DM 163 settembre 2007 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Dentro/Fuori (la disabilità)

a cura di Barbara Pianca

 

Presentiamo la seconda puntata della nostra nuova rubrica che scandaglia il cinema alla ricerca di tesori preziosi e nascosti. E che magari qualche volta avrà la fortuna di incappare in un’opera per qualcuno indimenticabile...

 

Preannunciandovi una sorpresa nel prossimo appuntamento di questa rubrica - la cui voce Dentro (la disabilità) sarà dedicata al compleanno di un film che ha raccontato la disabilità fisica con coraggio e lucidità forse ancora oggi senza uguali - ci soffermiamo in questo numero su una delicata opera inglese che affronta con umiltà il tema dell’accettazione della malattia.

Per la sezione Fuori (dalla disabilità), abbiamo invece recuperato tre appassionanti titoli che, da diverse zone del mondo, scandagliano i drammi civili legati alla storia dei propri Paesi. Dalla tragedia argentina dei desaparecidos alle sanguinose rappresaglie dell’IRA nell’Irlanda del Nord al dramma dell’Apharteid in Sudafrica, ovunque non è facile tracciare il confine tra bene e male e i protagonisti lo varcano ripetutamente finché allo spettatore non sarà più chiara la parte in cui essi si trovano.

Dentro: Go Now di Michael Winterbottom

Nick (l’attore Robert Carlyle), un operaio edile e appassionato calciatore, un giorno si imbatte in Karen (Juliet Aubrey), impiegata in un albergo. I due si innamorano e trascorrono giorni felici e scanzonati. Ma qualcosa di imprevisto nel corpo di Nick comincia a succedere: una malattia genetica si affaccia sulla soglia della sua vita.

Winterbottom mette in scena un testo di Paul H. Powell, scrittore inglese affetto da sclerosi multipla, in uno scenario sociale degno di Ken Loach, ma con un’energia narrativa inaspettata. Il film parte come una commedia di ambientazione proletaria, ma nella seconda metà (con un tocco di classe memorabile, quale la caduta del martello) prende una svolta senza cambiare pelle.

Il protagonista è giovane e non vuole la malattia. Il suo rifiuto assume dimensioni esistenziali: Nick non “vuole” più nemmeno se stesso né desidera essere “voluto”, tanto meno dalla sua giovane fidanzata Karen. Eppure il bisogno - che nelle immagini diventa viscerale bisogno d’amore - si contrappone al rifiuto di Nick, impegnato ad affrontare insidie di cui prima non si era mai dovuto preoccupare.

Winterbottom non vuole patetismi e nemmeno facili consolazioni. Il sesso, il corpo, le grida, i tradimenti, la condizione umana e la canzone Go Now dei Moody Blues che dà il titolo al film sono le sue carte e le cala una dopo l’altra, senza dimenticare che la vita, il ballo continuano. E nel finale del film, Nick sta ancora ballando.

Fuori: La storia ufficiale di Luis Puenzo

Buenos Aires, 1983. Alicia, insegnante di storia e moglie di un ricco funzionario di regime, ha un timore: la sua figlia adottiva potrebbe essere figlia di desaparecidos. Inizia così un doloroso percorso per trovare la verità, compresa quella inimmaginabile che riguarda il marito.

Oscar come miglior film straniero nel 1986 La historia oficial (titolo originale) è, assieme al disperato Missing di Costa Gavras, uno dei più memorabili film di denuncia politica contro le brutalità dell’oppressione, che il regista argentino fa scorrere insinuanti e sotterranee attraverso le mura borghesi e domestiche della famiglia. Attaccandosi ai volti degli interpreti e ai loro dilemmi, Puenzo esplora l’angoscia latente e la labilità del confine con la violenza, raggiungendo una sintesi che supera i confini del contesto familiare in cui sono sviscerati.

Fuori: The Informant di Jim McBride

Irlanda del Nord, metà degli anni Ottanta. Gingy, mano armata dell’IRA, viene catturato dagli inglesi e si decide a collaborare con loro, stanco della spirale di odio in cui è coinvolto. Ma non sarà affatto semplice per lui e la sua famiglia, pedine di un ingranaggio violento e complicato.

Jim McBride, che viene dall’underground americano, è qui un regista in prestito, ma non lo è l’autore del romanzo Gerald Seymour da cui il film è tratto. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1988, l’opera ha una forza narrativa trascinante come le canzoni che i Pogues hanno composto per l’occasione: e attraverso questa forza, quasi rozza, coinvolge lo spettatore che assiste ai dilemmi di un protagonista con cui non è facile solidarizzare e ai “movimenti” politico-polizieschi che gli si muovono attorno.

McBride non prende posizione e racconta un vortice di vendette e macchinazioni senza via d’uscita (anche se adesso in Irlanda del Nord, soprattutto dopo il recente ritiro delle truppe inglesi sancito lo scorso 8 maggio 2007, la situazione è abbastanza più tranquilla). Unico spiraglio sembra intravedersi nella fiducia e nel rispetto reciproco, come quelli che crescono nel controverso rapporto tra Gingy e un militare inglese.

Fuori: Terra amata di Darrell J. Roodt

Sudafrica, metà degli anni Quaranta. Il religioso nero Kumalo e il ricco possidente bianco Jarvia sono gli anziani protagonisti del romanzo dello scrittore africano Alan Paton, messo in scena dal regista Darrell J. Roodt. Nel clima di tensione dell’epoca, i due si trovano contrapposti in una dolorosa vicenda che li accomuna e li obbliga a relazionarsi, mettersi in gioco, cercarsi o almeno tentare di capirsi: il figlio di Kumalo ha assassinato il giovane figlio di Jarvia e viene per questo condannato a morte.

Il sudafricano Roodt è un regista anomalo, che alterna film a sfondo sociale come Terra amata (titolo originale: Cry, the Beloved Country) o Yesterday (sulla condizione delle donne malate di AIDS in Africa) ad opere di genere come Prey, da non molto uscito nei cinema italiani. Con uno stile tendente all’effettismo, in Terra Amata lancia un grido lirico di speranza che emerge dallo sfondo violento dell’odio razziale nel paese dell’Apartheid. Il compianto Richard Harris e James E. Jones sono gli incredibili attori protagonisti di questo film che fa bene agli occhi e al cuore.