di Giovanna Maria Grazian
Quando il silenzio e la solitudine diventano insopportabili, Maria ricorda e poi scrive, quasi che quei suoni prodotti sulla tastiera altro non fossero che i passi negati al suo fisico disorientato...
Si prospettava un autunno luminoso per Maria. Si stava avvicinando a quell’età considerata piena e matura, frutto di esperienze sufficienti per fare il punto della situazione. Basta con un lavoro febbrile che in termini emozionali le dava poco, aveva deciso che bisognava guardarsi dentro, in fondo all’anima. Bisognava ascoltarsi, rimanere in silenzio. Troppo fiato aveva sprecato con tutti.
Il lavoro manuale le aveva dato tanto, era cresciuta in quanto a fantasia e creatività, era convinta pure di avere dato il massimo con i figli, il marito e la casa. Ora sentiva di volere dell’altro. L’anima sua aveva bisogno di nutrirsi, giacché era stata trascurata troppo a lungo. Ma come un fulmine a ciel sereno arrivò la beffa: la diagnosi inaspettata.
Tutto si complicò e perse lo smalto. Le primavere, le estati e gli autunni non furono più gli stessi, ma spenti e incolori. Maria cadde in una specie di mutismo; non si poteva parlarne apertamente con i ragazzi. Non si poteva togliere la spensieratezza di chi crede che certe cose accadano agli altri, che a tutto ci sia rimedio e che non parlandone le cose vanno a posto da sole.
E se fosse stata solo una sicurezza di facciata? Lei sapeva com’erano diversi i suoi cari in fatto di sensibilità. Si rendeva conto, inoltre, delle difficoltà che presentava nel controllo delle emozioni. Solo con la razionalità si possono controllare le forti emozioni. Non possedeva controllo razionale. Maria era un libro aperto, tutti potevano sfogliarlo e leggerle in fondo all’anima.
Capì che doveva cercare un espediente per non pensare troppo, doveva trovare un surrogato che l’aiutasse. Si svegliava la notte in cerca di lumi. Pregò anche, forse non abbastanza da accrescere la sua fede altalenante; cadde ugualmente nell’apatia, rimaneva ore e ore inerte, in lunghi silenzi che non sapeva come riempire: tutta la voglia di fare era scomparsa, niente la interessava più; si torturava l’anima capendo che non approdava a nulla. Ne parlò con delle amiche, le quali dopo un paio di telefonate non si fecero più sentire. Sembrava si fossero volatilizzate dopo il suo sfogo aperto. Capi che la forza per reagire doveva trovarla da sola, nessuno gliel’avrebbe data.
Chiese aiuto ad una psicologa che le disse più o meno le stesse cose. I medici le dissero: «Fermarsi prima di essere stanchi».
Procedendo per eliminazione, sapeva ciò che doveva escludere: le lunghe passeggiate tanto rilassanti che amava tanto; questo passatempo che la faceva sentire in pace a contatto con la natura era la rinuncia più amara. Eppure doveva, poiché gli sforzi avrebbero peggiorato la situazione.
Una mattina che il silenzio le pesava, con il telefono sempre più muto e la sua casa - con tutte quelle scale - sempre più ostile, Maria prese una penna e iniziò a scrivere. Ricordi infantili che credeva sepolti per sempre e che invece portarono a galla episodi lontanissimi, da un angolo remoto della memoria, racconti della mamma di quand’era piccolissima. La vita dei nonni, la misera vita di esseri umani sfortunati oltre ogni dire.
Si soffermò ad esempio su Lorenzo, il nonno paterno, rimasto vedovo con otto figli sotto gli undici anni e che pur in miseria nera, visse sereno fin oltre gli ottant’anni. La sola carne che conobbe negli anni migliori fu quella delle lumache, il cibo più consumato in assoluto dai tempi antichi. Le mangiava senza fronzoli, così, rivoltate sulle braci con una fetta di polenta.
Indugiò poi a riflettere sulla sorte di Angela, la nonna materna. Era ad Abano Terme per i fanghi e quando ritornò, il marito era già stato sepolto. Nessuno era andato a riprenderla. Un anno dopo la figlia maggiore Marietta morì di parto a 27 anni con due figli piccoli.
Nel frattempo, Giacomo, fratello della nonna e “pecora nera” della famiglia, approfittò del momento critico e sommerso dai debiti di gioco, la raggirò con due firme, scappando poi in Francia.
Il nonno Marco era stato una prudente formica, aveva un buon deposito in banca e i suoi ragazzi avrebbero avuto un avvenire saldo se egli avesse ancora remato la barca. Purtroppo il caso volle che in assenza della nonna - colto da forti dolori all’addome - prendesse l’olio di ricino senza consultare il medico. La peritonite gli fu fatale e la famiglia subì il tracollo. Con la madia che neppure i topi le facevano visita, il granaio asciutto, la nonna scese in pianura con un carretto e pochi stracci. Sembravano profughi, rimasti accodati dal decennio precedente, quando già avevano dovuto lasciare l’alta collina per la pianura padana.
La cascina con i campi a mezzadria fu una “trappola per allodole”: senza il timoniere, infatti, dopo un anno il carretto fece il viaggio a ritroso, in un giorno nebbioso di San Martino, carico solo di lacrime... Come non bastasse, di lì a qualche anno, nel ’41, Giobatta, il figlio più mansueto, perì in un’imboscata sul Montenegro.
Quanti dolori trafissero il cuore di nonno Lorenzo e nonna Angela, tuttavia sopravvissuti... Eppure crebbero i figli, la nonna con stato d’animo penoso; so di certo che la fede li aiutò entrambi moltissimo. La trasmisero ai figli, questa fede, la “medicina dei poveri”, era chiamata dai non credenti. Quali lenitivi esistevano allora per le persone umili, se non la rassegnazione?
Questi vissuti ritornati a galla facevano parte del suo stesso sangue e Maria si soffermò a riflettere a lungo.
Decise così di affrontare una “scatola” mai vista, chiamata computer, per lasciare una traccia. Iniziò a premere sui tasti a tutte le ore del giorno, di sera, facendo ricerche, contando sulla memoria orale della mamma anziana e di quanti ancora ricordassero. Smetteva solo quando il vortice delle vocali e delle consonanti la stordivano completamente.
Molti la presero “per matta”, ma lei non badò a nessuno e scrisse lo stesso. Soprattutto quando i momenti erano più malinconici o tristi e quando voleva estraniarsi da certe notizie superficiali. Il marito capì che quella era la medicina sostitutiva, a portata di mano. La lasciò scrivere, anzi la incoraggiò, accontentandosi di pranzi e cene combinati alla svelta. Sapeva che Maria soffriva anche per questo, la scrittura, infatti, è un’arma a doppio taglio, quando vuoi raccontare solo la verità; nessuno vuole si sappiano i propri vissuti.
Lui, il marito, leggeva sempre ciò che scriveva e si commuoveva, spronandola a continuare. La sua anima aveva bisogno di quella linfa: parole e parole scritte e cancellate e nuovamente riscritte, scaturite dallo sfogo dell’anima in silenzio: lei e la scrittura.
Forse, quei suoni prodotti sulla tastiera altro non erano per Maria che i passi negati al suo fisico disorientato e negli anni progressivamente segnato.