di Simona Lancioni
Due libri recentemente pubblicati affrontano le tematiche della sessualità legata alla disabilità, una questione che ha certamente subìto un’evoluzione nel corso di questi anni. Ma cosa resta ancora in sospeso?
Tabù o non tabù? Questo è il problema. La sessualità delle persone disabili è stata un tabù per tanto tempo. Ora ci sembra che non sia più così, o almeno che non sia così in tutti i contesti. A livello di società in generale, una certa chiusura esiste ancora, come nei confronti di tutte le situazioni che non si conoscono da vicino. A livello di “mondo della disabilità”, molte remore sono state superate e la sessualità è sempre più studiata, parlata, testimoniata, descritta, illustrata, analizzata, “insegnata”, promossa, riflettuta, ironizzata. In alcuni casi persino esibita e ostentata.
In quel percorso che dai bisogni essenziali porta alla qualità della vita, la sessualità, ponendosi a cavallo tra questi due ambiti, è stato uno dei primi terreni di conquista rivendicato dalle persone disabili. Ma come stanno concretamente le cose nella realtà di oggi?
Uno dei cambiamenti più significativi in questo campo è verosimilmente legato all’integrazione scolastica degli alunni con disabilità. La possibilità di frequentare la scuola, e di farlo assieme a tutti gli altri studenti, ha infatti consentito agli alunni disabili e ai loro compagni di istruirsi cimentandosi con un unico percorso didattico, ma ha anche permesso a queste persone di conoscersi, di confrontarsi, di relazionarsi, di forgiare insieme le rispettive personalità, attenuando (o, in alcuni casi, eliminando) le insicurezze e le paure prodotte dall’isolamento e dalla mancanza di occasioni di contatto diretto e di condivisione.
In sintesi: la scuola, pur con tutti i suoi problemi e difetti, ha accorciato le distanze tra la disabilità e il resto del mondo. Basta confrontare le fotografie dei disabili di pochi decenni fa con le immagini di oggi, per rendersi conto del grande percorso compiuto in termini di caratterizzazione personale e autoconsapevolezza. Un percorso che traspare anche visivamente dal nuovo modo di porsi e proporsi di queste persone.
Tutto a posto, dunque, tutto risolto? Non proprio. Due recenti pubblicazioni ci consentono di approfondire l’argomento. Eros e disabili. Riflessioni e testimonianze, di Rita Gay e Michele Di Bona (Milano, Ancora, 2007), affronta il tema prediligendo un taglio psicologico-esperienziale che pone in luce gli aspetti problematici emersi in occasione dei numerosi incontri effettuati per presentare un altro testo in materia di sessualità e disabilità (Adriana Bellotti, Nunzia Coppedé, Edoardo Facchinetti, Il fiore oscuro. Sessualità e disabili, Roma, Sensibili alle foglie, 2005) e ad essi tenta di rispondere.
Accesso al sesso. Il kamasabile, di Bruno Tescari (Roma, Lega Arcobaleno, 2007), si pone su un binario anch’esso esperienziale, ma pragmatico, operativo, centrando la propria attenzione sulla tangibilità del fare (sulle limitazioni funzionali degli intervistati e sulle soluzioni pratiche poste in essere nei frangenti sessuali per superarle), senza concessioni all’estetica del linguaggio, senza indugiare sui sentimenti, senza falsi moralismi, restituendo alla sessualità lo spessore di quella concretezza che il “troppo filosofare” tende sottacere.
Entrambe queste opere hanno il pregio di non esprimere giudizi di valore, e tuttavia, mentre nel leggere il primo libro si ha una più marcata percezione delle cose ancora sospese, irrisolte (non mancano accenni a vissuti di grande sofferenza), nell’affrontare il secondo, stando alla lettura suggerita dallo stesso autore, sembra quasi che gli unici problemi sessuali dei disabili derivino dal perbenismo del loro genitori. Tutto ciò dimostra che sì le distanze si sono accorciate, che le persone disabili hanno mediamente maggiori occasioni d’incontro, e una propria competenza nell’affrontare/gestire la loro sessualità, ma dimostra anche che, evidentemente, non è così per tutti.
Se, come crediamo, quindi, lo scopo delle due pubblicazioni è quello di favorire una riduzione ulteriore delle distanze attraverso la conoscenza, forse, da questo punto di vista, il reiterato parallelo tra disabili e normabili proposto da Tescari potrebbe risultare controproducente.
Un esempio per capirci: la stessa scelta di impiegare un neologismo quale “normaloide” (frequentemente utilizzato per designare la persona normabile) - termine che sminuisce la persona in ragione del suo stato di salute - non evoca la propensione all’accoglienza, ma piuttosto la volontà di rimarcare la differenza e la distanza. Prova ne sia che se un normabile si permettesse di ribattezzare una persona disabile come “disabiloide”, quest’ultima verosimilmente ne ricaverebbe un messaggio di malcelata ostilità.
Giova ricordare a questo punto che gli stati di salute (sia che siano buoni, sia che siano meno buoni) non dovrebbero mai essere motivo né di merito, né di colpa e che per arrivare alla vera integrazione sarebbe meglio ridimensionare (e non accentuare) la loro rilevanza a livello relazionale. A tal proposito è illuminante l’affermazione di quella moglie (di una persona con disabilità) che, interrogata su cosa volesse dire sposare un disabile, risponde così: «Non saprei cosa dire, io non ho sposato un disabile, ho sposato un uomo» (Gay, Di Bona, op. cit., p. 89). Più che una risposta, una lezione. Per tutti.