a cura del Coordinamento Psicologi UILDM*
La diagnosi di patologia neuromuscolare comporta,
per il paziente e la sua famiglia, una serie di difficoltà
a livello psicologico, che possono essere di ordine emotivo
(confusione, disorientamento e ansia), e relazionale (il
disagio a parlare della malattia sia all'interno della famiglia
che con altre persone; il problematico inserimento scolastico,
lavorativo e sociale in genere).
Si prospetta infatti, per il paziente e per
la famiglia, un futuro comunque diverso da quello che fino a quel
momento essi avevano immaginato o desiderato.
Alla fase iniziale di shock, che coincide con
la comunicazione della diagnosi, può seguire una reazione
di "ribellione", un tentativo di annullare l'angoscia
e la sofferenza con un'affannosa negazione della malattia. Nei
genitori, in particolare, è anche frequente il senso di
colpa legato al sentirsi responsabili della trasmissione genetica
della patologia e quindi inadeguati rispetto al compito della
procreazione. Spesso ciò può sfociare in reazioni
che possono apparire irragionevoli, ad esempio di ostilità
verso chi ha posto la diagnosi, oppure di un'ostinata e reiterata
ricerca di altri pareri.
E' però necessario, anche se non facile,
imparare a vivere la nuova realtà, ed è molto importante,
allora, che il paziente e le famiglie possano trovare sin dall'inizio
punti di riferimento in grado di offrire un supporto in ambito
sanitario, psicologico e sociale. In questo contesto, appare importante
l'aiuto che strutture idonee come la UILDM possono dare, in quanto,
oltre ad essere in contatto con altri pazienti e famiglie che
hanno vissuto e vivono le stesse difficoltà, sono in grado
di fornire corrette e puntuali informazioni.
Parlando dei genitori, è utile apprendere
in modo adeguato quanto più possibile sulla patologia,
perché questo li farà sentire più sicuri,
capaci di avere un ruolo più attivo nella vicenda della
malattia e li aiuterà a prevedere ed affrontarne i problemi
connessi.
D'altra parte, non bisogna affannarsi ad evitare
a tutti i costi - anche in modo forzato - i momenti di scoraggiamento,
i pensieri spiacevoli e penosi che, com'è normale, possono
talora impadronirsi di uno o di entrambi i genitori, e preoccuparsene
come di una cosa necessariamente negativa: essi vanno considerati
semplicemente come una manifestazione della propria sensibilità
e del proprio affetto.
Per quanto riguarda il bambino colpito da patologia
neuromuscolare, è al manifestarsi delle prime difficoltà
motorie che egli può percepire la presenza della malattia,
e generalmente, in questo momento, egli sceglie di non pensarci.
Quando però il progredire della malattia
comporta una maggiore limitazione funzionale, unita alla riduzione
della possibilità di confrontarsi e gareggiare con i coetanei,
e a varie altre difficoltà relazionali, tutto ciò
può produrre vere e proprie ferite all'amor proprio e la
malattia può estendere i suoi confini al di là della
mera motricità, invadendo l'esistenza in senso globale
dell'individuo.
E' allora che un precoce e coordinato intervento
psicoterapeutico può prevenire le difficoltà di
accettazione della malattia, sfruttando al massimo le risorse
spontanee del bambino.
Un ruolo importante gioca in questa delicata
fase il naturale calore affettivo della famiglia, che dev'essere
sostenuto e sollecitato affinché il bambino sia nelle condizioni
di esprimere le sue potenzialità e sia motivato a desiderare
una propria autonomia: la maggiore autonomia influirà sulla
stima che egli ha di se stesso e aumenterà la sua libertà.
Pertanto l'intervento dovrebbe rivolgersi,
prima che al bambino, proprio a chi lavora e vive con lui, assicurandogli
anzitutto la possibilità di raggiungere una sua dimensione
cognitiva attraverso proposte di apprendimento che gli consentano
di valorizzare e scoprire le proprie peculiari qualità.
E' determinante in sostanza individuare quali siano le funzioni
che il bambino può conquistare, privilegiando quelle utili
allo sviluppo del pensiero astratto, della creatività,
dell'originalità.
Può essere utile, inoltre, individuare
dei progetti speciali per lui, proporre esperienze eccitanti e
difficili, in modo da abituarlo a conoscersi come una persona
che ha particolari limiti, ma anche specifiche capacità.
E' importante dunque che i genitori lavorino
con la scuola e con gli operatori, per scoprire e sviluppare le
attitudini del figlio, anche in considerazione del fatto che -
finita la scuola - da un lato si incontreranno delle difficoltà
nel trovare un lavoro che non richieda assolutamente forza muscolare,
dall'altro anche le attività del tempo libero saranno,
in questo senso, limitate. Pertanto, l'esperienza scolastica risulta
doppiamente significativa, perché le capacità intellettive
del ragazzo possano essere pienamente sviluppate.
Notevoli ricadute positive possono derivare
senz'altro da una vita ricca di attività, hobby e amicizie:
e questo sarà più facile se interessante e varia
è già la vita degli stessi genitori. Sarà
bene poi tenere la casa aperta agli amici del ragazzo, incoraggiarlo
nello studio, nei suoi interessi, nella sua indipendenza, badando
bene però che anche gli altri figli condividano gli stessi
vantaggi.
Nel momento in cui sarà disponibile
una terapia, è importante che il paziente abbia già
il proprio bagaglio di esperienze, competenze, cultura ed autonomia
che gli consenta sempre e in ogni caso di proiettarsi verso il
futuro.
Per quanto riguarda le possibili domande da
parte del figlio riguardo alla sua situazione, è importante
decidere prima cosa rispondere, ma non c'è bisogno di dire
al bambino tutto e in una sola volta. Naturalmente le informazioni
che gli verranno date di volta in volta dipenderanno dall'età
e dal suo grado di comprensione. La cosa migliore è senz'altro
non dare mai informazioni non vere e rispondere sempre usando
parole chiare e comprensibili. Spesso le occasioni migliori per
parlare capitano per caso, magari all'ora di andare a dormire
o mentre si sta in macchina o nel corso di semplici mansioni quotidiane.
E' consigliabile allora incoraggiare il figlio a parlare del suo
problema muscolare, così come si fa per qualsiasi argomento
interessante. Di solito, infatti, i genitori sono molto più
tesi e preoccupati di fronte a questa situazione di quanto non
lo sia l'interessato, anche quando lui sa che quello è
un argomento doloroso. Se le risposte sono evasive, non sono infrequenti
casi di ragazzi che vanno ad informarsi altrove, cercando così
di proteggere i genitori dal sapere che loro sono a conoscenza.
In conclusione, il fatto che la famiglia riesca
a trovare un sostegno adeguato in ogni momento della vita del
figlio disabile - sia sviluppando le proprie autonome risorse,
sia ricorrendo a rapporti di collaborazione all'interno della
comunità di riferimento, sia valendosi di quanto può
offrire il servizio pubblico, soprattutto in un'ottica di autosufficienza
del soggetto malato - e l'opera di stimolazione delle autonomie
della persona sin dai primi anni della sua vita, rappresentano
la più efficace delle azioni preventive nei confronti della
condizione, sempre più diffusa e impegnativa, del disabile
adulto di media gravità rimasto solo.
*Chiara Angiolari, Paola Castelli, Anna
Gallo, Gabriella Rossi.
Articolo tratto da "I Quaderni di DM" - n. 2 - febbraio 1997