più deboli, usare la prepotenza per raggiungere i propri obiettivi, quando le cronache sono piene di esempi che vanno esattamente nella direzione contraria? E non ci riferiamo tanto al “disgraziato” che per disperazione compie gesti estremi, quanto a quei personaggi che in Italia sembrano riscuotere sempre grande successo, tanto da trovare ancora delle tribune autorevoli da cui pontificare anche dopo essere stati presi con le mani nel sacco...