di Marisa Mostacciuolo
Quella della cosiddetta "consulenza genetica"
è la fase in cui una persona viene informata dei rischi
impliciti nella propria riproduzione, ne prende coscienza e comprende
quali siano le sue prospettive in tal senso.
Tale passaggio costituisce quindi un aiuto
insostituibile per chi si pone il problema del rischio di avere
un figlio con una malattia genetica.
Va detto anzitutto che per tutti, indistintamente,
vi è un certo rischio di avere un figlio destinato ad ammalarsi
di una malattia genetica: si tratta esattamente del "rischio-standard"
(circa il 4% per ogni gravidanza). Per coloro i quali invece hanno
- o hanno avuto - un parente affetto da una malattia genetica,
è più giustificato porsi maggiormente il problema
di tale rischio, che per alcuni, dopo la consulenza, può
risultare trascurabile, mentre per altri può essere niente
affatto trascurabile o addirittura elevato.
Ma in che cosa consiste realmente la consulenza
genetica? Si tratta sostanzialmente di una serie di colloqui tra
l'interessato e il genetista. In un primo momento vengono raccolte
tutte le informazioni disponibili sulle relazioni di parentela
- risalendo in genere non oltre i bisnonni - e sulle caratteristiche
della malattia in questione, con il supporto della documentazione
relativa alla diagnosi, agli esami specialistici, agli eventuali
ricoveri ospedalieri. Questa prima fase è molto importante,
perché fornisce gli elementi da cui partire per un'ulteriore
indagine.
E' fondamentale per altro che, potendo contare
sul vincolo della segretezza, vengano riferite correttamente tutte
le notizie, senza riserve. E per ottenere questo è necessario
che il consulente e il "probando" (cioè la persona
che chiede consulenza) siano legati da un reciproco rapporto di
fiducia: il probando dev'essere consapevole che il genetista cercherà
di aiutarlo a dipanare la matassa del suo problema, il genetista
che il probando non gli nasconderà alcuna delle informazioni
di sua conoscenza.
Una volta terminata questa fase preliminare,
il genetista può delineare l'albero genealogico della famiglia cui il probando appartiene, corredato delle informazioni
relative alla manifestazione della malattia in uno o più
parenti e dei dati rilevanti per l'indagine genetica (eventuali
aborti spontanei, matrimoni tra consanguinei, ecc.).
Se le informazioni sono state fornite correttamente,
a questo punto il genetista è già in grado di dare
una prima valutazione del rischio, basata sul calcolo delle probabilità.
In qualche caso ciò può essere sufficiente a fugare
dei dubbi, ma spesso è indispensabile procedere oltre nell'indagine.
Il passo successivo è costituito infatti
dalla discussione con l'interessato di ciò che è
possibile fare per poter meglio precisare l'entità del
rischio. In genere si tratta di analisi di laboratorio (oggi quasi
sempre analisi del DNA) che aiutano ad identificare quali membri
della famiglia siano portatori del difetto genetico - magari senza
manifestare alcuna malattia - e quindi a comprendere la via di
trasmissione del gene difettoso attraverso le generazioni della
famiglia in questione.
Come già sottolineato più volte
anche nella presente pubblicazione, in questi anni si assiste
ad un incredibile progresso nel campo delle analisi del DNA. E'
quindi attualmente possibile che un metodo ieri non disponibile
lo sia oggi e che ciò che oggi appare di difficile soluzione
domani risulti facile da chiarire.
E' perciò quanto mai opportuno e consigliabile
che una persona a suo tempo entrata in contatto con un centro
di consulenza o di diagnosi molecolare senza aver ricevuto una
risposta definitiva, si informi periodicamente su eventuali novità
che possono direttamente coinvolgerla.
Una volta effettuate le analisi del caso, il
genetista è comunque in grado di arrivare a formulare una
prognosi di rischio più precisa.
A questo punto il risultato viene spiegato
all'interessato e viene consegnato un referto scritto. Se risulta
sussistere un rischio elevato di avere figli ammalati, il probando
spesso si rivolge al genetista chiedendogli che cosa può
fare. E' una domanda quasi ovvia, ma alla quale l'operatore non
può rispondere direttamente. Egli infatti si è impegnato
a mettere le sue conoscenze al servizio della persona che gli
sta di fronte, ma non può e non deve sostituirsi ad essa
in una decisione così privata come quella relativa alla
riproduzione. Viceversa il genetista può e deve illustrare
in modo chiaro tutte le possibili vie d'uscita che si presentano
alla persona a rischio: dalla contraccezione, alla diagnosi prenatale,
all'eventuale adozione ecc.
Vale la pena a questo punto di soffermarsi
brevemente sulla diagnosi prenatale, perché ad essa ricorrono
molte donne che sono a rischio di avere figli affetti da malattie
genetiche.
La diagnosi prenatale consente di identificare
nel feto la presenza di una mutazione patogena in grado di determinare,
qualora la gravidanza fosse portata a termine, l'insorgere di
una malattia genetica, oppure la presenza di anomalie cromosomiche
e di malformazioni.
Quella a cui ci riferiamo qui è la diagnosi
prenatale precoce di malattie genetiche con eredità mendeliana (come le malattie neuromuscolari ereditarie). Essa è basata
sull'analisi del DNA che viene estratto da minuscoli frammenti
(villi coriali) del tessuto destinato a diventare placenta, prelevati
mediante ago-aspirazione attraverso la parete addominale, in anestesia
locale, nella decima-undicesima settimana di gestazione. L'operazione
è indolore e praticamente priva di rischi sia per la madre
che per il feto.
La diagnosi prenatale del DNA ha una precisione
che dipende sostanzialmente dal tipo di malattia che si vuole
scoprire. Se il gene è conosciuto, ne sono note le mutazioni,
e le relative tecniche di indagine hanno un'elevata sensibilità,
ciò che consente di parlare di probabilità di errore
vicina a zero.
L'imprecisione aumenta, tuttavia, nel caso
di malattie per le quali la diagnosi diretta sul DNA risulti in
qualche modo problematica per ragioni diverse, dalla complessità
del gene, alla grande varietà di mutazioni.
Una certa imprecisione è inoltre inevitabile
qualora il gene non sia ancora noto e si debba necessariamente
far ricorso alla diagnosi "indiretta", ossia fondata
sullo studio della famiglia.
Quando viene prospettata a una donna la possibilità
di una diagnosi prenatale, è importante che essa maturi
spontaneamente l'eventuale decisione da prendere rispetto al proseguimento
della gravidanza, nel caso in cui il feto risultasse portatore
della mutazione patogena.
E' il caso infatti di ribadire con forza che
in nessun modo il consulente deve manifestare la propria opinione
in merito, mentre dev'essere disponibile a fornire tutte le informazioni
che gli vengono richieste, in modo che la donna possa arrivare
ad una decisione tanto delicata in modo informato e consapevole.
Articolo tratto da "I Quaderni di DM" - n. 2 - febbraio 1997