DM 163 settembre 2007 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Lavorare a fondo sulla cultura

di Oliviero Arzuffi*

 

Si conclude il lungo viaggio curato da uno degli iniziatori dell’inserimento scolastico di alunni con disabilità, nel tentativo di spiegare perché la nostra società è una “fabbrica di handicap” e per capire come fare ad uscirne

 

C’è un altro messaggio che questa società - nelle sue diverse articolazioni e mediante le sue pessime modalità di trattamento della disabilità - invia ad esempio ad una persona spastica: «Io, società, ho degli obblighi verso i “normali”, che sono vivaddio la maggioranza, e consistono nel far funzionare bene le cose, ossia modellare il vivere collettivo e l’attività lavorativa sulle capacità e sulle possibilità del più efficiente dei cittadini, in considerazione del fatto che le attività produttive non possono fermarsi o rallentare e tenuto conto che la concorrenza è spietata, seguendo essa le sane leggi di natura che prevedono una selezione naturale. Perciò non posso farmi carico di te».

E per di più, sotteso a questo ragionamento, c’è anche un valore “educativo”, in quanto «gli altri cittadini, per sano spirito di competizione, sono spinti a conformarsi e ad adeguarsi al rendimento del primo e non del tuo, migliorando così il livello di vita complessivo e la razza umana. Se perciò non riesci a stare al passo, ti arrangi. Non ti ho chiesto io, società, di venire al mondo e in quelle condizioni».

Ghetti più o meno dorati

Poiché non siamo ancora del tutto “selvaggi”, non osiamo trarre le debite conclusioni di questo diffuso convincimento, che è implicito in ogni tentativo di ostacolare ed impedire l’integrazione delle persone con disabilità nel nostro contesto sociale, culturale e lavorativo. Non sopprimiamo ancora, cioè, chi è svantaggiato, ci limitiamo a confinarlo in luoghi appositamente costruiti, per allontanarlo dalla vista dei più e inquietare meno, e a non essere di intralcio al normale svolgimento delle quotidiane attività che esigono prestanza, salute, spirito imprenditivo.

Preferiamo insomma parcheggiarlo in determinati luoghi - alcune volte dorati altre volte infernali - perché si «senta più a suo agio con i suoi simili», perché «abbia meno complessi di inferiorità». Creiamo il ghetto, più o meno bene organizzato, più o meno protetto, e invece di incidere sulle cause che determinano lo svantaggio, sui meccanismi che costruiscono l’handicap, sulla cultura che legittima l’esclusione, “facciamo assistenza”: scuole speciali, istituti di assistenza, per lo più chiusi al mondo esterno, cooperative per handicappati, luoghi di lavoro ovattati e protetti, e ultimamente - quasi come in una commedia del grottesco - anche feste, marce, gare podistiche e persino le “Olimpiadi per handicappati”, finendo così, al di là delle intenzioni degli stessi organizzatori, con il sanzionare la loro diversità, la loro alterità radicale rispetto alla “normalità”.

C’è una perfetta coerenza in questo nostro modello sociale: chi è causa della menomazione crea anche l’handicap, attraverso i meccanismi sopra accennati, e si preoccupa poi di emarginare la “vittima”, relegandola in istituti o incasellandola in categorie culturali deputate a sancirne socialmente l’esclusione.

Il pericolo degli universi paralleli

Recentemente si assiste ad una vera e propria proliferazione di cooperative di solidarietà sociale che si preoccupano di far lavorare disabili, carcerati, psicopatici, tossicodipendenti, nel lodevole intento di creare un’occupazione per i “derelitti della terra” e per far sì che essi possano economicamente mantenersi e intessere buoni rapporti con gli altri.

Spesso gli operatori di queste cooperative sono degli “ex” o persone che soffrono dello stesso problema: gente che ha provato sulla propria pelle il salario amaro dell’emarginazione e l’angoscia dell’isolamento affettivo. Nascono sotto l’occhio benevolo degli enti locali, tra il plauso dei cittadini più sensibili e la benedizione delle istituzioni.

L’intento dei promotori e dei loro protettori è indubbiamente onesto e la loro proliferazione segna un passo avanti rispetto all’abbandono totale di tempi anche recenti. E tuttavia, per essere realmente efficaci, queste esperienze di cooperazione devono costituire solamente un momento transitorio, delle esperienze-ponte, finalizzate a facilitare o a preparare il reinserimento nella società. Diversamente c’è il rischio che diventino una sorta di “isole felici” o di “oasi protette”, degli universi paralleli per niente o poco comunicanti con la vita degli altri cittadini, quasi un mondo del lavoro che è una brutta copia o una copia surrettizia dell’altro, quello vero, quello che conta, e ad esso totalmente subordinato.

Handicappati per sempre

In tali strutture c’è anche il pericolo dell’eccessiva crescita di una “solidarietà parallela” tra compagni di lavoro accomunati dalla medesima sfortuna, tra quegli operatori meno attenti a queste dinamiche e ancora tra questi e quelli. Una solidarietà appiccicosa e immatura, perché intenta a creare un clima protetto, da paradiso artificiale, in cui chi entra finisce per parlare il linguaggio dell’autoconsolazione e vivere una dimensione artefatta della vita, infinitamente distante dal mondo reale, dalla gente e dall’esperienza comune.

Chi finisce in questi circuiti rischia - per scelta, per comodità o per impossibilità a trovare altre prospettive - di non uscirne più. Intanto, però, la distanza che separa il mondo reale da questi luoghi protetti, che tendono progressivamente ad inglobare tutte le diversità, si fa sempre più grande, sempre più incolmabile e favorisce così la mancanza di assunzione di responsabilità da parte di tutti per tutti.

Handicappati si diventa, dicevamo all’inizio di questa trattazione, adesso possiamo aggiungere: basta una sola volta per diventarlo per sempre. Con questa forma di autoemarginazione, infatti, l’isolamento diventa perfetto e, perché coscientemente accettato, indistruttibile.

Proposte conclusive

Che fare allora? Sostanzialmente tre cose, e subito:

1) incidere sulla cultura e sollecitare l’opinione pubblica per provocare ripensamenti sui meccanismi emarginanti.

2) Fare uscire dai “moderni lazzaretti” chi vi è rinchiuso e aprire tutte quelle istituzioni che tendono ad essere - o che già sono diventate - altri ghetti, come le scuole speciali, le fabbriche, le associazioni del “Terzo Sistema”, le organizzazioni di massa. Aprire a tutti, indipendentemente dalla menomazione o dalla disabilità palese od occulta di ciascuno, gli spazi del vivere comunitario.

3) Attuare la prevenzione, favorendo i servizi riabilitativi e socializzando la menomazione.

Basterebbe perseguire questi tre obiettivi per uscire seriamente dalla barbarie di una società avanzata tecnologicamente, ma umanamente e culturalmente ancora ferma all’età della pietra.

 

Le parti precedenti sono state pubblicate

in DM 161 (www.uildm.org/dm/161/societa/28arzuffweb.html)

e in DM 162 (www.uildm.org/dm/162/societa/28arzuffiweb.html)

 

*Docente di lettere e storia negli istituti superiori, ove è stato tra gli iniziatori dell’inserimento di alunni con disabilità. Tra le sue pubblicazioni: Alla ricerca dell’utopia (1985), Oltre le sbarre (1986), Il bambino condiviso (1988) ed Emarginazione A-Z (1991).