di Gian Antonio Danieli
Si parla di "diagnosi del DNA" -
terminologia ormai entrata nell'uso corrente - per indicare un
procedimento di analisi finalizzato all'accertamento della condizione
di portatore di un'alterazione in un determinato gene, collegata
direttamente o indirettamente al manifestarsi di una malattia.
Sempre di diagnosi del DNA si parla anche per
indicare le analisi volte all'accertamento dell'identità
(effettuate dai laboratori di polizia scientifica sulle tracce
di sangue) e quelle eseguite ogniqualvolta sia in discussione
la paternità biologica di un dato soggetto: ma in questi
casi parlare di "diagnosi" è improprio, poiché
quest'ultimo termine non può che evocare automaticamente
un procedimento attraverso il quale si giunge all'identificazione
precisa e definitiva di una determinata malattia.
In effetti, in alcuni casi la scoperta di un
difetto del DNA di un dato gene costituisce una diagnosi certa.
Ma non è sempre così: molto spesso, infatti, esistono
margini di incertezza piuttosto ampi e quindi anche una diagnosi
di DNA può non essere risolutiva.
Prima di procedere, è utile ricordare
che è necessario un piccolo prelievo di sangue dalla vena
di un braccio, come per i comuni esami di laboratorio. Dalle cellule
contenute nel sangue viene estratto con metodi chimici il DNA,
che può essere quindi sottoposto ad analisi.
Attualmente, il procedimento più comunemente
usato, che va sotto il nome di PCR (acronimo per Polymerase
Chain Reaction, ossia "reazione chimica a catena mediata
dalla DNA-polimerasi"), consiste nel produrre in modo opportuno
milioni di copie del breve segmento di DNA che interessa, per
poi poterlo analizzare. Tale segmento è in genere molto
piccolo (200-500 nucleotidi) rispetto all'intero DNA (3 miliardi
di nucleotidi) e quindi la tecnica di PCR consente di trovare
il classico "ago nel pagliaio", per poterlo esaminare.
L'analisi successiva può essere compiuta
con metodi diversi, ma in ogni caso deve riuscire a verificare
se il tratto di DNA esaminato sia o meno diverso da quello di
riferimento, sia riguardo alla lunghezza del tratto (nucleotidi
in più o in meno) oppure alla qualità dei nucleotidi
stessi che lo costituiscono (sostituzioni).
Le diversità accertate in un segmento
di DNA che sia parte di un gene vengono definite "mutazioni"
(ossia cambiamenti). Quando ad esse corrispondono alterazioni
del funzionamento delle cellule (e quindi l'insorgere di una malattia),
si parla di "mutazioni patogene", ossia capaci di provocare
una malattia.
Esistono comunque anche mutazioni "non
patogene", non necessariamente associate ad un'alterazione
funzionale, né ad una predisposizione ad ammalarsi.
La diagnosi di DNA è in genere richiesta
dal medico che desidera accertare di quale malattia soffra il
suo paziente e viene attuata per lo più nell'ambito delle
patologie genetiche le quali - per la loro complessità
e gravità - spesso pongono problemi di inquadramento diagnostico
anche allo specialista.

Esempio di diagnosi del DNA ella distrofia
muscolare di Duchenne, con l'utilizzo della PCR seguita da elettroforesi
sul gel di poliacrilamide e colorazione argentica.
Ogni corsia (A, B, C ecc.) corrisponde al campione
di DNA di un dato soggetto, che è stato sottoposto ad amplificazione
per dati segmenti del gene (indicati da numeri: 19, 17, 8 ecc.).
Si noti che nell'individuo G manca la banda 53: ciò è
dovuto ad una mancanza di quel tratto del gene (delezione).
Nell'individuo A si distingue chiaramente che tre bande (13, 16
e 17) sono molto più intense delle altre: si tratta di
una duplicazione del corrispondente segmento genico. Infine
l'individuo C, la banda 19 appare spostata rispetto alle altre.
Ciò corrisponde ad una mutazione puntiforme in quel
tratto.
E' importante sottolineare che la certezza
della diagnosi è indispensabile ai fini del trattamento
o della terapia da intraprendere. E' logico quindi che il medico
si affidi sempre più spesso anche alla diagnosi di DNA.
Va però ricordato che non in tutti i casi è possibile
ottenere da questo esame una risposta definitiva e "sicura
al 100%". Prendiamo ad esempio la diagnosi di DNA in una
situazione di sospetta distrofia di Duchenne. Qui il gene è
noto, le tecniche per analizzarlo ci sono, si conoscono anche
i principali tipi di mutazione, eppure non si riesce ad avere
una diagnosi di DNA definitiva in tutti i pazienti.
La ragione, in questo caso, sta nella dimensione
del gene, che è costituito da ben 79 "pezzi".
Se infatti è abbastanza semplice verificare la mancanza
di qualcuno di questi "pezzi" (ossia se vi è
una delezione), meno facile è scoprire se vi sia
qualche pezzo in più (una duplicazione). Molto più
difficile e laborioso, poi, risulta identificare alterazioni piccole
(sostituzioni di basi). Non solo, ma a questo livello le
tecniche di analisi utilizzate hanno una sensibilità inferiore
al 100%.
Perciò, qualora non si trovi alcuna
alterazione, non si può escludere la possibilità
che essa sia ugualmente presente, ma risulti non identificabile.
E quindi, mentre l'identificazione di una particolare mutazione
fornisce la prova che ci si trova di fronte alla patologia sospettata,
il mancato ritrovamento di alterazioni a livello del DNA non consente
di escludere l'ipotesi formulata dal medico che aveva richiesto
inizialmente l'esame.

Principio su cui è basata la diagnosi
"indiretta" di DNA.
In alto, l'albero genealogico di una famiglia,
nella quale alcuni individui (quadrato scuro) sono ammalati.
Al centro il risultato dell'analisi di DNA di ciascuno, realizzata
mediante amplificazione PCR di un tratto di DNA corrispondente
ad un marcatore, seguita da elettroforesi in gel di acrilamide
e colorazione argentica. Tutti gli individui ammalati presentano
la banda superiore, che viceversa non è presente in nessuno
dei soggetti sani.
In basso, schema con la situazione dei cromosomi
dei diversi individui: i tratti con asterisco corrispondono al
gene con la mutazione patogena, quelli senza a quelli normali.
Il padre dei tre figli ha trasmesso a due di essi il cromosoma
con la mutazione. Quello stesso cromosoma ha, vicino al gene,
una regione con molte unità ripetute (indicate da zig-zag),
il che permette di distinguere questa caratteristica del marcatore,
rispetto, ad esempio, a quella tipica dell'ultimo individuo a
sinistra (fratello sano del genitore). Se un eventuale quarto
figlio mostrasse nel DNA la presenza del segmento del marcatore
tipico degli ammalati, se ne dedurrebbe che molto probabilmente
anch'egli porta la malattia, se tale segmento non fosse presente,
egli verosimilmente risulterebbe sano.
Fortunatamente, in molti casi l'analisi di
DNA si rivela uno strumento diagnostico estremamente efficiente.
E' bene però comprenderne i limiti e non stupirsi di fronte
ad una risposta ancora interlocutoria.
Vale la pena anche di ricordare che in molti
casi le analisi richiedono tempo e ripetuti controlli. Non è
infrequente infatti che - salvo che in casi di particolare urgenza
- le risposte vengano fornite a distanza di mesi dal prelievo.
Come si è detto, le analisi di DNA vengono
richieste principalmente come supporto nel corso di un processo
di inquadramento diagnostico di una malattia genetica. Una volta
accertata la presenza di una mutazione patogena (ossia di un difetto
in un dato gene), viene chiarita definitivamente la natura genetica
della malattia e quindi emerge la possibilità che il medesimo
difetto possa essere presente in qualche altro membro della famiglia.
A questo punto, si entra in un altro ordine
di problemi. L'indagine sul DNA dei diversi membri della famiglia
dev'essere proposta, infatti, informando ogni persona dell'utilità
di tale procedimento e del diritto di conoscere o ignorare le
informazioni sul proprio DNA. Tutelata è anche la riservatezza
dei dati, al punto che appartenenti alla stessa famiglia hanno
diritto di mantenere segreta anche ai loro familiari l'informazione
che li riguarda.
Chiarire questi punti è indispensabile
perché questo tipo di indagine si svolga in un quadro di
correttezza sul piano etico e giuridico.
Ma a che cosa serve l'analisi familiare? In
genere a scoprire le persone che, pur essendo sane, potrebbero
trasmettere il difetto genetico ai propri figli, oppure a ricostruire
il percorso seguito nella trasmissione di un difetto attraverso
le generazioni. In entrambi i casi il procedimento serve a fornire
agli interessati delle "prognosi di rischio" fondate
su riscontri obiettivi (appunto le analisi di DNA).
E' evidente che per fornire una prognosi di rischio ad una persona può essere necessario analizzare il DNA di più membri della famiglia. Alcuni di loro possono essere disposti a collaborare, altri no, e, di quelli disponibili, alcuni possono essere interessati a conoscere le informazioni sul propri DNA, altri meno. Inoltre, individui chiave per il successo dell'indagine possono essere già deceduti, o comunque irraggiungibili, il che porta a concludere che non sempre un'indagine familiare risulta facile e spesso non può svolgersi rapidamente.
Le indagini familiari hanno però il
vantaggio di poter essere applicate con successo anche nei casi
in cui il gene che causa la malattia non sia ancora conosciuto.
E' sufficiente sapere su quale cromosoma esso sia localizzato:
studiando la trasmissione di porzioni di DNA di quel cromosoma
nei vari membri della famiglia è possibile dedurre in quali
di essi sia verosimilmente "arrivato" il gene difettoso.
Essendo infatti impossibile analizzare direttamente il DNA del
gene (che è ancora sconosciuto), si può soltanto
ottenere un'indicazione ragionevole, ma non certa.
E nonostante ciò, la diagnosi "indiretta"
del DNA è spesso uno strumento indispensabile per poter
fornire consulenza a persone appartenenti a famiglie nelle quali
si sia verificato un caso di malattia genetica.
E' importante sottolineare in conclusione che negli ultimi cinque anni i progressi nella diagnosi del DNA sono stati enormi e che tuttora questo settore è in continuo sviluppo. Oggi è possibile lavorare su tali prospettive nell'ambito di moltissime malattie genetiche e a breve termine si pensa ad un ulteriore miglioramento, sia per quanto riguarda il numero delle patologie diagnosticabili, sia per quanto riguarda la precisione della diagnosi.
Articolo tratto da "I Quaderni di DM" - n. 2 - febbraio 1997