a cura di Barbara Pianca
Presentiamo una nuova rubrica che scandaglierà il cinema alla ricerca di tesori preziosi e nascosti. E che magari, chissà, avrà talvolta la fortuna di incappare in un’opera per qualcuno indimenticabile...
Con questo numero di DM proponiamo una nuova rubrica di cinema il cui titolo - Dentro/Fuori (la disabilità) - ne rivela da subito l’intenzione, quella cioè di mettere mano nel “cappello magico e profondo” del cinema e di estrarre qualche titolo da segnalare tra quei lungometraggi che affrontano le tematiche care a DM - e che quindi sono “dentro” la disabilità - e quei lungometraggi che invece ne restano “fuori”. Anche per questi ultimi, però, utilizzeremo un criterio di selezione che ci farà scegliere titoli curiosi, efficaci, che ci hanno turbato o stupito per i motivi più diversi (e soggettivi). Titoli il cui ricordo si è sbiadito, oppure titoli distribuiti solo per l’home video: titoli, insomma, meno conosciuti, ma non per questo meno importanti.
Cominciamo la nostra rassegna con un film insolito e inquieto che alla sua uscita, nel 2004, fece piazza pulita di premi a una manciata di festival. Regina della pellicola a basso costo è la magra top model Trish Goff, che propone una recitazione intensa e indefinita come il sogno/incubo nella cui rete cade il personaggio che interpreta.
Chi ha esperienza di vicini di casa rumorosi entrerà con empatia nella storia della silenziosa Joyce Chandler, da poco divorziata e intenzionata a disintossicarsi dall’alcool. L’appartamento in cui vive potrebbe essere tranquillo, ma sopra vi abita una donna eccentrica e rumorosa. L’insopportabile vicina è l’attrice Ally Sheedy, che recita sopra le righe acuendo un senso di velata surrealtà che pervade l’intera pellicola.
Spiridakis segue la protagonista in una sorta di “discesa agli inferi”. Notti insonni, nervosismo a fior di pelle, crisi di rabbia (a detta dei colleghi), difficoltà nel concentrarsi: sono i sintomi di una situazione personale che si esaspera ed esige una soluzione. La regìa inventiva gioca di montaggi sincopati, che comunicano l’impossibilità di trovare pace e di esplorazioni d’ambiente asettico e straniante; il copione punta su sottrazione e ambiguità: tutti questi elementi rendono originale un thriller psicologico in cui non ci è mai dato di conoscere veramente la protagonista.
Per aprire lo spazio dei film che trattano tematiche legate in vario modo al mondo della disabilità, ne abbiamo scelto uno firmato da una “vecchia guardia” del cinema americano, un regista attivo sin dagli anni Quaranta, che ha portato sugli schermi opere del calibro di Serpico, Quinto Potere e Il verdetto.
Il film è del 1997 e affronta con toni prima “birichini” e poi metaforici i temi spinosi dell’accanimento terapeutico e dell’eutanasia nelle malattie terminali. In mezzo a pazienti gravi, ma stabili, tenuti in vita da elaborati macchinari e incapaci di fare qualcosa di diverso dal giacere, un medico (James Spader, attore in numerosi film tra i quali il provocante Crash di David Cronenberg e il sadomaso Secretary di Steven Shainberg) si trascina nelle lunghe ore del giorno e, soprattutto, della notte, in lotta contro il sonno e una certa apatia.
Questo finché non si trova coinvolto in una lite tra due sorelle a proposito della vita (o della morte) del padre in coma. Per l’una, fortemente religiosa, quest’ultimo percepisce ciò che gli accade intorno e per questo la sua è una vita ancora degna di essere vissuta: non spetta dunque all’uomo deciderne la fine. Per l’altra, invece, una sexy e sciocchina Kyra Sedgwick, strappare dalla morte chi è già pronto per essa e trattenerlo come un prigioniero senza vere speranze di evoluzione è un atto barbaro.
La vera provocazione della sceneggiatura di Steven Schwartz non sta nell’interesse nascosto delle due donne per una cospicua eredità, quanto piuttosto nella critica al sistema sanitario americano: perché se c’è di mezzo un’assicurazione sanitaria che paga bene, un ospedale ha tutto l’interesse a tenere in vita il beneficiario il più a lungo possibile. I realizzatori di questa pellicola da una parte suggeriscono che i dibattiti etici che scuotono interi Paesi possono essere manipolati (anche) da interessi privati di altro genere, dall’altra, che questi stessi dibattiti, in fondo, importano poco. Quello che conta davvero è il paziente ed egli non chiede di agire seguendo movimenti di opinioni razionali, ma, piuttosto, guardandolo in faccia e con una mano sul cuore.
Che il titolo non inganni: nessun thriller di omicidi, nessun poliziesco di sangue, nessuna pellicola adrenalinica, solo una decisione tutta italiana di tradurre così il film americano del 1998 Outside Ozona, e cioè Fuori Ozona, dove Ozona è semplicemente una città texana.
Il killer c’è e qualcuno farà una brutta fine. Ma la sua ossessione per la morte e la religione si mescola ad ossessioni, sogni e solitudini di altre anime che vagano in auto nei panorami vuoti di case e di alberi della notte texana. C’è una donna bisbetica (Sherilyn Fenn, la mitica Audrey di Twin Peaks) che non smette di punzecchiare la sorella; c’è un’introversa indiana navajo che accompagna la nonna in Messico prima di morire; ci sono un camionista solitario (Robert Foster), un cagnolino maltrattato, un clown licenziato dal circo (David Paymer) e una spogliarellista interpretata da una spiritosa Penelope Ann Miller, indimenticabile compagna di Al Pacino in Carlito’s Way.
Ognuno di loro, dall’abitacolo della propria vettura, cercando di sopravvivere e magari di inventarsi qualcosa in più, ascolta la stessa emittente radiofonica. Al microfono, un indomabile spirito libero, stanco ma mai fiacco, li incalza, li anticipa e li racconta.
Una miscela di ironia, calore umano, speranze, tristezze, solitudini e incontri è diretta con mano ferma e un tono indefinito, quasi anarchico, dal regista e sceneggiatore californiano J.S. Cardone, per un dramma notturno e corale dove le persone di buon cuore esistono davvero e rubano la scena agli assassini.