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Il problema del rigetto

Intervista a Maria Grazia Roncarolo

La reazione di rigetto che si instaura tra le cellule dei pazienti e quelle dei donatori è una delle più frequenti cause d'insuccesso nella cura delle malattie genetiche effettuata tramite trapianto di midollo o con tecniche di terapia genica.

Un importante contributo per risolvere questo problema viene ora da Maria Grazia Roncarolo, ricercatrice italiana la quale, in ricerche condotte presso il DNAX Research Institute di Palo Alto (California), è riuscita a identificare proprio quelle cellule capaci di sopprimere l'aggressione dell'organismo verso ciò che è trapiantato e di indurre la tolleranza immunologica tra donatore e ricevente.

A Maria Grazia Roncarolo, recentemente entrata a far parte del TIGET (Istituto Telethon per la terapia genica) di Milano, DM ha rivolto alcune domande riguardo le prospettive aperte da queste recentissime acquisizioni.

In che cosa consiste la sua scoperta?

Ognuno di noi ha un meccanismo di difesa grazie al quale particolari cellule chiamate linfociti T aggrediscono e rigettano gli elementi estranei che penetrano nell'organismo. Si tratta di un vero e proprio "esercito di aggressori" che attacca anche ciò che si trapianta a scopo terapeutico, e ciò rappresenta una delle complicanze più frequenti in interventi come i trapianti di midollo e uno dei principali motivi per cui la terapia genica (in cui si cerca di inserire nelle cellule del paziente un gene sano) risulta ad oggi solo parzialmente efficace.

Partendo da osservazioni su quei rari pazienti in cui i trapianti non davano rigetto, abbiamo scoperto una popolazione di cellule nuove, mai descritte prima, che abbiamo chiamato Tr1 (cellule T regolatrici di tipo 1). Tali cellule, che abbiamo sperimentato sia in vitro che in modelli animali, sono in grado di inibire la reazione di rigetto e indurre l'accettazione da parte del sistema immune delle cellule che introduciamo.

Quale sarà ora il passo successivo?

Trovare l'applicazione clinica di una scoperta di base. Pensiamo infatti che queste nuove acquisizioni possano portare ad un miglioramento dei risultati di certe terapie: si tratta cioè di riuscire a far sì che nell'uomo queste cellule - isolate, cresciute in vitro e somministrate ai pazienti che necessitano di trapianto o di terapia genica - svolgano la loro funzione, prevenendo il rigetto e permettendo quindi che la cura abbia i suoi effetti.

Quali saranno le tappe e i tempi del cammino per il miglioramento di tali terapie?

Gli studi che abbiamo condotto finora hanno riguardato il rigetto nei trapianti di midollo, e questo è l'ambito in cui più vicina nel tempo sarà l'applicazione clinica della nostra scoperta.

Per quanto riguarda la terapia genica, ancora non disponiamo di dati certi per dire che possiamo generare nel paziente le cellule Tr1 specifiche per le proteine che introduciamo: c'è bisogno di un ampio lavoro preliminare in vitro (già fatto invece per quanto riguarda i trapianti), prima di poter pensare ad uno studio clinico sul paziente.

Prevedo che nel giro di due o tre anni riusciremo a sapere in primo luogo se queste cellule Tr1 funzionano in vivo nei trapianti; poi se possiamo generare queste cellule nei pazienti che necessitano di terapia genica; infine se esse possono, almeno in vitro, bloccare la reazione di rigetto verso le cellule in cui è stato inserito il gene sano. Compiuti questi tre studi, si potrà procedere alla sperimentazione delle cellule Tr1 nella terapia genica sull'uomo.

Lo ribadisco: se non si risolve il problema del rigetto - che non è il solo ostacolo, ma certo uno dei più grandi - credo che nei tentativi di terapia genica avremo solo effetti temporanei e non definitivi.

Vi sono altre possibili applicazioni cliniche delle cellule Tr1?

Se i nostri studi paralleli sulla terapia genica e sul trapianto di midollo (tecnica, questa, che consente già di curare patologie come l'immunodeficienza congenita, gli errori congeniti del metabolismo, le emoglobinopatie) daranno buoni frutti, sicuramente altri scienziati (magari con la collaborazione del nostro laboratorio) potranno studiare l'impiego di queste cellule anche nelle malattie autoimmuni, nei trapianti d'organo, nelle malattie infiammatorie croniche e così via.

Quali sono le motivazioni del suo ritorno in Italia e della scelta di lavorare al TIGET?

Dopo aver lavorato per molti anni a queste ricerche di base negli Stati Uniti, insieme al forte desiderio di trovarne l'applicazione clinica, è maturato in me anche il desiderio più irrazionale ed "emotivo" di riuscire a fare ciò nel mio paese, piuttosto che in America.

Tornata in Italia mi sono subito resa conto che l'ospedale San Raffaele e i suoi laboratori finanziati da Telethon (realtà forse unica nel nostro paese, in grado di associare una grande infrastruttura per la ricerca di base a una struttura ospedaliera in cui vengono seguiti i pazienti) rappresentavano la scelta più adeguata per poter fare medicina innovativa e ricerca a livello internazionale.

Cosa pensa, in generale, della ricerca italiana?

A tal proposito sottolineerei due aspetti: da una parte ricercatori italiani estremamente validi e motivati che tutto il mondo ci invidia, dall'altra va anche detto che molti studiosi riescono a produrre risultati nel nostro paese nonostante una realtà accademica del tutto inadeguata per la ricerca di base, sia come strutture, sia come fondi investiti.

Al di là di rare oasi nel deserto, come appunto il San Raffaele o poche altre realtà, per lo più private, purtroppo il panorama della ricerca italiana, in particolare delle strutture pubbliche, non offre opportunità pari a quelle americane o di altri paesi europei. La speranza è che tutto ciò possa presto cambiare.

Che suggerimenti darebbe per una corretta informazione medico-scientifica presso il grande pubblico?

C'è in questo ambito una grande responsabilità anche da parte degli stessi scienziati, i quali devono divulgare le informazioni in modo tale da dare di esse una visione il più chiara possibile, senza creare false speranze, cosa che ha ricadute molto negative sui pazienti. Si tratta peraltro di un compito molto difficile e delicato perché incombe sempre il rischio di fraintendimenti e distorsioni. Credo che in tutto ciò possa giovare la trasparenza e un'ampia diffusione e scambio dei dati tra gli stessi colleghi e all'interno di tutta la comunità scientifica, perché sia ben valutata la reale portata delle nuove scoperte.

Quali sono le problematiche realmente rilevanti in ambito bioetico?

Mi sembra che attualmente la riflessione etica insegua affannosamente le nuove scoperte scientifiche (che sono sempre più importanti e si susseguono sempre più in fretta), mentre, a mio avviso, essa dovrebbe stare a monte dei possibili risultati della ricerca, che non dovrebbero coglierci del tutto impreparati in questo senso.

Per fare un esempio di attualità, certe regole precise da parte dei comitati di bioetica riguardo la manipolazione genetica avrebbero dovuto sussistere prima che si riuscisse a clonare la pecora Dolly. Ci sono, secondo me, delle barriere che non vanno superate e questi limiti vanno valutati da apposite commissioni, composte non solo da addetti ai lavori, perché non sempre lo scienziato può avere l'obiettività necessaria ad esprimere un giudizio equilibrato rispetto ad ambiti in cui è coinvolto direttamente e a cui lavora con grande motivazione e passione.

Articolo tratto da DM 129 (febbraio 1998) - DM è il periodico dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare Direzione Nazionale. Ha sede in Via P.P. Vergerio 19 - 35126 Padova. Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249. E-mail redazionedm@eosservice.com