di Giovanni Lanzi
Sull'aspetto della comunicazione della diagnosi
di una malattia neuromuscolare, "I Quaderni di DM" hanno
voluto sentire anche la testimonianza di Giovanni Lanzi, neuropsichiatra,
nonché presidente della Commissione medico-scientifica
UILDM, il quale ci parla di questo delicato momento, in base alla
sua lunga esperienza di medico impegnato nella lotta a queste
patologie.
Non vi è dubbio che il momento in cui
il medico trasmette la diagnosi di malattia neuromuscolare alla
famiglia o allo stesso paziente - se adulto - è sicuramente
tra i più difficili e penosi che egli viva nel suo lavoro
clinico, specialmente quando si tratta di malattie serie e ad
evoluzione sfavorevole.
Il medico, infatti, è ben consapevole
di determinare nei genitori, specie in questi ultimi casi, una
grave ferita narcisistica, una sorta di "doppio lutto".
In primo luogo perché comunica che la malattia di cui il
figlio è affetto avrà esito fatale o comunque comporterà
un'invalidità sempre più marcata, sia pure entro
un certo numero di anni. In secondo luogo perché comunica
che questa malattia è ereditaria, trasmessa cioè
al malato dai genitori stessi o da uno di loro, e che altrettanto
potrebbe succedere qualora essi generassero altri figli.
Si può ben immaginare e comprendere
quindi quale shock determina la comunicazione di una tale diagnosi
nei genitori, un momento che essi ricordano con estrema lucidità
e pena anche a distanza di anni. Ricordano perfettamente la persona
che ha parlato con loro, l'ambiente in cui ciò è
avvenuto, le parole sentite, il modo in cui queste sono state
dette e infine come quell'incontro si è concluso.
Per tutte queste considerazioni si comprende
bene quanta attenzione e sensibilità debbano essere riservate
da parte del medico a questo delicatissimo momento.
Nessuno, infatti, mette in dubbio la necessità
di trasmettere alla famiglia una diagnosi precisa, ma è
anche vero che il medico dev'essere particolarmente accorto nella
scelta dei modi e dei tempi più opportuni, in modo che
tale comunicazione possa essere, almeno in parte, sopportata.
E' comprensibile che i genitori rifiutino inizialmente
la diagnosi di malattia neuromuscolare, specie quando si tratta
di una forma ad andamento particolarmente infausto. Spesso si
tratta di una diagnosi già temuta sulla scorta di indizi
vari, familiari e personali. A volte, invece, essa non è
per nulla prevista, a causa di una situazione clinica ancora pressoché
silente (per esempio in caso di diagnosi casuale su bambini ancora
piccoli).
Talora, istintivamente, i genitori rifiutano
anche il medico che fa la diagnosi. E' proprio in questo momento
che questi può dimostrare la sua vera capacità e
disponibilità, evitando prese di posizione rigide e dogmatiche,
persuaso che non è propriamente il singolo medico a essere
rifiutato, ma la verità che questi cerca di trasmettere.
La disponibilità e la capacità
di comprensione del medico può essere di grande aiuto al
malato e alla sua famiglia in questo difficile momento. Spesso,
ad esempio, i genitori vogliono attuare delle verifiche presso
altri specialisti e centri, e si attendono che il medico colga
questo loro bisogno, li guidi e li aiuti a compiere in modo corretto
e utile tali consultazioni. Per molti genitori questo è
essenziale per accettare la loro realtà e mettersi a curare
bene il figlio malato.
Se il medico riesce a cogliere questi bisogni
e guida egli stesso i genitori in queste verifiche, essi potranno
poi fidarsi realmente di lui, dando inizio a quell'alleanza
terapeutica che è fondamentale perché il lavoro
curativo venga fatto nel modo più giusto, nelle varie fasi
dell'evolvere stesso della malattia.
Un'alleanza, ovviamente, che nasce e si sviluppa
positivamente nel tempo se il medico sa disporsi nella maniera
giusta, ovvero in modo sincero e attento all'ascolto e alla comprensione
dell'altro che ha bisogno.
L'esperienza insegna che, giustamente, le famiglie
giudicano negativamente il medico che, dopo essersi impegnato
nel processo diagnostico, delega altri a trasmettere la diagnosi,
lasciando cadere ogni successivo contatto diretto. Le famiglie
rifiutano questo comportamento perché è proprio
di quel medico che hanno bisogno, con lui vogliono discutere
a lungo e più volte riguardo alla diagnosi, esprimendo
i loro dubbi, il loro rifiuto, la loro difficoltà ad accettarla.
Non si può che condividere queste attese
delle famiglie e stigmatizzare l'eccessivo tecnicismo che rischia
di privare a poco a poco il medico del suo specifico ruolo che
è anche quello di offrirsi al paziente e alla sua famiglia
in un'ottica relazionale e non soltanto strettamente tecnica,
facendosi carico di tutti i bisogni del soggetto.
Se egli non coglie l'importanza della trasmissione
della diagnosi e non dà sufficiente spazio a tutte le dinamiche
che sorgono nel malato e nella sua famiglia dopo una comunicazione
del genere, diventa poi per lui difficile instaurare quell'alleanza
terapeutica di cui si è detto in precedenza, e soddisfare
realmente i bisogni dell'altro.
L'augurio, quindi, è che ogni malato
e ogni genitore possa incontrare sul suo percorso un medico attento
e veramente disponibile sin dal momento della trasmissione della
diagnosi, perché nella sua sofferenza non debba sentirsi
solo.
Articolo tratto da "I Quaderni di DM" - n. 2 - febbraio 1997