di Antonella Pini*, Alessandro Ghezzo* e Daniele Frattini*
Concludiamo la nostra trattazione sulle ricerche in corso, in ambito di terapia genica e farmacologica delle malattie neuromuscolari. Dopo aver parlato di Duchenne e Becker, diamo spazio anche ad altre patologie
Nuove strategie farmacologiche sono allo studio anche per altre forme di distrofie muscolari. È il caso, ad esempio, delle patologie da deficit di collagene VI (distrofia congenita di Ullrich e miopatia di Bethlem) e della distrofia facio-scapolo-omerale.
La distrofia congenita di Ullrich è caratterizzata da esordio nel periodo neonatale, ipotonia e debolezza muscolare generalizzata, retrazioni articolari prossimali (le parti più vicine al tronco), iperlassità delle articolazioni distali (quelle più distanti dal tronco). La miopatia di Bethlem è invece una condizione a trasmissione autosomica dominante (trasmessa cioè da un’alterazione del DNA presente solo in un elemento della coppia di cromosomi), lentamente progressiva e legata a mutazione in geni analoghi a quelli della Ullrich. Clinicamente è caratterizzata da debolezza prossimale e retrazioni articolari distali.
W.A. Irwin e colleghi (2003) hanno creato topi con deficit di collagene VI che mostravano un quadro clinico simile a quello presente nella miopatia di Bethlem, associato ad una perdita di funzione mitocondriale. Da tale osservazione è derivato il tentativo di trattamento con ciclosporina A, che agiva bloccando l’apertura del mitochondrial transition pore (PTP), sorta di canale a livello del mitocondrio che regola la morte cellulare (apoptosi).
Gli autori hanno mostrato un arresto della progressione della malattia quando i topi venivano trattati con questo farmaco che, tra l’altro, è ben conosciuto e largamente usato nei casi di malattie infiammatorie su base disimmune.
Basandosi sulla considerazione che agonisti beta2-adrenergici come l’albuterolo abbiano effetti anabolici sulle fibre muscolari, prevenendo l’atrofia muscolare con conseguente aumento della forza e della massa negli animali e nei soggetti sani (H. Yang e altri, 1989), sono stati avviati dei trial per valutare l’efficacia di questa sostanza in pazienti affetti da distrofia facio-scapolo-omerale (FSH).
Ad un anno dall’inizio della somministrazione di albuterolo non si sono evidenziati miglioramenti globali della forza muscolare, ma un aumento della massa e un progresso di alcune misure di forza (handgrip). Associando poi alla somministrazione del farmaco un periodo di allenamento muscolare (esercizi dinamici ed isometrici), pur in assenza di un effetto sinergico, si registrano effetti positivi sulla forza e sulla massa muscolare solo in alcuni distretti e di entità limitata.
Vista l’esiguità dei trial e la mancanza di dati relativi alla somministrazione prolungata di albuterolo, l’efficacia di quest’ultimo nell’FSH è dunque ancora controversa. Recentemente alcuni autori (D.L. Lefkowitz e altri, 2005), avanzando l’ipotesi che alla base dell’FSH sia alterata la regolazione dei canali ionici del calcio (Ca2+) all’interno delle cellule muscolari, con successiva morte cellulare, hanno evidenziato in alcuni pazienti un lieve e graduale miglioramento dopo la somministrazione di diltiazem, che agisce bloccando quegli stessi canali.
Le parti precedenti in DM 159 e in DM 160
*Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile, Sezione Malattie Neuromuscolari, Ospedale Maggiore di Bologna.