Intervista a Giulio Cossu
Molto si è detto e scritto, nei mesi scorsi, sulle sperimentazioni con cellule staminali all’Istituto San Raffaele di Milano. Ne parliamo dunque con il coordinatore, Giulio Cossu, riprendendo un discorso iniziato oltre tre anni fa
Professor Cossu, ci eravamo lasciati alla fine del 2003 (DM 149/150), parlando del «primo effettivo risultato di una terapia cellulare applicata su un modello animale affetto da una forma di distrofia», tramite cellule staminali definite mesoangioblasti. Cos’è successo da allora?
«Completata quella fase di studio sui topi distrofici, ci siamo chiesti quali fossero i passaggi necessari per arrivare ad una sperimentazione sull’uomo e ne abbiamo identificati tre. Il primo era quello di validare il modello in un altro animale, più grande, con una forma di malattia sintomatologicamente più simile all’uomo. Abbiamo quindi pensato ai cani golden retriever i quali hanno appunto tali caratteristiche. Ebbene, abbiamo trattato dieci animali, quattro dei quali con le loro stesse cellule curate in vitro con un vettore virale che portava la microdistrofina umana, gli altri sei con cellule provenienti da un cane sano, ovviamente in regime di immunosoppressione. I risultati di questi studi - durati circa tre anni - sono stati molto confortanti, in particolare per quelle fibre ricostruite con la distrofina del cane sano donatore.
Sulla base di questi dati, dunque, abbiamo pianificato un trial clinico che dovrebbe prendere il via, con una valutazione ragionevole, entro un paio d’anni, utilizzando cellule da un donatore immunocompatibile sano (potrebbe essere un fratello, una sorella), in regime di moderata immunosoppressione».
E gli altri due passaggi necessari?
«Un altro importante problema da risolvere è che in condizioni normali, quando noi iniettiamo le cellule nell’arteria femorale, solo il 10% di queste si fermano nei muscoli della gamba, mentre il rimanente 90% finisce nel fegato, nei polmoni, nel rene e in altri organi, tramite il circolo venoso. Finora, nelle sperimentazioni sugli animali, questo non ha portato a problemi rilevabili, ma ovviamente ciò ridurrebbe l’efficacia terapeutica e aumenterebbe il carico di cellule in organi come i polmoni che già si trovano a dover compiere un faticoso lavoro, in presenza di una certa debolezza dei muscoli respiratori e del diaframma. Oggi, tramite una serie di trattamenti siamo riusciti a portare al 50% le cellule che “vanno a segno” e abbiamo in corso altri esperimenti per aumentare questa percentuale.
Il terzo passaggio, infine - quello dell’isolamento e della caratterizzazione delle cellule umane corrispondenti a quelle utilizzate nelle sperimentazioni sugli animali - è molto recente e oltre a sorprenderci dal punto di vista biologico, ci ha fatto capire che tali cellule hanno una capacità di formare muscolo di molto superiore a quella che avevamo osservato sia sul topo che sul cane, il che è di buon auspicio per la sperimentazione sull’uomo».
Passi avanti continui, dunque, e la prospettiva ormai concreta che la sperimentazione sulle persone possa partire...
«Direi che l’insieme di questi risultati completa gli studi preclinici. Quindi, pur non costituendo di per sé una terapia, permette senz’altro di assemblare tutti quei pezzi che servono a pianificare un protocollo terapeutico. Se poi questo avrà successo o no, non lo possiamo predire, ma stiamo facendo di tutto per far partire un trial clinico entro due anni.
C’ è da ricordare anche, ai lettori di DM, che queste sono cellule, non farmaci, e che quindi potremo trattare solo poche persone. In altre parole, quando va in sperimentazione un farmaco, lo possono provare - superata la prima sperimentazione - molti pazienti, mentre in questo caso, sia per i rischi connessi ad un trattamento mai provato prima sull’uomo, sia perché i costi sono molto elevati, non potremo trattare più di tre pazienti. E su di essi, per il primo anno, ci limiteremo a misurare periodicamente la progressiva perdita di forze, incominciando poi con il trattamento, per vedere se la tendenza negativa cambierà. Già un minimo di recupero di forze sarebbe un risultato estremamente incoraggiante.
Io posso solo ribadire che ora i risultati del nostro lavoro sono stati sottoposti agli esperti scientifici di Telethon e che ci sono state chieste delle correzioni, su cui stiamo lavorando. Ci saranno inoltre da superare altri test tossicologici con l’Istituto Superiore di Sanità e ulteriori passaggi necessari. Da parte nostra guarderemo certamente con attenzione a tutti i commenti e ai suggerimenti costruttivi di neurologi nazionali e internazionali, ma a questo punto l’unico modo per sapere come andranno concretamente le cose è partire con la sperimentazione».
Crediamo sia il caso di tornare a precisare quali malattie neuromuscolari potranno essere direttamente interessate da questi studi...
«Infatti, è opportuno ribadire che tra le distrofie saranno direttamente coinvolte quelle che sono dovute alla mancata produzione di una proteina, come appunto le distrofinopatie (Duchenne e Becker). In una eventuale fase successiva potrebbero essere trattate anche le distrofie dei cingoli, mentre per patologie la cui causa molecolare è più complessa (distrofia miotonica o facio-scapolo-omerale) occorreranno ulteriori studi».
È probabile quindi che siano pazienti Duchenne i partecipanti al primo trial?
«In effetti preferiremmo che fosse così, anche se non abbiamo ancora definito l’età “giusta”. Ovviamente, in linea teorica, quanto prima si comincia tanto maggiori possono essere le probabilità di riparare il muscolo. E d’altro canto un ragazzo un po’ più grande potrebbe collaborare meglio, fare le prove da sforzo in modo più consapevole e lo stesso trattamento di immunosoppressione partirebbe in uno stadio più avanzato. Si tratta comunque di un problema che affronteremo in seguito».
Riteniamo giusto dar voce anche alle contestazioni dei gruppi animalisti, per cui qualche giornale ha parlato addirittura di “vivisezione”. Cosa ci può dire a questo proposito?
«La risposta è molto semplice. Non abbiamo reso noi questi cani malati, nascono malati, esattamente come i pazienti. Noi abbiamo cercato di curarli, sottraendoli all’abbattimento. Se questa dunque è “vivisezione”, si può dire provocatoriamente che venga fatta in tutti gli ospedali italiani...».
In attesa dunque di darci un nuovo appuntamento per i prossimi sviluppi, cosa può dire in conclusione ai nostri lettori?
«Semplicemente riassumere quello che abbiamo già detto: stiamo cercando di arrivare ad un trial clinico che potrebbe partire nel giro di un paio d’anni. Esso riguarderà pochi pazienti - presumibilmente ragazzi Duchenne - e se dovesse funzionare, cercheremo di renderlo disponibile per un numero maggiore di persone. Ma prima, ovviamente, dobbiamo vedere se funziona, perché lo speriamo, ma non possiamo dirlo con certezza assoluta».