di Oliviero Arzuffi*
La tesi di questa ampia trattazione, curata da uno degli iniziatori dell’inserimento scolastico di alunni con disabilità, è chiara sin dalla prima parte di essa: la nostra società è una vera e propria “fabbrica di disabilità”
L’handicap, ovvero la galassia della diversità. Non la diversità positiva, l’infinita ricchezza della pluralità, ma quella negativa, il marchio che svaluta sistematicamente e irreversibilmente il soggetto afflitto da una menomazione fisica, psichica o sensoriale, inchiodandolo alla sua disabilità, più o meno permanente, come ad una colpa.
A tutti certamente sarà capitato di incontrare uomini che arrancano su una carrozzina o che vagano smarriti, chiusi nel loro delirio, o che si muovono con la difficoltà di chi non è più padrone dei propri movimenti o che articolano con estrema fatica sillabe difficilmente comprensibili. Ciascuno di noi ha probabilmente avuto in quella circostanza la tentazione di fuggire per la paura o è stato preso da un eccesso di commozione o si è corazzato con l’indifferenza e il cinismo per non provare dolore: manifestazioni di un disagio profondo di fronte a ciò che potremmo diventare in ogni momento.
Questi “scomodi” incontri quasi sempre fanno scattare in noi - in quel modo solo apparentemente antitetico che oscilla tra il rifiuto e il pietismo - una profonda volontà di rimozione; quasi un disperato tentativo di allontanare una nostra cattiva immagine che il soggetto che abbiamo davanti ci richiama e che avvertiamo come una minaccia.
Tentiamo allora di distanziarci in tutti i modi da quell’immagine, isolando ed emarginando la persona afflitta e così la sua menomazione o il suo difetto si trasforma, nel nostro contesto relazionale e sociale, in handicap.
Handicappati non si nasce per natura, lo si diventa per cultura. Possiamo nascere con delle limitazioni fisiche, con dei difetti magari, non con degli handicap. L’handicap è un dato sociale e appartiene alla sfera della personalità, a quell’essere più o meno capaci di avere rapporti armonici, efficienti con il mondo che ci circonda.
Ma sappiamo molto bene ormai che la personalità di ciascuno è il frutto essenzialmente delle relazioni che instauriamo con gli altri e dell’immagine che ci facciamo di noi stessi, che a sua volta altro non è che il frutto dell’immagine che gli altri hanno di noi e che in tutti i modi ci rimandano. La personalità di un uomo, infatti, non è innata, non è un dato ereditario, ma il risultato di una serie di interazioni molto complesse che hanno al fondamento una valutazione sociale della sua esistenza che ne determina lo sviluppo o l’arresto in termini psicologici.
Vediamola meglio questa genesi della personalità sulla quale si struttura il successo o l’handicap di un uomo. Allo sviluppo della personalità concorrono due ordini di fattori:
- il patrimonio ereditario congenito, che determina l’ambito di questo sviluppo (se nasco senza gambe, ad esempio, non imparerò mai a camminare; se nasco con le gambe potrò invece correre);
- i “confini” entro i quali il soggetto si può muovere, cioè lo spazio fisico, il contesto culturale e valoriale in cui vive, l’ambiente politico ed economico di cui fa parte.
Questo, che chiamiamo comunemente con il termine ambiente, è l’elemento che traduce in atto la possibilità esistenziale del soggetto e che definisce quanto egli può realizzare di questa possibilità. Per esemplificare: nell’ambito familiare, quando un bambino nasce con le caratteristiche simili a quelle del nonno o di un altro parente, genera aspettative di comportamenti e modi di essere che “forzano” i dati reali. Per i genitori, infatti, quel bambino non è quello che è, ma quel che essi si aspettano dal nonno o da quel tal parente che agisce e pensa così.
Questa aspettativa non è senza effetti per l’immagine che una persona si forma di se stessa, perché determina il tipo di rapporto del soggetto in fase evolutiva con le persone più significative che gli gravitano attorno e con l’ambiente circostante, ingenerando precisi comportamenti. Quel bambino, di fatto, tenderà sempre di più a somigliare al nonno o a quel tal parente.
Questo in positivo, ma se nasce invece con una menomazione? Proviamo a pensare cosa potrà succedere in questo meccanismo proiettivo ad una persona che, invece di assomigliare al prestante nonno o al brillante zio, nasce spastico o con la sindrome di Down.
Innanzitutto egli nasce con un patrimonio che delimita lo spazio delle sue possibilità, tanto che la sua realtà esperienziale rimarrà limitata da questo deficit. Ma fin qui la situazione, pur grave, pur drammatica, può essere accettabile, perché ancora modificabile: siamo infatti nell’ambito della disabilità più o meno grave, non ancora dell’handicap, perché, con opportuni accorgimenti, si può ovviare alla menomazione e circoscrivere la disabilità stessa (uso una protesi, una carrozzina, metto uno scivolo ecc.).
È ciò che viene dopo, invece, che tollerabile non lo è più perché, come per il bambino di prima che assomiglia tanto al nonno, si instaurano nell’ambiente circostante, familiare e non, delle attese, così anche per lo spastico o la persona Down si creano delle aspettative, solo che sono tutte di segno negativo, cosicché il soggetto è costretto, per sopravvivere, a strutturare la sua personalità su queste cosiddette profezie negative.
L’esempio tipico di questo condizionamento è quello di una madre che ha un figlio spastico. Quest’ultima infatti è solitamente molto preoccupata quando egli gioca a pallone con i compagni o scende di corsa le scale, perché ha paura che si faccia male a causa del suo deficit motorio; tende perciò ad iperproteggerlo, a vietargli ciò che gli altri coetanei fanno, anche se il bambino magari è benissimo in grado di giocare e di scendere di corsa le scale. Quella madre, inconsapevolmente e con tutte le buone intenzioni del mondo, lo conferma in questo suo ruolo di perenne svantaggiato.
La conseguenza è che il bambino, nel suo sviluppo evolutivo, poco alla volta, tenderà a identificarsi con l’immagine di uno che non può fare - in termini relazionali, quindi, non sa fare - questo e quest’altro. Immagine che la madre, contro il suo stesso intendimento, gli rimanda. Cosi quel bambino, pur potendolo, non farà questo e quest’altro.
Le attese negative costruite sulla menomazione si sono dunque avverate e quella menomazione si è già fatta disabilità.
C’è un ulteriore passaggio nella relazione umana che determina lo sviluppo armonico o distorto della personalità di ciascuno: quello che gli psicologi chiamano effetto alone.
Esso consiste in quel particolare automatismo psichico che induce l’osservatore a valutare chi gli sta davanti sulla base esclusivamente di una sua caratteristica evidente. È quel meccanismo cioè che fa sì che - a partire da un dato, da uno stato o da una caratteristica del soggetto (sovente è quello più strano che ci colpisce; è il lato peggiore di noi, purtroppo, che si impone all’attenzione) - si tenda a proiettare su tutta la persona una serie di caratteristiche che generalmente si ritengono collegate a quell’unico aspetto considerato.
Quando incontriamo una persona in carrozzina, ad esempio, quello che immediatamente ci colpisce è il suo essere in carrozzina e, se non siamo sufficientemente accorti, siamo portati a valutare tutta la persona per quella menomazione che ha, indipendentemente da come quell’uomo in realtà è.
Esprimiamo poi questa distorta “lettura” di chi ci sta davanti anche con il linguaggio. Diciamo infatti nel parlare comune che «quello è un carrozzato», dove la categoria della menomazione che la carrozzina indica ha il sopravvento su tutto il resto: intelligenza, sensibilità, abilità, cultura. È accaduto così, senza cattiva intenzione, che su tutte le qualità che quella persona ha sia prevalso il suo deficit.
Se poi nel contesto sociale in cui quello sventurato vive prevale l’opinione che «uno spastico sia scemo», che chi è in carrozzina presumibilmente «non potrà essere intelligente», il modo con cui i circostanti si rapporteranno con lui risentirà fortemente di questo pregiudizio ed essi si comporteranno di conseguenza. La persona in carrozzina, allora, oppressa da quei messaggi negativi, tenderà, per quell’istinto mimetico che gli garantisce almeno la sopravvivenza psicologica, a conformarsi al pregiudizio degli altri e il copione dello scemo rischierà di finire per recitarlo davvero.
Oltre a queste due dinamiche c’è n’è una terza che concorre a rendere handicappato chi è affetto da una menomazione: la cosiddetta disconferma.
A tutti noi sarà capitato di assistere, quando non ne siamo stati gli autori, a comportamenti di questo genere. Davanti ad un disabile, accompagnato dai genitori o dagli amici, dovendo chiedere informazioni sul suo conto, l’interrogante, invece di formulare la domanda o la richiesta direttamente all’interessato, si rivolge agli accompagnatori, pur sapendo magari che il disabile è benissimo in grado di intendere e di volere.
Che cosa è avvenuto? Una sorta di cancellazione dell’interessato, in termine di comunicazione. Una disconferma, appunto, in termini di relazione, e non c’è nulla di peggio per quest’animale pensante che è l’uomo dell’azzeramento della relazione. L’uomo infatti, nato per comunicare, senza comunicazione muore.
CONTINUA IN DM 162
*Docente di lettere e storia negli istituti superiori, ove è stato tra gli iniziatori dell’inserimento di alunni con disabilità. Tra le sue pubblicazioni: Alla ricerca dell’utopia (1985), Oltre le sbarre (1986), Il bambino condiviso (1988) ed Emarginazione A-Z (1991).