Intervista a Renato Dulbecco di Franco Bomprezzi
E' con vero piacere che "I Quaderni
di DM" ospitano la prestigiosa "voce" del professor
Renato Dulbecco, premio Nobel per la Medicina, intervistato da
Franco Bomprezzi in tema di ricerca sulle malattie neuromuscolari
e sulle malattie genetiche in genere.
Un'interessante chiacchierata in cui l'insigne
studioso accenna con rapidità e semplicità ad alcuni
problemi scientifici, alle prospettive della ricerca, alle delicate
questioni etiche che con essa si intrecciano e anche agli ostacoli
incontrati sulla via di una corretta divulgazione.
Egregio professore, la sua figura di studioso rappresenta un simbolo e una garanzia di serietà per milioni di cittadini, in particolare per le famiglie nelle quali si vive un problema legato a una malattia genetica o neuromuscolare. Pesando le parole, ma al tempo stesso essendo consapevole delle aspettative che si collegano ai progressi della genetica, quale messaggio si sente, oggi, di lanciare?
Quelle genetiche, e in particolare quelle neuromuscolari,
sono malattie molto difficili, che in passato non davano alcuna
speranza, perché di esse non si sapeva nulla.
Ora, coi progressi delle conoscenze sul genoma
e grazie anche a realtà come quella di Telethon, si sono
fatti enormi passi in avanti nella conoscenza di queste patologie.
Questo non significa, però, che oggi
possiamo disporre della cura. Possiamo però dire che ci
si sta avvicinando pian piano a questa possibilità, anche
se non si può definire con precisione a che punto siamo.
L'unica cosa che lo scienziato può fare è continuare
a lavorare seriamente: andando avanti con il lavoro, con la ricerca,
i risultati si ottengono, ma non si può mai prevedere quando
emergerà qualcosa di veramente importante.
Se il destino le riservasse l'onore di un'altra grande scoperta oltre a quella che l'ha portata a conseguire il premio Nobel, quale scoperta vorrebbe che fosse?
Se potessi fare un'altra scoperta da premio
Nobel, vorrei fosse la cura di una di queste terribili malattie
ereditarie, oppure del cancro.
Esiste davvero un "problema etico"
per i ricercatori?
La questione etica è molto generale
e quello che si definisce "problema etico" in realtà
varia molto da persona a persona.
Dal punto di vista medico, e in termini etici,
è importante - a parer mio - non fare cose che siano pericolose
per i malati, non indurre sofferenze eccessive negli animali da
laboratorio, non intervenire per esempio sull'embrione umano,
perché ci potrebbero essere gravi complicazioni. Questi
credo siano i principi etici più importanti cui dovrebbe
attenersi un ricercatore.
Forse però il rischio maggiore nella
scienza è proprio di pensare di avere conoscenze "complete"
e comportarsi di conseguenza. Penso ad esempio all'eugenetica
del tempo passato, con i genetisti che avevano scoperto delle
leggi importanti della genetica, leggi elementari e le applicavano
ed estendevano senza limiti.
Questo non si deve fare, dobbiamo sempre sapere
quali siano i limiti delle nostre scoperte e rimanere entro questi
limiti.
La terapia genica è uno dei terreni sui quali maggiormente si rischia la credibilità dell'informazione scientifica. Che cosa ritiene che si possa ragionevolmente dire alle famiglie senza rischiare di essere avventurieri o terribilmente pessimisti?
La terapia genica è una delle grandi
promesse emerse dagli studi genetici, e, come tutte le promesse,
alcune sono destinate a realizzarsi, altre no.
Fino ad oggi si sono ottenuti risultati positivi
di terapia genica nel trattamento di bambini affetti da certe
forme di immunodeficienza. Si sta ora tentando di applicare la
terapia genica anche ad altre patologie, ma questo non è
ancora riuscito per diverse ragioni.
Si tratta di una procedura molto complessa,
che comporta vari problemi: bisogna mettere a punto ad esempio
il metodo adatto per introdurre il gene, metodo che può
variare da una cellula all'altra, e bisogna raggiungere proprio
la cellula malata, ciò che in alcuni casi è particolarmente
difficile.
Molto è quindi il lavoro da fare per
cercare di superare queste difficoltà una per una e fare
previsioni in questo campo è difficilissimo. Come già
accennavo all'inizio, l'unica strada da seguire è quella
del lavoro continuo, senza spaventarsi delle difficoltà
e in attesa di acquisizioni interessanti che in verità
per certe malattie genetiche non sono mancate: penso all'emofilia,
o ad altre patologie come il cancro.
E' ancora necessaria la sperimentazione sugli animali? E in caso affermativo, che cosa bisogna fare per evitarne un ricorso gratuito?
Certi tipi di sperimentazioni sugli animali
sono indispensabili per far progredire le conoscenze sulle malattie
umane.
Una malattia nell'uomo è molto difficile
da studiare perché certe verifiche non si possono attuare,
mentre riuscire a riprodurre una malattia nell'animale permette
di studiarla molto più a fondo.
Naturalmente in questo tipo di sperimentazione
non si può prescindere da principi etici molto severi.
Gli animali da laboratorio devono essere impiegati da persone
responsabili per capire la patogenesi delle malattie e per cercare
di curarle, senza farli assolutamente soffrire.
Dopo tanti anni di lavoro sui geni e sul codice della vita, quale ruolo attribuisce alle malattie genetiche nella corsa verso la migliore conoscenza dell'universo in generale?
Se per universo si intende l'universo umano,
gli studi sulle malattie genetiche hanno accresciuto le conoscenze
sulla complessità dell'"animale-uomo", o, per
meglio dire, della "persona-uomo", perché l'uomo
non è solo la sua parte fisica, ma anche quella mentale.
Le malattie genetiche sono state importanti
perché hanno rivelato la presenza di geni che hanno una
funzione specifica, la quale, se fallisce, fa insorgere la malattia.
E anche certe malattie mentali hanno un'origine o perlomeno un
contributo genetico.
Sì, possiamo dire che tutto lo studio
della genetica delle malattie ha rappresentato un arricchimento
notevole delle nostre conoscenze sull'universo umano.
Quale ruolo attribuisce a Telethon per il futuro della ricerca scientifica in Italia e in Europa?
Telethon ha avuto un'importanza veramente straordinaria
in Italia, perché è una delle poche organizzazioni
che assegnano fondi con metodi veramente validi. I fondi di Telethon
vengono dati a persone che fanno del lavoro molto serio, che conoscono
il proprio mestiere e che producono davvero risultati utili.
Sono stato membro e sono tuttora presidente
onorario della Commissione Medico-Scientifica di Telethon, un
organismo composto da dieci persone, di cui cinque straniere,
cosa importante per mantenere sempre l'obiettività nelle
valutazioni.
Ho quindi una conoscenza diretta del modo con
il quale questa équipe lavora e posso dire che lo fa molto
bene.
Quale consiglio darebbe a un giovane ricercatore che volesse oggi dedicarsi a questa difficile "caccia al mutante"?
Consiglierei anzitutto di farsi una buona preparazione
teorica, poi di acquisire esperienza di laboratorio andando a
lavorare in istituti o organizzazioni molto serie, dove si fa
il lavoro cui si è interessati.
Importante, a parer mio, è trascorrere
due o tre anni in qualche laboratorio molto specializzato all'estero,
non per esterofilia, ma perché è bene confrontarsi
con diversi modi di pensare e di operare, in modo da avere, quando
si torna in Italia, un bagaglio di esperienza che può influenzare
positivamente lo stesso sviluppo della ricerca nel proprio Paese.
Pazienti e familiari sono spesso a disagio con la terminologia medica, talora troppo ostica per i non addetti ai lavori. Cosa si può fare al riguardo?
Tanti miei colleghi in effetti non riescono a liberarsi dall'abitudine di usare certe parole ed espressioni che al malato non dicono niente, ma che spesso hanno solo l'effetto di spaventarlo. E' dunque importante la divulgazione fatta con opuscoli come questo, diretti ai pazienti e ai loro familiari, o come quello prodotto recentemente da Telethon sulle malattie genetiche, che è invece diretto ai medici di base e non agli specialisti.
Articolo tratto da "I Quaderni di DM" - n. 2 - febbraio 1997