DM 162 - GIUGNO 2007 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

La società e il capriccio della sorte

di Oliviero Arzuffi*

 

Continua la trattazione curata da uno degli iniziatori dell’inserimento scolastico di alunni con disabilità, che analizzando i meccanismi sociali più profondi, spiega perché viviamo in una vera e propria “fabbrica di handicap”

 

La comunicazione - si diceva - è lo scambio di informazioni che avviene all’interno di un sistema relazionale, cioè di un sistema costituito da persone in rapporto tra di loro che si definiscono reciprocamente le identità. Da ciò consegue che, quando la comunicazione è assente o distorta, è la stessa identità personale che va in crisi.

Infatti, nel rapporto tra esseri pensanti, non solo ogni informazione emessa ne riceve un’altra in risposta (anche il silenzio è un’informazione), ma nell’informazione stessa sono presenti due importanti elementi: l’elemento di notizia e quello di relazione, dove quest’ultimo rappresenta l’aspetto che definisce il rapporto tra l’emittente e il ricevente. Nella risposta, infatti, noi non rispondiamo unicamente alla notizia, ma anche alla definizione di sé che chi dà l’informazione mette in quest’ultima. In altre parole, quando io comunico qualcosa a qualcuno, dico implicitamente con il modo, con il tono della voce, con tutto quel che di sottinteso contorna la comunicazione: «Io sono questo».

Le possibilità di risposta poi che l’altro dà all’interlocutore non sono molte: o accetta la definizione che chi parla dà di sé (e questo è un elemento estremamente positivo per la maturazione personale: c’è anzi chi giustamente afferma che essa si fondi esclusivamente sulle conferme) oppure non la accetta, la nega, e questo, tradotto in termini di relazione, equivale al dire: «Non è vero che tu sei quello che dici di essere», il che rappresenta pure un elemento positivo, perché dà delle informazioni precise circa l’immagine che uno si è fatto di sé.

Una disperata richiesta di aiuto

Diversa invece è la disconferma - termine che abbiamo introdotto la volta scorsa - per la quale il soggetto - disabile - non viene proprio preso in considerazione, il che, tradotto in termini di notizia, porta ad una risposta quale: «Tu non conti, tu neppure esisti nella relazione».

La disconferma, dunque, è quanto di più sconcertante possa capitarci, perché non permette alla persona che ha posto la definizione di sé di cogliere se essa sia realistica o meno, anzi, non dà neppure la possibilità di discussione. Di fronte infatti alla disconferma - tanto distruttiva sul piano psicologico - la persona reagisce, ma le sue possibilità di uscirne si riducono sostanzialmente a due: può rompere la relazione - ciò che non sempre è possibile (pensiamo al rapporto genitore-figlio piccolo, al bambino in istituto, all’adolescente in carcere e ad altre situazioni nelle quali non è proprio possibile) - oppure instaurare un comportamento sistematicamente non logico, non coerente con la situazione: è il comportamento che definiamo sbagliato, incomprensibile, assurdo, che in fondo altro non è che una disperata richiesta di aiuto.

Infatti il disabile, già frustrato per un deficit o una menomazione, invia messaggi per quello che lui è e riceve risposte sulla base dell’idea che l’altro si fa di lui, idea che si forma, per giunta, a partire essenzialmente dai suoi lati negativi.

Arriva la “persona con problemi”

L’handicap, sul piano psichico, interviene dunque proprio quando non ci sono più vie di fuga dal disagio prodotto da una condizione di permanente disconferma, riassumibile nel messaggio: «Tu non ci sei». L’handicappato è tale proprio perché si trova inesorabilmente davanti a “specchi deformanti” che gli rimandano o cattive immagini di sé - e per giunta diverse, a seconda del modo con cui le persone alle quali egli si relaziona considerano la sua menomazione - o più spesso, e peggio, non gli rimandano alcuna immagine, cosicché egli perde progressivamente la percezione di sé, diventando quel che nel linguaggio comune chiamiamo il “matto”, l’“autistico” nel linguaggio specialistico, la “persona con problemi”, quando vogliamo usare un eufemismo per non offenderlo troppo: in sostanza l’handicappato psichico.

Ogni disagio, ogni handicap ha questa origine e qualcuno sostiene che anche molte menomazioni fisiche o le disabilità congenite siano il prodotto di una sorta di disconferma biologica da parte della madre sin dal seno materno. Esagerazioni, forse, indebite traslazioni di una relazione psicologica sul piano biologico, ma che ci aiutano a capire l’importanza di tale meccanismo che “fabbrica l’handicap” a partire da una vera o presunta disabilità, cancellandone la presenza in termini di relazione.

Profezie negative («ciò che non posso fare, non lo saprò mai fare»), effetto alone (l’handicap come metro per giudicare interamente la persona, con le conseguenze che ciò comporta) e disconferma sono dunque le tre facce soggettive di un cattivo modo di vivere il prossimo in stato di sofferenza che, interagendo, fabbricano l’handicap.

La sanzione sociale dell’handicap

C’è poi una faccia collettiva, sociale, istituzionale, di questa sorta di “fabbrica di mostri”. Un passaggio ulteriore che chiude il cerchio e rende l’handicap un fatto permanente, istituzionalmente sancito e quindi praticamente irrecuperabile: si tratta di imputare al soggetto stesso la causa della sua condizione. Il meccanismo è semplice e funziona pressappoco così.

La società, nelle sue diverse articolazioni e mediante le pessime modalità di trattamento delle disabilità, manda questo preciso messaggio ad esempio a una persona spastica: «Tu sei nato così, ma io non ne ho colpa» (non importa troppo se la causa di questo sia da imputare all’uso dei forcipe - perché in ospedale non si può perdere tempo con le partorienti - all’incompatibilità dell’RH materno - che una decente diagnostica prenatale avrebbe potuto ovviare - o ad un incidente che poteva essere evitato con una più attenta prevenzione). Infatti, «io, in quanto società, non sono tenuta a farti nascere sano. Il nascere sano e il vivere sano sono fatti privati, problemi personali di ciascuno, da imputare, se mai, al capriccio della sorte».

 

CONTINUA IN DM 163

 

*Docente di lettere e storia negli istituti superiori, ove è stato tra gli iniziatori dell’inserimento di alunni con disabilità. Tra le sue pubblicazioni: Alla ricerca dell’utopia (1985), Oltre le sbarre (1986), Il bambino condiviso (1988) ed Emarginazione A-Z (1991).