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I progetti di TIGEM

Intervista ad Andrea Ballabio, a cura della redazione scientifica di DM

A qualche mese dall'inaugurazione di TIGEM (Istituto Telethon per la Genetica e la Medicina), DM ha intervistato Andrea Ballabio, il prestigioso ricercatore che assieme ad altri colleghi è tornato a lavorare in Italia proprio in occasione di tale iniziativa.

Qual è l'"idea guida" che sta alla base della costituzione di TIGEM?

TIGEM nasce dall'idea del Comitato promotore Telethon di costituire un proprio istituto, autofinanziato, sulla scia di quanto fatto dal Téléthon francese con l'istituzione del GENETHON, che ha avuto enorme successo dal punto di vista scientifico.

Si sentiva infatti l'esigenza anche in Italia di una struttura che per disponibilità di spazio, di macchinari, di competenze potesse essere punto di riferimento e supporto per altri laboratori e gruppi di ricerca sparsi per il paese, senza che questi, per fare un esempio, dovessero spedire il materiale all'estero, quando non potevano più procedere coi mezzi a loro disposizione.

Abbiamo anche delle borse di studio che vanno da tre mesi a uno-due anni per ricercatori che possono venire da noi a continuare il proprio progetto (non qualcuno dei nostri!) utilizzando i nostri macchinari e avendo la possibilità di imparare cose che magari non sanno ancora fare.

Come si è arrivati a contattare il suo gruppo di ricerca americano?

Il mio laboratorio in America è stato contattato su indicazione della Commissione scientifica di Telethon; si occupava di malattie ereditarie ed era costituito da una quindicina di Italiani trapiantati negli Stati Uniti: una buona occasione quindi per far ritornare in Italia ricercatori impegnati in questo settore specifico.

Quali sono gli obiettivi a cui si mira nel breve e nel lungo periodo?

Per quanto riguarda le tematiche, TIGEM si impegnerà innanzitutto nell'identificazione e caratterizzazione dei geni delle malattie ereditarie. Si tratterà cioè di vedere per ciascuna malattia ereditaria quale sia il gene alterato e conoscere questo significa avere la possibilità di diagnosi precoci, di identificare i portatori sani e di effettuare diagnosi prenatali.

Paragonando poi il gene identificato di una malattia ereditaria con gli altri già caratterizzati, che sono ormai migliaia, è possibile capire per quali proteine codifichi e quale quindi sia la sua funzione e il difetto che causa la malattia.

Questo è il nostro programma iniziale, che vale in linea di massima per i prossimi quattro o cinque anni.

Successivamente prevediamo di rivolgere l'attenzione alla terapia (genica o farmacologica) e di occuparci di altre malattie genetiche, molto più comuni, che sono le malattie poligeniche come il diabete, il cancro, l'ipertensione.

James Watson, uno degli scopritori, nel 1953, della struttura del DNA e padre fondatore del Progetto Genoma, ha manifestato, in alcune recenti interviste, le sue perplessità circa la reale possibilità di applicazione della terapia genica per la soluzione definitiva di alcune patologie genetiche, fra le quali la distrofia muscolare. Qual è il suo punto di vista?

Personalmente ritengo che riguardo alla terapia genica siamo effettivamente ancora abbastanza agli inizi e che, più che all'applicazione, si stia ancora lavorando intorno ai principi, alle basi di questa possibilità terapeutica. L'approccio alla terapia genica presenta infatti ancora problemi molto seri e passi in avanti, risultati concreti si sono avuti solo su modelli estremamente semplici (dove ad esempio il gene sia piccolo e abbia una regolazione non troppo complessa).

E' per questo che la maggior parte dei gruppi di ricerca sta indirizzando le sperimentazioni su patologie particolari (anche se ci sono già gruppi che lavorano ad esempio sulla distrofia muscolare o sulla fibrosi cistica), che presentano queste caratteristiche di "semplicità", in previsione di poter poi passare a modelli più complessi, a malattie più comuni e diffuse.

Le malattie neuromuscolari fanno parte di questo gruppo di malattie complesse, e quindi l'approccio con la terapia genica sarà posticipato nel tempo?

In alcuni casi sì, in altri meno. Non si può fare un discorso generale per tutte le malattie neuromuscolari: ci sono difficoltà tecniche specifiche legate alle proprietà del gene in questione. La distrofia di Duchenne, ad esempio, presenta delle complicazioni in più, rispetto ad altre malattie neuromuscolari, tra cui la grandezza del gene e la difficoltà di inserirlo nei vettori usati per la terapia genica.

E' difficile, allo stato attuale delle conoscenze, guardare ad applicazioni molto mirate: bisogna sviluppare la terapia genica in generale, per ottenere quell'avanzamento tecnologico necessario che permetta in futuro di applicarla in modo specifico sulle singole patologie.

Per quanto riguarda le sperimentazioni, siete in contatto con le associazioni che seguono le varie malattie?

Certo. C'è bisogno però di una sensibilità, che per la verità fino ad adesso non è mancata, da parte delle associazioni che si occupano delle diverse malattie nel non fare pressioni perché si insista a tutti i costi su linee di ricerca specifiche, perché, con le basi attuali, non sempre queste sono percorribili e produttive.

E del resto è accaduto spesso che scoperte importanti per la soluzione di un problema siano venute da osservazioni di chi non lavorava specificamente in quella direzione.

Bisogna lavorare seriamente perché tutti in futuro possano beneficiare dei progressi scientifici ottenuti, senza mentire e promettere ciò che per il momento è impossibile.

TIGEM è un progetto tutto Italiano o sono previste collaborazioni internazionali?

Non esiste, a mio parere, un lavoro scientifico serio in cui non vi sia una qualche forma di collaborazione internazionale. In tutti i progetti di ricerca cui ho lavorato c'è stata collaborazione con istituti stranieri: un aspetto cui sarà data grande rilevanza da parte di TIGEM.

Quali sono, in conclusione, le motivazioni che l'hanno spinta a tornare in Italia, considerato che si guarda sempre al modello americano come al modello per eccellenza?

Negli Stati Uniti avevo tutto quello che mi serviva sia dal punto di vista del lavoro che personale e quindi, a parte il fatto che amo il mio paese, non avevo particolari motivazioni a tornare in Italia; e lo stesso vale anche per molti dei miei collaboratori.

Non avrei quindi mai lasciato la realtà americana se non mi fossero state date varie garanzie, come per esempio la libertà di scelta dei progetti e dei collaboratori. Particolarmente importante per noi è stata anche la scelta, del tutto libera, della sede: il San Raffaele, con i suoi eccellenti istituti e gruppi di ricerca ha una levatura scientifica di prim'ordine ed è, cosa rilevante per noi che ci occupiamo di malattie, una delle realtà ospedaliere più importanti in Italia.

Milano infine è una città ben collegata col resto d'Italia e d'Europa, che si presta benissimo ad un istituto come il nostro, aperto alle collaborazioni con l'estero.

Articolo tratto da DM 117 (febbraio1995) - DM è il periodico dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare Direzione Nazionale. Ha sede in Via P.P. Vergerio 19 - 35126 Padova. Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249. E-mail redazionedm@eosservice.com