di Simona Lancioni
I signori Cotter non erano cattivi. Solo, credevano fermamente in un mondo ordinato.
E credevano che l'ordine consistesse nel non far confusione,
ovvero nel tenere insieme le cose che sono simili, e tenere divise le cose che sono diverse tra loro.
Paola Mastrocola, Che animale sei? Storia di una pennuta,
Parma, Guanda, copyright 2005, p. 79.
Si sostiene da più parti che pregiudizi e stereotipi - in quanto espressioni erronee, rigide e semplificate della realtà - siano conseguenze dell'ignoranza, ossia della non conoscenza. In particolare si tende ad attribuire a queste rappresentazioni distorte della realtà un forte significato negativo nel momento in cui - diventando condivise, e assumendo una dimensione sociale - finiscono con l'indurre a comportamenti iniqui e discriminatori nei confronti di singole persone o gruppi (si pensi, ad esempio, al caso del pregiudizio etico-razziale, o a quello religioso, o ancora, a quello nei confronti delle donne, delle persone disabili, degli omosessuali, dei tossicodipendenti). Ovviamente alla maggior parte delle persone non piace l'idea di "pensare e agire distorto". Infatti la qual cosa potrebbe minare l'autostima e la stessa identità di queste persone. Pertanto è molto difficile trovare chi, pur constatando l'ampia diffusione di questi fenomeni, ammetta di basare i propri pensieri e la propria condotta su stereotipi e pregiudizi. Risulta invece più accettabile e diffuso sentirsene vittime e/o assumersi il nobile compito di ricondurre i rei sulla retta via.
E se gli stereotipi, e i pregiudizi che li accompagnano, non fossero affatto la distorsione mentale di "pochi pigri" che non hanno voglia di applicarsi per conoscere la realtà? Se invece questi fenomeni riguardassero tutti, proprio tutti? Se - come sostenuto dall'approccio cognitivo promosso da Gordon W. Allport e Henri Tajfel - fossero l'esito del nostro modo di elaborare le informazioni che riceviamo dal mondo circostante? Se davanti a una realtà infinita e complessa la mente fosse indotta a cercare di recepirla semplificandola e organizzandola in categorie? Accentuando le somiglianze tra i componenti della stessa categoria e le differenze rispetto ai componenti delle altre categorie e, dunque, favorendo la produzione di stereotipi? Se così fosse, pregiudizi e stereotipi non sarebbero più il rudimentale prodotto dell'ignoranza. Se così fosse, probabilmente dovremmo smettere di guardare con commiserazione ai "pigri" - pochi o tanti che siano -, e iniziare un bell'esamino di coscienza.
A dire il vero la semplice propensione a organizzare la realtà in categorie non è di per sé sufficiente alla creazione di stereotipi e pregiudizi e, di fatto, di questi fenomeni è possibile trovare una vasta e articolata gamma di spiegazioni, ognuna dotata di specifica plausibilità. Spiegazioni che spaziano dall'individuale al collettivo (sociale), dalla sociobiologia alla psicanalisi, dal cognitivo al motivazionale, dalla storia alla sociologia, dalla psicologia sociale all'analisi del discorso (psicologia sociale discorsiva), ecc. A ciò si aggiunga che la stessa espressione stereotipata e pregiudiziale si è evoluta nel tempo passando da forme esplicite a forme implicite, spesso ammantate di correttezza politica. Così, ad esempio, se in passato era possibile trovare chi ingenuamente definiva la persona disabile come "infelice" o "poverina" - manifestando in modo palese la presenza e la natura pietistica del pregiudizio nei confronti dei disabili -, oggi è possibile incontrare chi ha imparato ad usare propriamente l'espressione "persone con disabilità", senza peraltro darsi pensiero di modificare di una virgola il proprio atteggiamento preconfezionato nei confronti di queste persone. La qual cosa, com'è ovvio, non ha portato all'auspicato superamento del pregiudizio, ma piuttosto al suo "travestimento".
Probabilmente anche la cornice teorica appena enunciata non è niente di più di uno stereotipo: una descrizione semplificata (e dunque deformata) di fenomeni alquanto complessi che hanno appassionato i filosofi e gli scienziati sociali di tutti i tempi. Fenomeni che chiamano in causa sia l'essenza della conoscenza - chi può affermare con assoluta certezza che sia possibile arrivare a una comprensione corretta (non illusoria) della realtà? -, sia la natura dell'essere umano - e la sua inclinazione o meno a disporsi in modo socievole nei confronti degli altri esseri umani: l'uomo è intrinsecamente buono o cattivo? -, sia i processi di costruzione/conservazione delle identità.
Tuttavia, iniziare ad ammettere che ciascuno di noi è esposto a stereotipi e pregiudizi e che, probabilmente, non riusciremo mai a recepire la realtà in modo del tutto libero da categorie, non significa rinunciare automaticamente a contenere e controllare questi fenomeni. Significa piuttosto diventare consapevoli di certi meccanismi in modo da non esserne agiti. Significa disporsi nell'ottica di verificare le conoscenze che ci proponiamo di acquisire e gli eventuali limiti a cui sono soggette. Significa che, nel momento in cui siamo chiamati a farci un'idea su persone o gruppi, dobbiamo cercare di arginare i possibili effetti dannosi attribuendo rilevanza non solo agli eventuali stereotipi negativi, ma anche agli altrettanto eventuali stereotipi positivi. Significa, poi, cercare di combattere la rigidità delle nostre convinzioni mettendo in conto che potremmo anche sbagliare, che nessuna verità è definitiva, che qualcuno, in qualunque momento, potrebbe aggiungere qualcosa di nuovo e di diverso su questi temi. E quando ciò accadrà dovremmo essere capaci di ascoltare la nuova verità e di recepirla cambiando qualcosa di noi. Ma, soprattutto, significa cercare di evitare che le categorie mentali utilizzate per la gestione della conoscenza, delle identità e dei rapporti tra gruppi si trasformino in gabbie per le persone.