di Marco Buttafava
Nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, finché l’accessibilità dell’ambiente continuerà ad essere considerata un optional, vedremo ancora costruzioni fuori norma e disabili costretti ad entrare “da dietro”
Il disabile entra da dietro: certo, quando va bene... Ai vari «perché?» di Gianfranco Bastianello in DM 160, non posso che rispondere semplicemente: hai ragione!
Le leggi sull’accessibilità sono uguali per tutti nel territorio nazionale, però si continua a progettare come prima di quelle leggi: unica differenza, terminato il progetto, si mettono le “pezze” per essere a norma sull’accessibilità. Non si “progetta l’accessibilità”: l’accessibilità viene aggiustata dopo, a progetto finito. Certo, nel corso di questi anni vediamo situazioni migliorate e anche soluzioni molto positive. Non è più tutto così negativo. È però molto raro vedere un progetto pensato accessibile, modellato e calibrato nella sua globalità con criteri di accessibilità.
Presso il Politecnico di Milano, da anni viene realizzato un corso di specializzazione per l’accessibilità, a pagamento, rivolto a laureandi in architettura e in corsi affini o per tecnici comunali: è certamente un’iniziativa encomiabile, ma è un corso per chi vuole frequentarlo, per chi è interessato. Nei piani di studio dei vari corsi universitari, invece (architettura, ingegneria edile, civile e simili), non esiste un esame che abbia come oggetto l’accessibilità. L’attenzione all’utenza ampliata, all’accessibilità dell’ambiente costruito è un optional, una specializzazione, un attestato a parte: non è ritenuta né una conoscenza né un requisito indispensabile per un laureato, per un progettista.
Finché dunque sarà così, vedremo ancora nuove costruzioni fuori norma, troveremo marciapiedi senza scivoli o con scivoli fatti male, si continuerà ad entrare “da dietro”, a vedere servoscala non funzionanti (quelli installati all’esterno in genere non durano più di una stagione...), servizi igienici “per disabili” approssimativi e così via. E si sentirà anche dire - come nel Comune di Milano - che sui marciapiedi non si autorizzano più manufatti per l’accessibilità (scivoli), a causa di “motivi tecnici” vari (ad esempio l’esistenza di tubazioni e di reti di impianti nel sottosuolo da salvaguardare).
L’accessibilità è ancora intesa come un qualcosa in più, da aggiungere e da arrangiare, pur di rientrare nella normativa, come si legge ad esempio, sempre in DM 160, sul “ponte che non c’è” del Canal Grande di Venezia. Certo, meglio che niente... Pensare e progettare accessibile non potrà che essere il frutto di una maturazione e di una cultura che richiederanno tempo e qualche generazione di progettisti, costruttori, tecnici e amministratori.
Noi dobbiamo continuare a protestare, a proporre, a scrivere esposti, indebolendo la resistenza ad osservare le leggi. Anche come studio professionale cerchiamo di fare la nostra parte, contattando e sensibilizzando colleghi, tecnici e uffici tecnici comunali. Attualmente è in elaborazione un Testo Unico sull’Edilizia che dovrà includere anche il tema dell’accessibilità: sarà importante avere un testo legislativo unico, dove tutti i temi avranno uguale parità di trattamento. Speriamo che ciò induca alla parità di trattamento dei requisiti anche in fase di progettazione, dove l’accessibilità conquisti un ruolo prioritario.