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Intervista ad Andrea Ballabio

A tre anni dalla fondazione del TIGEM (Istituto Telethon per la Genetica e la Medicina), presso l'Ospedale San Raffaele di Milano, DM torna a parlare con il direttore di tale struttura, Andrea Ballabio, per fare il punto sul lavoro svolto e per parlare di genetica e di altri temi interessanti connessi alla ricerca sulle patologie ereditarie.

Com'è strutturato oggi TIGEM e che tipo lavoro vi si svolge?

Presso il TIGEM operano - tra personale dello staff, borsisti, ospiti e studenti - una settantina di ricercatori impegnati in progetti di identificazione di geni e di studio delle malattie ereditarie.

Per quanto riguarda il primo aspetto, il nostro laboratorio fa parte, insieme a molti altri nel mondo, del Progetto Genoma, iniziativa internazionale finalizzata all'identificazione di tutti i geni dell'uomo (circa settantamila). Si tratta di un lavoro che ha già portato all'identificazione di circa il 60% del nostro patrimonio genetico.

Riguardo invece più specificamente le malattie ereditarie, svolgiamo anche un lavoro più focalizzato che implica l'identificazione delle mutazioni presenti nei pazienti affetti (cosa importante anche per la diagnosi molecolare e la prevenzione tramite consulenza genetica), lo studio della funzione dei geni coinvolti e lo sviluppo di modelli animali portatori di mutazioni analoghe a quelle dei pazienti umani, per poter indagare su di essi i meccanismi della patologia e studiare adeguate strategie terapeutiche, farmacologiche o di terapia genica.

TIGEM svolge inoltre una funzione di appoggio per tutti i laboratori finanziati da Telethon, tramite un servizio di bioinformatica (banche dati sulla genetica accessibili grazie a Internet) e di raccolta di materiali (ad esempio, campioni sanguigni di famiglie portatrici di particolari patologie), utili allo studio delle malattie ereditarie.

A che punto siamo nello studio della terapia genica?

Da una parte vi sono stati entusiasmi enormi, dall'altra altrettanto grandi critiche e pessimismo. Ma chi si è occupato seriamente del problema, in realtà non ha mai ceduto né all'uno né all'altro atteggiamento.

La terapia genica (cioè l'utilizzo di un gene sano da introdurre nelle cellule del paziente, in modo da curare la malattia genetica) è certamente ancora un approccio difficile: un gene per risultare efficace deve mantenere i suoi meccanismi di regolazione, dev'essere somministrato nella maniera giusta, deve poter funzionare per un periodo utile, e farlo in modo non erroneo.

Ci sono poi le variabili legate alle singole patologie. Una di queste è la dimensione talora proibitiva del gene da inserire (come quello della distrofia di Duchenne, il più grande del nostro patrimonio genetico). Importante è anche il tipo di tessuti interessato dalla malattia, perché alcuni sono più "aggredibili" di altri e in essi la somministrazione della terapia è meno problematica (è il caso del midollo osseo).

Altra variabile è quella della reversibilità dei sintomi e quindi dei tempi utili per intervenire: in alcuni casi - specie in presenza di malformazioni o di gravi danni all'organismo che si instaurano precocemente o alla nascita - è difficilmente ipotizzabile che si riesca a far regredire la malattia, mentre migliori risultati si possono prevedere per quelle patologie che si manifestano più tardivamente e in modo progressivo, dove, se si interviene tempestivamente, il danno può essere addirittura prevenuto. Infine, un grosso problema è anche quello del rigetto del gene e della proteina per cui esso codificherà una volta inserito nell'organismo.

Non è quindi detto che con la terapia genica si riuscirà a curare tutto (di qui la grande importanza della prevenzione) ed è ancora presto per dire per quali malattie ereditarie essa permetterà la guarigione e in che tempi.

Personalmente, però, ritengo la terapia genica una carta vincente, perché poggia su principi solidi, e penso che qualcosa di importante al riguardo succederà nei prossimi cinque anni. Il fatto poi che tutte le maggiori industrie farmaceutiche del mondo stiano investendo molto in essa mi pare significativo.

Come si ripercuotono i progressi della genetica in ambito farmacologico?

Le potenzialità delle ricerche genetiche in campo farmacologico appaiono oggi notevoli. Il fatto che in questi anni vi sia stata una vera e propria esplosione di scoperte di nuovi geni, e quindi di nuove proteine da essi prodotte, ha suscitato - come accennavo - l'interesse delle industrie farmaceutiche che hanno intensificato la ricerca in questo ambito per trovare delle applicazioni di queste nuove acquisizioni.

Ovviamente, queste ricerche procedono con approcci, mezzi e tempi diversi da quelli della ricerca accademica, per cui un laboratorio come il nostro non può occuparsi direttamente degli sviluppi farmacologici. Però, come molte altre realtà accademiche, abbiamo contatti con alcune case farmaceutiche, in modo che, appoggiandoci a chi ha uno specifico interesse nel settore, possiamo vedere sviluppati anche in questo campo i risultati delle nostre ricerche. Tutto ciò, naturalmente, sotto il controllo di Telethon, che deve curare anche la gestione degli sviluppi di queste scoperte (cui si perviene grazie al contributo dei cittadini) ed esercitare una funzione di controllo sui prezzi e sull'eventuale sfruttamento commerciale di farmaci realizzati grazie al lavoro di strutture come TIGEM.

Quali sono i vantaggi, in ambito genetico, delle nuove tecnologie informatiche?

Conseguenza del Progetto Genoma è il progressivo accumulo di una grande quantità di informazioni sui nostri geni e sulla loro funzione, che dev'essere catalogata e classificata perché i gruppi di ricerca del mondo la possano utilizzare.

In ciò risulta fondamentale la tecnologia informatica, grazie alla quale esistono banche dati cui si può accedere tramite Internet per paragonare i geni che via via si scoprono con tutti quelli già conosciuti e, mediante un procedimento di confronto delle relative sequenze, ipotizzarne la funzione. Oggi l'utilizzo di questi strumenti può suggerire in tempi brevi risposte che prima richiedevano molti mesi di lavoro al banco di laboratorio.

Un'altra applicazione interessante è quella di paragonare geni umani con quelli di altre specie. In un nostro progetto abbiamo identificato circa duecento nuovi geni umani estremamente simili a dei geni precedentemente identificati in un moscerino della frutta chiamato drosophila e molto usato dai genetisti perché facile da incrociare e da far riprodurre. Paragonare i geni del moscerino - e le conseguenze delle loro mutazioni in quell'organismo - con quelli umani può suggerire quale gene possa avere la stessa funzione nell'uomo ed essere coinvolto in particolari malattie ereditarie. Per fare un esempio, c'è un gene nella drosophila che, mutato, provoca l'assenza degli occhi: nell'uomo la mutazione del gene corrispondente, che è molto simile, comporta la mancanza dell'iride - una struttura dell'occhio - dimostrando una corrispondenza significativa a livello genetico tra alcune funzioni dei due diversi organismi.

Naturalmente lo stesso procedimento può risultare utile anche servendosi di altri modelli animali, in particolare mammiferi.

Analoghe banche dati, inoltre, per i sintomi delle patologie rappresentano un ausilio importantissimo per il medico che deve fare la diagnosi, il quale, confrontando al computer i dati a sua disposizione con tutti quelli informatizzati, può orientarsi più rapidamente tra le oltre settemila malattie ereditarie conosciute.

Cosa ne pensa dell'informazione scientifica presso il grande pubblico in Italia?

Ho la generale impressione che essa venga fatta con scarsissima professionalità, puntando soprattutto al sensazionalismo.

Delle nuove scoperte, infatti, soprattutto in ambito di manipolazione genetica, vengono sottolineati più che altro i possibili risvolti negativi di un loro impiego sconsiderato (basti pensare alle pecore clonate e alla fobia dello "scienziato pazzo" che "crea mostri" in laboratorio), senza soffermarsi adeguatamente sulle prospettive che esse aprono ad esempio per la cura di certe gravi patologie.

La scienza in genere, e la genetica in particolare, rappresentano senz'altro uno strumento potente e anche pericoloso, ma non per questo si deve rifiutarle in toto, prospettando dai loro sviluppi solo scenari inquietanti per il futuro. Fare questo significa non informare e impedire alla gente di farsi un'opinione veramente consapevole su questi temi.

Qual è il vero problema etico della ricerca genetica?

Secondo me il fine della ricerca scientifica, in particolare di quella biomedica, al di là di tutti gli aspetti affascinanti che essa comporta, è migliorare le condizioni della nostra esistenza, il che significa curare e prevenire le malattie, ma anche incidere positivamente sulla qualità della vita.

Lo strumento della genetica - come tutti gli strumenti - va usato nel modo giusto, e non è corretto, a parer mio, rifiutare a priori in maniera categorica la possibilità che l'uomo possa anche cambiare il patrimonio genetico della propria specie per modificarne alcune caratteristiche, qualora ciò possa, per fare un esempio, salvarci da eventi catastrofici, quali un'epidemia di portata planetaria, o nel caso che, in futuro, a causa dell'esaurirsi delle risorse alimentari, si renda necessaria una manipolazione genetica perché la specie umana possa sopravvivere nutrendosi di altri elementi. Del resto, l'uomo ha sempre fatto ciò che gli era necessario fare per sopravvivere.

Naturalmente va individuato il limite oltre il quale la manipolazione genetica tenda a produrre - invece che l'alleviamento delle sofferenze e il miglioramento della vita - un appiattimento delle nostre normali differenze fisiche. L'individuazione di questo limite è, a parer mio, il vero problema etico della ricerca genetica.

Articolo tratto da DM 129 (febbraio 1998) - DM è il periodico dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare Direzione Nazionale. Ha sede in Via P.P. Vergerio 19 - 35126 Padova. Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249. E-mail redazionedm@eosservice.com