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L'emocromatosi genetica

a cura di Silvia Fargion*

L'emocromatosi genetica è una malattia ereditaria caratterizzata da un eccessivo accumulo di ferro nell'organismo. Quest'ultimo si sviluppa nel corso degli anni e in genere si manifesta clinicamente nella quarta-quinta decade di età.

Normalmente il ferro viene assunto con l'alimentazione, e l'organismo di un soggetto non emocromatosico ne regola l'assorbimento dalla dieta a seconda delle necessità. Quando sono presenti i geni dell'emocromatosi, il meccanismo "intelligente" che regola l'assorbimento del minerale viene meno e la quantità assorbita è sempre e comunque superiore al fabbisogno. Occorrono parecchi anni prima che i danni agli organi dove si deposita il ferro in eccesso si rendano visibili, anche perché nell'età adulta il fabbisogno di questa sostanza si riduce.

Quando si deve sospettare l'emocromatosi genetica? In assenza di cause note di sovraccarico di ferro - quali trasfusioni ripetute (emocromatosi secondaria tipica delle anemie trasfusioni-dipendenti) o assunzione protratta di ferro a scopo terapeutico - basta riscontrare un aumento della ferritina plasmatica e della percentuale di saturazione della transferrina, per sospettare la malattia. Ovviamente i test andranno ripetuti e, se confermati, il paziente andrà sottoposto ad indagini più approfondite.

I danni più evidenti sono a livello del fegato, ove il ferro si deposita dando luogo prima ad un ingrossamento dell'organo e poi a danni irreversibili come la cirrosi epatica. Altri organi danneggiati sono il cuore, il pancreas (da cui la possibilità di sviluppare il diabete), gli organi endocrini (tra questi particolarmente interessati l'ipofisi e i testicoli), ed infine le articolazioni.

Se la diagnosi viene fatta precocemente, prima che si siano sviluppate alterazioni irreversibili ai diversi organi (la cirrosi è la più temibile, perché seguita da complicanze che minacciano la sopravvivenza), un soggetto che pure sia geneticamente affetto può non ammalarsi mai. Da ciò si deduce la grande importanza della diagnosi precoce, seguita da un'adeguata terapia ferropletiva.

La terapia è estremamente semplice e consiste in salassi settimanali, equivalenti ad una donazione di sangue (circa 400 ml alla settimana), che permettono di rimuovere il ferro in eccesso depositato nell'organismo. I salassi infatti stimolano l'eritropoiesi, cioè la produzione di nuovi globuli rossi per sostituire quelli eliminati, e poiché il ferro è uno dei costituenti indispensabili per la formazione dei suddetti globuli, in questo processo si mobiliterà il minerale depositato nei tessuti.

Se diagnosi e terapia saranno state tempestive, nel paziente - il quale generalmente riferirà una sensazione di stanchezza, a causa dei ripetuti salassi - si avrà una riduzione o addirittura la scomparsa delle diverse lesioni d'organo. La durata dei salassi può andare da pochi mesi ad alcuni anni, a seconda della precocità della diagnosi.

Per quanto riguarda l'ereditarietà, l'emocromatosi si trasmette con modalità autosomica recessiva: ciò significa che, generalmente, ne è affetto chi ha ereditato il gene della malattia da entrambi i genitori (soggetto omozigote). Chi invece ha ereditato il gene dell'emocromatosi da uno soltanto dei due genitori (soggetto eterozigote), può essere un portatore sano della malattia, senza manifestarla.

Il gene responsabile della malattia, detto HFE, è sito sul braccio corto del cromosoma 6, in prossimità del locus del gene HLA-A. Esso è stato identificato negli Stati Uniti dall'osservazione di due mutazioni - denominate C282Y e H63D - di cui la prima, in particolare, è stata trovata in più del 90% dei pazienti.

In Italia però queste mutazioni sono presenti solo nel 65% dei pazienti, con marcate differenze a seconda dell'origine geografica dei soggetti e con un'incidenza più bassa nel Sud (30%), a dimostrazione di una marcata eterogeneità genetica della malattia nel nostro paese.

L'Associazione nazionale volontaria per lo studio dell'emocromatosi è nata nel luglio del 1992 per la volontà di un gruppo di medici e pazienti e si prefigge di diffondere la conoscenza di questa patologia, per diventare un costante punto di riferimento.

La segreteria ha sede in Via Francesco Sforza, 35, 20122 Milano, presso l'Ospedale Maggiore Policlinico, Padiglione Granelli, tel. 02/55033757, fax 02/55180241.

*Istituto di medicina interna e fisiopatologia medica, Ospedale maggiore policlinico, Università di Milano.

Articolo tratto da DM 129 (febbraio 1998) - DM è il periodico dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare Direzione Nazionale. Ha sede in Via P.P. Vergerio 19 - 35126 Padova. Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249. E-mail redazionedm@eosservice.com